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IL FASCINO DELLA POESIA DI GIOVANNI PASCOLI SULLE CIARAMELLE

A fine di novembre, precisamente il 29 (oggi), per la novena dell’Immacolata, li sentivamo arrivare da lontano, gli attesi zampognari. Poi tornavano per la Novena del Bambino che iniziava il 16 dicembre. Nell’aria si sentivano gli inconfondibili suoni dei loro antichi e rudimentali strumenti: la zampogna e la ciaramella. Con la zampogna poggiata sulla spalla destra fatta dal sacco di pelle di ovino, la ciaramella e le canne di ciliegio ed ulivo, le ciocie come le “falanghe” per tirare i gozzi, i gambali di pecora sorretti da strisce di pelli che tenevano i pantaloni alla zuava, la camicia pesante di flanella a quadrettoni, (arrivata in qualche pacco di parenti emigrati in America, in Canada e Australia), il mantello a ruota, il cappello nero poggiato in modo sbilenco sulla zampogna, la bisaccia sulle spalle, a noi bambini ci incuriosivano e nello stesso tempo ci intimorivano, ma li seguivamo durante  il loro faticoso percorso serale di casa in casa da edicola ad edicola. I nostri zampognari non venivano dalle montagne dell’Abruzzo ma dallo Ciociaria, durante  il periodo natalizio andavano da famiglie in famiglie e si accontentavano di frugali pasti presso la trattoria Di Massa “Da Nina” nei pressi del seminario. Le loro novene non sempre venivano retribuite con denaro spendibile, era un’attività occasionale, ma antica, sufficiente a superare l’inverno per gente, che con la pastorizia non riusciva a sbarcare  il lunario. Alla fine delle due novene (Immacolata e Bambino) nella loro bisaccia andava a finire di tutto, salumi, pane, legumi, fichi secchi, dolci di Natale e i in un bottiglione un miscuglio di liquori (rosorio) di ogni gusto e colore. Nel loro portafoglio finivano poche lire a  volte pattuite per la novena dell’Immacolata prima, e al presepe poi, per l’intera novena. Nostra madre Antonietta, cattolicissima osservante e grande tradizionalista, pattuiva con  lo zampognaro più anziano (don Vincenzo) il compenso per le due novene ma anche l’ora in cui dovevano essere eseguite; non la mattina, perché eravamo a scuola, né la sera tardi perché, lei ci diceva, “arrivano sempre avvinazzati e che novena al povero Gesù poteva venir fuori?” Nostro padre Giovanni dopo tanto lavoro, completava il suo presepe per il giorno 16,  inizio della novena a Gesù Bambino. Il presepe veniva impreziosito con la collocazione  di pecore di lana e pastori di ottima fattura comperati negli anni 20 in Egitto

. Alla fine del contratto verbale con gli zampognari della nostra infanzia, avveniva la consegna delle “cucchiarelle” di legno, che gli zampognari erano soliti intagliare e modellare con il coltellino personale  durante il loro tempo trascorso a guarda del proprio gregge. Le “cucchiarelle” venivano usate durante la preparazione per girare e rigirare il ragù e di  rado,per la cottura della polenta ( non troppo di casa nella nostra isola). Gli zampognari per tutti i ragazzi  degli anni 50 e 60 hanno rappresentato il Natale, all’imbrunire a flotte li seguivamo di casa in casa “dalle Chiazze alla Pozzolana” finchè non scomparivano nei meandri delle zone di Casalauro, quando ormai era  notte inoltrata. Ancora oggi abbiamo cercato di mantenere  la tradizione, mentre mia madre li faceva suonare di sera per motivi scolastici, oggi – per gli stessi motivi di allora- vengono di buon mattino, così tutta la famiglia – comprese le nipotine (quando ci sono) – è presente. Purtroppo gli zampognari del 2000 ed oltre arrivano “in jeans e magliette” – i tempi sono cambiati – ma per fortuna ancora oggi nelle nostre contrade ischitane si ascoltano e si diffondono nell’aria i suoni delle zampogne e delle ciaramelle, mentre negli altri paesi italiani sono del tutto scomparsi. Questo era ed è l’essenza ed il fascino del Santo Natale che stiamo aspettando. Grazie cari zampognari!

 

                                                                                            michelelubrano@yahoo.it                                                                                              

 

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