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Cesare Battisti, rien ne va plus: rouge o noir?

DI FRANCO BORGOGNA

Sul tappeto verde della roulette internazionale, sul quale Cesare Battisti, circa 40 anni fa, aveva puntato tutte le fiches sul “rosso” (proletari armati per il comunismo), dopo 37 anni di latitanza, è uscito il “nero” (dell’internazionale di una destra estrema altrettanto radicale). Così il trasformista Cesare Battisti, catturato ed immediatamente espulso, ha perso tutto quello che aveva: agi, coperture, ozi, mogli, figli, barbe e baffi. L’ultimo lusso che gli è stato consentito è un viaggio aereo privato di solo ritorno senza più andate. Ave Caesar, Oristano te salutat! Ora, quali considerazioni può aggiungere un modesto opinionista del Golfo rispetto al profluvio di parole che ha inondato il mondo politico e non solo? Sull’efferatezza dei delitti commessi dal soggetto, sulle capacità di fuga, mimesi, di intessere rapporti compiacenti è stato già detto tutto, o quasi, dai giornaloni nazionali e dalle TV. I social hanno vomitato di tutto. Quello che posso e desidero aggiungere e che più da vicino riguarda la vita quotidiana di una comunità insulare come Ischia, circondata dal mare che ha spesso la peculiarità di “risucchiare” sul fondo imperscrutabile ogni realtà che in esso si tuffa o viene gettata; quello che posso aggiungere è che ci stiamo illudendo, con la cattura di Battisti , di aver inferto il colpo mortale alla malattia dell’estremismo assassino. Prova ne sia che, nell’interpretazione dell’arresto, si sono già formate due correnti di pensiero: quella, per semplificare, espressa dal Presidente della Repubblica Mattarella, che accredita la vittoria allo Stato di diritto e quella che invece sottolinea un presunto contributo decisivo del governo italiano e in particolare del Ministro dell’Interno nonché del governo di estrema destra del nuovo Brasile di Bolsonaro.

Le due correnti di pensiero non sono conciliabili: lo Stato di diritto è tale a prescindere dal colore del governo in carica, con un limite: la democrazia. Quando viene meno la democrazia, viene meno lo Stato di diritto e insorge la dittatura e la violenza. Ergo, il nuovo governo brasiliano avrebbe agito allo stesso modo se il fuggiasco fosse stato un estremista di destra, assassino? E, per quanto riguarda l’Italia, il governo giallo-verde (in particolare Di Maio) non sta forse commettendo, con i gilet gialli francesi, lo stesso errore che, all’epoca delle brigate rosse, commise buona parte della sinistra estrema italiana, quando ammiccava alle B.R. e quasi sperava che esse dessero una spallata decisiva allo Stato italiano? Appoggiare così superficialmente, come sembra voler fare il governo gialloverde, i gilet gialli che, sempre più riducendo i ranghi ingrossa la presenza dei violenti, non rischia di sdoganare e accreditare forme violente di sovvertimento? Attenzione, dunque! Cesare Battisti a Oristano deve significare un’altra cosa. Non la vendetta dello Stato, ma la giustizia. Non la condanna unilaterale del “comunismo proletario” ma di tutte le forme di violenza contro gli Stati democratici. Soprattutto la lezione deve servirci a “distinguere”, a non generalizzare, ad essere anche utopisti ma senza mai smarrire i lumi della ragione e senza abdicare ai valori della fratellanza umana. Siamo uomini, non bestie! Abbiamo il diritto-dovere della critica e della contestazione ma non quello di uccidere come se stessimo in guerra. Guerra: la parola chiave! Illustri intellettuali, come Erri De Luca (per me tra i migliori scrittori italiani) e, forse anche Roberto Saviano, per non parlare degli intellettuali francesi e della moglie dell’allora Presidente Sarkozy, Carla Bruni, hanno commesso l’errore di giustificare Battisti, in nome della “guerra civile” che la sinistra estrema ingaggiò ai tempi della contestazione globale. L’errore è stato quello di non aver saputo distinguere tra chi, volendo abbattere a tutti i costi lo Stato capitalista uccise e chi si rese complice muto di un simile comportamento; tra chi sparava ai poliziotti ritenuti pedine del sistema e chi bruciava bandiere e simboli in piazza e si scambiava qualche randellata con l’estremismo fascista; tra chi si è pentito della “deriva” violenta e chi (come Battisti) non lo ha mai voluto fare.

Ricordo, con nostalgico affetto, una vivace discussione che ebbi con Franco Ongini (che peraltro non c’è più) a proposito  di un mio intervento sul Golfo a favore della cittadinanza onoraria del Comune d’Ischia ad Erri De Luca. Franco, uomo d’ordine e legalità (non per niente diede vita ad un’ efficiente polizia privata) riteneva assurdo omaggiare un sostenitore del pluriomicida Cesare Battisti. Cercai di fargli capire e, purtroppo, non posso avere il riscontro di questo mio tentativo di convincimento, che bisognava separare il grano dal loglio. Erri De Luca come uomo politico e d’azione ha sbagliato, rendendosi anch’egli complice di violenza. Ma Erri De Luca scrittore, artista, amante della bellezza e di Ischia, è un’altra cosa. E basta leggere i suoi libri per capire il suo pentimento, perché i suoi scritti trasudano umanità, solidarietà, giustizia. Altra cosa è Cesare Battisti, beffardo, fuggitivo, irridente, sensibile all’agiatezza e ai vantaggi della bella vita. Una lezione da imparare dalla vicenda Battisti, anche per gli ischitani, è dunque saper sempre valutare, caso per caso, individuo per individuo. Non esiste una sinistra indistinta come non esiste una destra indistinta. E non esiste nemmeno un popolo indistinto, di cui nessuno può vantare la rappresentanza esclusiva. Ovviamente ciò non significa perorare la causa pentastellata postideologica del “non essere né di destra né di sinistra”. Diciamo, più correttamente, che è bene evitare gli estremismi degli uni e degli altri.

 

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