LE OPINIONI

IL COMMENTO Crescita economica e felicità

Il governo gialloverde dovrebbe essere un elastico molto estensibile per poter assorbire le forti spinte e controspinte che continuamente i due partiti, Lega e M5S, legati da contratto, danno all’azione governativa. Una di queste profonde divergenze riguarda l’economia, il modello di sviluppo che si vuole imprimere all’Italia, per tirarla fuori dalle secche in cui è stata cacciata. Si sa che i 5S sono impauriti dalle grandi opere, perché, a loro avviso, sottendono sempre affari loschi, speculazioni, mentre ritengono propulsive e meno soggette alla corruzione le opere minori, a livello comunale o periferico. Al contrario la Lega ritiene che opere di ammodernamento delle infrastrutture fondamentali del Paese possano dare slancio al PIL nazionale. Ma la Lega e i 5S hanno entrambi votato un provvedimento che prevede l’obbligatorietà del ricorso a gare per lavori pubblici solo oltre la soglia di 150.000 euro. Che mi sembra proprio il modo migliore per spianare la strada ad una miriade di imbrogli, clientelismi e tangenti. Ma al di là della scelta Tav sì, Tav no ( o Tav nì), grandi opere o opere minori, in questo momento è importante capire verso quale modello di sviluppo la navicella Italia naviga, così come per noi ischitani è importante capire se imprenditoria privata e potere amministrativo locale intendano imboccare una via nuova per lo sviluppo turistico economico. C’è stata, nei giorni scorsi, una polemica tra il Sindaco di Forio e i termalisti, nella quale il Sindaco si lamentava che dai privati arrivano sempre le solite lamentele vecchie di 20 anni. La risposta è stata che “ è tanto più grave se le imprese sono costrette a ribadire temi messi sul tappeto da anni. Vuol dire che, nel frattempo, nulla è stato fatto”. Sembrerebbe che ognuna delle parti abbia un po’ di ragione. Invece non è così. Perché, nel frattempo, il quadro di riferimento è cambiato, per cui nulla è uguale a come era prima. E’ cambiato il modo in cui si sceglie la meta turistica, è cambiata la domanda turistica, non più orientata solo su bellezza dei luoghi, sole, relax, spiaggia, salute, ma vogliosa di “ esperienze” nuove e coinvolgenti. E’ cambiato il turismo giovanile, diretto non più solo alla ricerca dello “ sballo”, dei divertimentifici modello riviera romagnola o Gallipoli in Puglia, ma alla ricerca di un divertimento sostenibile e compatibile con l’ambiente che ci circonda.

Non affascina più la discoteca affumicata e assordante, ma si preferisce il concerto live, il raduno all’aperto, meglio se in luoghi lontani dal centro urbano, in campagna, nei boschi o anche in montagna. Ha scritto, a tal proposito, su Repubblica il giovane scrittore italiano Giacomo Mazzariol, autore – tra l’altro – del libro < Mio fratello rincorre i dinosauri> : “ Oggi la musica funziona con i live. Gli artisti, sia i minori sia i maggiori, sono impegnati in neverending tour ( tourné infinite) ; una costellazione di piccoli e medi eventi che  d’estate esplodono in festival sparsi per l’Italia. Sulle barche a Ortigia, in spiaggia a Rimini, in mezzo ai trulli della Valle d’Itria, nella piazza di Umbertide, in mezzo al bosco di Cassano Magnago. Un live ha una risonanza che prima era impossibile; se i presenti sono anche solo 1.000 e la metà di loro fa una storia Instagram che raggiunge 500 persone, il risultato è di 250.000 visualizzazioni”.  E’ cambiato totalmente il commercio e il modo in cui si consuma. Dati recentissimi di Confcommercio nazionale ci dicono che dal 2008 al 2018 sono spariti 64 mila negozi in Italia, mentre sono triplicate le aziende e-commerce. Soltanto alberghi, bar e ristoranti, nello stesso periodo, sono aumentati del 15,1%, passando da 298.190 a 343.114. E’ cambiato il trasporto, la mobilità, il modo in cui il turista si sposta, basti pensare alla piccola rivoluzione del trolley, che consente di percorrere a piedi anche tratti non brevi dall’arrivo fino alla destinazione alberghiera. E’ cambiato totalmente il lavoro: ci sono lavori che spariscono del tutto e lavori, assolutamente nuovi, che si propongono, a causa della digitalizzazione in alcuni casi, dell’automazione in altri casi, della globalizzazione in casi ancora diversi. Sono cambiate le abitudini alimentari e come potrebbero non tenerne conto i ristoranti e gli alberghi? Sono cambiate le esigenze salutari dei turisti, per cui un “ percorso di montagna” potrebbe apparire più interessante e benefico di un lettino rilassante a bordo piscina.

Se, dunque, fosse vero che gli operatori economici ischitani ripetono gli stessi temi e le stesse richieste di 20 anni fa, significherebbe che non hanno capito l’evoluzione della società. Non so se il Sindaco di Forio si è detto infastidito dalla ripetitività delle richieste in base alle considerazioni sopra espresse o se lo abbia fatto solo perché contrariato dall’atteggiamento ostile. In definitiva, quand’anche fosse vero che le amministrazioni locali hanno lasciato immutate per anni le stesse carenze denunciate da 20 anni, oggi non servirebbe a nulla riprendere quelle vecchie richieste ed esaudirle. Ma rimettiamo ordine alle riflessioni, senza farci prendere la mano dalla vis polemica e ripartiamo dal livello nazionale e dal modello economico che più si adatterebbe oggi all’Italia, per poi ridiscendere alla programmazione turistico economica, necessaria per i prossimi anni, all’isola d’Ischia. Ancora una volta devo fare ricorso a citazioni di libri ed editoriali di giornali, scritti da specialisti della materia economica. Perché le soluzioni ai problemi economici non si inventano ignorando i fondamentali dell’economia. Nel tempo attuale c’è un aspro confronto tra sostenitori dell’austerità, degli equilibri di bilancio, del controllo del deficit e dall’altro lato i neokeinesiani che puntano tutto sul deficit spending, rilancio della spesa pubblica, per sostenere la crescita economica e sullo stimolo ai consumi attraverso due strumenti ( alternativi quando le risorse sono scarse) quali il sostegno ai redditi più bassi e la detassazione alle imprese private. In un editoriale sul Corriere della Sera l’economista Lucrezia Reichlin si è posto l’interrogativo “ Può la nostra società crescere poco  e rimanere felice?” Poi ha incominciato a darsi la risposta, dimostrando come la crescita sia un fenomeno relativamente recente nella storia.

Prima della rivoluzione industriale il mondo sostanzialmente stagnava e la crescita era legata all’evoluzione demografica. I progressi in agricoltura consentivano un innalzamento della natalità, ma quando tale livello diventava troppo  alto, le risorse alimentari diventavano insufficienti e i bambini morivano di fame. Questo era il ciclo, fino alla rivoluzione industriale. Quest’ultima ha portato un elemento che ha stravolto le regole: “l’innovazione”, che spinge la crescita sottraendola ai cicli brevi, alla stagnazione e alla recessione. Questo ha creato ottimismo per un lungo periodo e l’illusione che la crescita fosse infinita. Al contrario, dice la Reichlin, la recessione crea pessimismo e infelicità. Da cui l’economista fa discendere la conclusione che la “ decrescita felice” non esiste. Tuttavia, aggiunge, “ Ma non è neanche vero che la crescita porta con sé automaticamente la felicità”. E ne spiega i motivi: oggi siamo di fronte ad una grande trasformazione del lavoro, simile a quella che spostò, in un’epoca precedente, masse di persone dall’agricoltura all’industria. Oggi la tecnologia sostituisce quello che era il lavoro di ieri e crea nuove occupazioni, ma queste hanno un grave limite: sono precarie, intermittenti e poco remunerate. Ciò provoca insoddisfazione, infelicità e una società frustrata e insoddisfatta abbassa il livello di produttività e della crescita. Finora le forze politiche, il governo ha visto la povertà ma non ha capito la frustrazione e l’infelicità delle persone. Fin qui la Reichlin. Aggiungo, di mio, che l’economista ha ragione in tutto tranne che sulla solita banalizzazione, in cui molti cadono, a proposito di una presunta inconsistenza della “ decrescita felice”.

Chi ha letto i libri dell’economista e filosofo francese Serge Latouche sa che l’espressione “ decrescita felice” non è di Latouche, anche se gli viene attribuita, bensì di Maurizio Pallante, esperto di politiche energetiche. Latouche è stato uno dei primi sostenitori dell’impossibilità che si continui a saccheggiare il pianeta in nome di una presunta “ crescita infinita”, come se le risorse della Terra fossero inesauribili. Oggi è la giovane svedese Greta  Thumberg che fa scendere in piazza milioni di giovani a difesa dell’ambiente. In un’intervista a Repubblica, Latouche precisa di non amare la locuzione “ decrescita felice” primo perché lui non parla di discesa del Pil, né tantomeno ama ricorrere al termine “ felicità” che considera concetto borghese e individualista, legato al consumo. Latouche sostiene che bisogna uscire da un modello di società fagocitata da un’economia divoratrice, ma ciò non vuol dire che a fronte del minor consumo di certi generi superflui e depredatori della terra non debba esserci un maggior consumo di generi virtuosi e sostenibili. “ Quindi lascio la felicità e preferisco parlare di  < abbondanza frugale> “ conclude Latouche. A questo punto, mi sembra che anche per Ischia ne discenda una lezione facile e conseguenziale. Se per anni, dal boom degli anni 60-70, abbiamo sfruttato la nostra terra, il nostro mare, le nostre sorgenti termali, le nostre pinete, i nostri lavoratori, senza ritegno, senza misura, abbacinati da improvvisa ricchezza, è arrivata l’ora di invertire il modello di sviluppo, per disciplinare quel che è rimasto da disciplinare,  Un recente fondamentale libro di economia di Mariana Mazzucato, dell’University College London, dal titolo “ Il valore di tutto” c’insegna la differenza che corre tra “ cercatori di rendita” e “ creatori di valori” e che cosa è l’economia della speranza. Ebbene, senza offesa per nessuno, i nostri imprenditori dovrebbero rendersi conto che molti di loro ( o i loro padri) possono essere diventati ricchi, possono avere incrementato le fortune familiari ma non per questo automaticamente sono stati “ creatori di valori” e non per questo sono stati automaticamente “ felici”. Dovrebbero rendersi conto, tutti dobbiamo renderci conto, che è ancora possibile un’economia della speranza, dell’ottimismo, dell’abbondanza frugale.

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Un commento

  1. “Decrescita felice” significa che il PIL non è l’unico indice del benessere: meglio avere l’ennesima t-shirt in più o meno traffico? Meglio l’ennesimo paio di sneakers da consumare compulsivamente o una vita meno stressante?
    Perché non facciamo altro che correre dietro alle cazzatine inutili da sfoggiare, anziché considerare la qualità complessiva delle nostre vite.
    E a Ischia questo vale ancora di più: noi vendiamo il nostro ambiente, che deve essere godibile per i turisti; perché oggi con l’aereo raggiungi le Maldive in un batter d’occhio, altro che fare la fila a Porta di Massa e impiegare due ore col traghetto per venire sulla nostra isola..
    Non è una questione ideologica, ma pragmatica.
    E non è il caso di seguire le Lucrezie Reichlin di turno, espressioni di una certa sinistra opportunista che ha pensato solo ai suoi interessi personali e familiari (si veda la sua biografia e curriculum)
    Basta avere un po’ di buon senso.

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