CULTURA & SOCIETA'

Autismo a scuola, formazione per docenti con “La stessa voce”

Conclusi i laboratori psicologici e filosofici per migliorare l’approccio al mondo degli studenti e trovare nuovi canali di comunicazione

Psicologia e filosofia in un laboratorio interdisciplinare di formazione per i docenti isolani. Due discipline che aiutano gli insegnanti a trovare la loro voce interiore, quella che, spesso, impedisce di entrare in reale comunicazione con l’altro. Un’opportunità preziosa soprattutto quando le metodologie didattiche, l’approccio psicologico e quello pedagogico si applicano a studenti con disturbo dello spettro autistico.
Si è concluso da qualche settimana “La stessa voce: le differenze nel nucleo scolastico”, corso di formazione sui possibili approcci strategici nella gestione della relazione insegnante-alunno giunto alla seconda annualità, organizzato dall’associazione InSophia, in collaborazione con il Rotary Club – Ischia, l’Istituto Comprensivo Statale “Anna Baldino” di Barano D’Ischia e l’Istituto Alberghiero Vincenzo Telese di Ischia – Scuola Polo per l’inclusione.
Gli insegnanti e tutti gli altri attori che vivono e lavorano con passione all’interno dell’istituzione scolastica rappresentano un nodo fondamentale della relazione di cura. Per questo motivo, spazi di aggiornamento ed approfondimento qualificati diventano indispensabili nella pratica professionale. Obiettivo di questo corso, in cui momenti di formazione teorica si sono alternati a laboratori di base psicologica e filosofica, è stato anzitutto quello di acquisire una pratica, anche auto-riflessiva (quindi autocritica) circa il proprio approccio al mondo dei ragazzi affetti dal disturbo. Quindi di permettere al personale scolastico di fare un primo passo per fornire risposte migliori alle richieste della persona e della sua famiglia.
Compito dei relatori (il filosofo Raffaele Mirelli, gli psicologi e psicoterapeutici Francesco Impagliazzo e Giorgio Espugnatore, la psichiatra Emilia Cece e la pediatra Rossana Ambrosino) è stato quello di spingere i docenti al riconoscimento paradossale di quelle “parti autistiche” proprie nell’atto comunicativo. Lavorando sul concetto di “persona”, “io” e tutte quelle sovrastrutture statiche che spesso impediscono una reale comunicazione intersoggettiva. Ma anche svelando come si compone e struttura il suo “stare in relazione” con l’altro e quali risorse muovere per fornire supporto ai ragazzi, tutti, autistici e non. Compito non facile.

«Oggi gli insegnanti vivono un paradosso: hanno perso la voce» spiega Raffaele Mirelli. «Si trovano nella condizione di dover usare la voce ogni giorno senza averne una propria. Perché l’istituzione li schiaccia, le famiglie con le loro aspettative li pressano, insomma si trovano al centro di un sistema a che li lascia stretti. La nostra opera di formazione tendeva a smontare molte convinzioni, a spiazzarli, svuotarli di certi luoghi comuni o vissuti personali.» Esempio? «Dicono “il mio alunno”, eppure l’alunno non è di nessuno. L’insegnamento parte da uno svuotarsi, mostrare il segno e non segnare l’altro. Se l’alunno vede e riconosce quel segno per l’altro, si apre un canale preferenziale di comunicazione. Un tecnica universale, non vale solo per l’autismo. Un altro modo di relazionarsi con questi allievi, che pure hanno una sensibilità intuitiva maggiore, è il tono di voce. Magari al loro fianco e mai in posizione frontale, percepita come troppo aggressiva. Come si fa a parlare di inclusione quando ci si pone, nei confronti di certi allievi, in maniera così perentoria?»

Uno studio recente seppellisce un comune stereotipo associato al disturbo e sfata il luogo comune che dipinge chi soffre di autismo come un soggetto freddo, asociale. Quanto può servire l’empatia?

«Oggi il termine empatia è molto usato, anche a sproposito.» osserva Mirelli. «L’empatia viene confusa con la simpatia. Invece consiste nell’oggettivare le emozioni, misurarle e definirle in maniera oggettiva. La capacità oggettiva di immedesimarsi nell’altro, e dico oggettiva perché, contrariamente a quanto potrebbe sembrare, la sensazione è sempre oggettiva, malgrado passi attraverso il soggetto. Per partecipare nel giusto modo al sentimento dell’altro devi avere una misura data. L’empatia è un recipiente di incontro che oggettiva l’emozione e certamente può aiutare.»
Combinando l’azione dei laboratori psicologici e filosofici, gli insegnanti isolani hanno lavorato in prima battuta su quegli elementi propri della persona che creano “interferenza” nell’ascolto reale ed empatico dell’altro. Lo scopo è stato sbilanciare i partecipanti agendo sul concetto di identità personale e professionale, per poi predisporli all’ascolto di se stessi. «I feedback arrivati alla fine del corso sono stati positivi. Le iniziali resistenze a mettere in discussione il senso stesso dell’insegnamento hanno lasciato il posto a una consapevolezza diversa. Ci hanno detto “è stato difficile, faticoso, però abbiamo imparato qualcosa di utile per il nostro lavoro”.»

Ma in questa  rete di supporto che si sta consolidando sul territorio per aiutare i ragazzi a vivere con maggiore serenità l’inserimento scolastico e a superare le difficoltà, superarle efficacemente, adottando i giusti strumenti e strategie, che ruolo hanno le famiglie? «Siamo ancora in una prima fase, concentrati sui docenti. La comunicazione tra scuola e famiglia non sempre è ottimale, talvolta nascono dei contrasti proprio perché le aspettative delle famiglie vengono disattese. E’ una crepa che si insinua in queste alleanza; una questione – quella delle aspettative – che va la di là del fatto che lo studente sia o non sia affetto da spettro della sindrome autistica. D’altro canto

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il percorso dei bambini autistici è molto individuale, non sono tutti uguali e il loro sviluppo evolutivo segue tappe sganciate da quelle previste dall’istituto “scuola”. I professori – conclude Mirelli – dovrebbero essere aperti alle richieste delle famiglie, anche sapendo di non poterle soddisfare. Spesso non si tratta nemmeno di pretese, ma di paure. Paure che il figlio non venga riconosciuto, accolto e collocato in una società che possa valorizzare le sue capacità. Che esistono e per molti versi sono sorprendenti.»

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