<span class="entry-title-primary">Frode in commercio e alimenti mal conservati, cosa c’è da sapere</span> <span class="entry-subtitle">Un’interessante analisi redatta per "Il Golfo" dall’avvocato Michele Calise che illustra analiticamente gli istituti giuridici di riferimento</span>

Frode in commercio e alimenti mal conservati, cosa c’è da sapere Un’interessante analisi redatta per "Il Golfo" dall’avvocato Michele Calise che illustra analiticamente gli istituti giuridici di riferimento - opinionista

Per meglio comprendere e adeguatamente commentare l’attività  – giusta e legittima, sia chiaro – della polizia giudiziaria posta in essere nei giorni scorsi bisogna far chiarezza sugli istituti giuridici di riferimento. Infatti si legge che vengono effettuate le seguenti contestazioni agli esercenti pubblici: violazione dell’art. 475 c.p. – frode in commercio – e dell’art. 5, lett. b) L. 283/62 – detenzione per la vendita di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione. Innanzi tutto bisogna precisare che in nessun caso la polizia giudizaria ha colto gli esercenti pubblici all’atto di somministare alimenti mal conservati ai clienti, ma si è trattato di sequestri di alimenti conservati in stiva o nelle celle frigorifere.

Tale circostanza non è di poco conto. Infatti, l’art. 475 c.p. sanziona la condotta di chi “nell’esercizio di una attivitĂ  commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualitĂ  o quantitĂ , diversa da quella dichiarata o pattuita”. Ne deriva che al piĂą la condotta contestabile agli esercenti è quella del tentativo di commissione di una frode alimentare. Infatti l’art. 56 c.p. stabilisce che: “Chi compie atti idonei, diretti in modo non equivoco  a commettere un delitto, risponde di delitto tentato, se l’azione non si compie o l’evento non si verifica”.Dunque, sul piano teorico, il tentativo di frode in commercio è sicuramente configurabile. Si pone il problema, però, di individuare il minimum perchĂ© la condotta delineata dall’art. 515 c.p. possa assurgere a rilevanza penale, vale a dire il momento nell’iter criminis a partire dal quale può configurarsi, ai sensi dell’art. 56 c.p., il tentativo del reato di frode in commercio.

Sul punto specifico è intervenuta la Cassazione, addirittura a Sezioni Unite (sentenza del 25 ottobre 2000, dep. 21 dicembre 2000), stabilendoche per la configurabilitĂ  del reato previsto dall’art. 515 c.p., nella forma del tentativo, non è necessario l’istaurarsi di un rapporto contrattuale, finalizzato all’effettiva consegna di una cosa diversa da quella pattuita, e non è nemmeno sufficiente la sola detenzione, presso l’esercizio commerciale, di merce diversa da quella dichiarata (nel caso di specie, si trattava addirittura di prodotti alimentari scaduti sulle cui confezioni era stata modificata l’originale indicazione del termine minimo di conservazione), senza che questi siano esposti o in qualche modo offerti al pubblico; viceversa configura tentativo di frode in commercio l’esposizione di prodotti alimentari sui banchi o le vetrine dell’esercizio, o comunque, l’offerta al pubblico.

Inoltre, per quanto riguarda la violazione dell’art. 5 lett b) della L. 283/62 (detenzione per la vendita di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione), bisogna tener presente la seguente ulteriore circostanza. Infatti, la l. 246/2005, con l’obiettivo della semplificazione legislativa ed il riassetto normativo negli interventi legislativi,stabilendo l’abrogazione di tutte le disposizioni legislative statali pubblicate prima dell’1° gennaio 1970, con eccezione di quelle indicate nei suoi decreti di attuazione,ha abrogato la L. 30 aprile 1962, n. 283, recante la “Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande”. Infatti, la Suprema Corte nel febbraio 2010 (Sez. III, sentenza n. 12572 del 25 febbraio 2010, dep. 31 marzo 2010) , seppur incidentalmente, ha rimarcato l’effetto abrogativo, a far data dal 16 dicembre 2010, delle norme non espressamente indicate nell’art. 14 della L. 246/2005 tra quelle anteriori al 1° gennaio 1970 di cui è indispensabile la permanenza in vigore. Sul punto va segnalata anche l’interpretazione che aluni uffici giudiziari danno della norma in esame. Infatti, la stessa legge-delega per la semplificazione esclude dall’abrogazione tutti i provvedimenti che rechino in epigrafe la dicitura “codice” o “testo unico”. Poichè la L. 283/62 ha nell’epigrafe la parola “testo unico”, secondo questa teoria la tutela degli alimenti dovrebbe essere salva.

A cura dell’avvocato Michele Calise (riproduzione vietata)

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