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“Io, Franco Monti, comunista per sempre”

Di Francesco Ferrandino

 

FORIO. Una lunga carriera come sindacalista della Cgil, una incrollabile fede comunista mai scalfita,  con un percorso politico che lo ha portato a diventare sindaco di Forio dal 1994 al 2002, con qualche mese d’interruzione quando Gaetano Colella fece ricorso contro il risultato elettorale del ’98, a cui seguirono nuove elezioni che lo riconfermarono alla guida del comune del Torrione. Abbiamo scambiato qualche parola con Franco Monti, è di lui che parliamo, sulle vicende politiche foriane e non solo. Ecco il resoconto.

 

La Forio di oggi è diversa, e in cosa, rispetto a quella che Lei lasciò dopo aver ricoperto il ruolo di sindaco?

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«È difficile dirlo. Quando io fui eletto sindaco, si viveva una fase piena di entusiasmo, con una grande voglia di far ripartire il paese, e in gran parte ci riuscimmo. Fummo in grado di riequilibrare il bilancio, riportammo il Comune in attivo, stabilizzammo l’intero precariato, arrivarono moltissimi finanziamenti per le opere pubbliche, che curammo con particolare attenzione. Ma la cosa più importante era costituita dall’aver liberato il paese da una “cappa”, perché finalmente l’amministrazione governava il territorio garantendo i diritti fondamentali di tutti i cittadini, senza alcuna distinzione tra coloro che erano politicamente favorevoli o contrari all’amministrazione stessa. Oggi, Forio talvolta mi trasmette la sensazione di un paese al collasso, ma soprattutto  di una generale insipienza».

 

L’attuale amministrazione vive tra le polemiche: secondo Lei, quali sono gli errori che possono essere fin qui imputati al sindaco Del Deo e a i suoi?

 

«A Francesco Del Deo ho avuto modo di dirglielo di persona: l’errore che secondo me ha commesso è stato quello di aver messo in piedi una coalizione troppo eterogenea. Gli dissi anche che, nei suoi panni, avrei preferito formare un’unica lista, con un progetto politico e amministrativo serio ma anche chiaro, comprensibile, su cui lavorare senza indugio. Ecco, questo è l’errore principale commesso dall’attuale amministrazione: un difetto di base».

 

Pegaso, Torre Saracena, Colombaia: tre “avventure” finite male, anzi malissimo: secondo Lei perchè?

«Per quanto riguarda l’attuale stato di liquidazione della Torre Saracena, non posso dirle molto perché si tratta di una vicenda e di un periodo in cui io non c’entravo più. Riguardo alla Pegaso, è vero che il Comune aveva un’esposizione debitoria verso la società, che non ha onorato. Ma il problema va inquadrato nel contesto dell’epoca. Quando fui eletto sindaco, la Pegaso effettuava la raccolta rifiuti, mentre il trasporto era di competenza di un’altra società, privata. Per motivi di armonizzazione e di risparmio, unificammo il servizio. Tuttavia nacquero una serie di problemi di natura eminentemente economica. Ad esempio, soprattutto nelle lunghe fasi delle emergenze, gli automezzi si muovevano incessantemente tra l’isola e la terraferma, giorno e notte, con spese pesantissime per la società, che doveva provvedere ai cambi di autista o comunque pagare a quest’ultimo grandi quantità di lavoro straordinario. In breve tempo le spese aumentarono a dismisura. Il Comune intervenne con una cospicua ricapitalizzazione, e in quel momento, se non ricordo male, il passivo annuale si aggirava sui duecento milioni di vecchie lire, piuttosto contenuto. Purtroppo, successivamente, l’accumulo debitorio è aumentato, ma la gestione dei rifiuti raramente, se non mai, si rivela redditizia. E tuttavia posso dire che quando ero sindaco il paese arrivò a una percentuale di raccolta differenziata che si aggirava intorno al 60-70%. Fra l’altro, fummo il primo comune sull’isola a lanciare seriamente la differenziazione dei rifiuti. Tuttavia la differenziata, anche se risponde in modo concreto a esigenze di natura ambientale, bisognerebbe però avere anche delle strutture adeguate per farla fruttare e renderla in una certa misura redditizia. Quando si pensa che il percolato andava portato in Puglia, si capisce che i costi rendevano antieconomica l’operazione. Oppure si pensi alla plastica: era necessaria un’attrezzatura in grado di comprimerla e farne delle balle, ma gli automezzi poi non permetteva di trasportarne più di quarantacinque quintali per volta. Insomma, gli strumenti disponibili impedivano di rendere realmente fruttuosa la differenziata. Sono stato rinviato a giudizio, quando in realtà io ho soltanto firmato il contratto per la cessione del ramo d’azienda alla Torre Saracena, in quanto ero presidente pro tempore della società (Pegaso), ma di fatto quella mossa è ascrivibile alla volontà dell’amministrazione comunale dell’epoca (2007), non certo mia. I documenti testimoniano che  già l’anno precedente avevamo segnalato al Comune che se l’ente non avesse rinnovato il contratto, secondo noi la società doveva essere messa in liquidazione».

E la Colombaia? Conoscerà la triste cronaca degli ultimi mesi…

«Guardi, fin quando io ero alla guida dell’amministrazione, la Fondazione non andava affatto male. E abbiamo realizzato anche cose importanti: istituimmo il “Gattopardo d’oro”, giunsero a Forio grossi calibri come Arthur Penn, il famoso regista e produttore americano, e altri grandi italiani come Monicelli, Martone, Bellocchio. La Fondazione fu creata con molteplici intenti: innanzitutto per preservare un luogo storico e un simbolo di cultura. Inoltre, io ho sempre avuto un pallino: quello di rendere Forio nuovamente un cenacolo culturale di alto livello, come lo era già negli anni ’50 e ’60 quando grandi personaggi della letteratura e dell’arte frequentavano posti come il Bar Maria. Questo era infatti l’obiettivo anche della “Scuola Internazionale” intitolato a Visconti. Adesso, pur essendo di diritto, in qualità di membro fondatore, nel consiglio generale della Fondazione, me ne sono largamente disinteressato perché secondo me un progetto culturale come quello che le ho esposto non si poteva ridurre alla solita festicciola paesana. Non fu data continuità agli scopi originari, nonostante la successiva partecipazione della Provincia e della Regione».

 

Qual è il politico di maggiore spessore che ha avuto Forio negli ultimi decenni, e quello con il quale non ha invece mai avuto un particolare feeling?

 

«Tra gli uomini politici della “vecchia guardia”, legati in un modo o nell’altro a Forio, posso indicare Maurizio Valenzi (sindaco di Napoli, ma anche consigliere comunale a Forio dal ’64 al ’70, ndr), poi di sicuro l’avvocato Nino D’Ambra e Michele Regine (sindaco di Forio, padre di Bartolo, ndr). Successivamente c’è stato anche chi ha lasciato una certa impronta, come Gaetano Colella, ma in sostanza,  non ho visto esponenti della stessa levatura di quelli che ho inizialmente citato, e parimenti non ho più visto un progetto politico davvero convincente».

 

Se oggi dovesse tornare a sedersi sulla poltrona di sindaco, quali sarebbero le sue priorità per rilanciare il paese?

 

«Innanzitutto, credo che si debba ricreare urgentemente un senso della comunità tra i cittadini, che oggi è si perduto. Viviamo una fase molto deprimente, dove anche i dati economici sono molto sconfortanti. Ho sempre bene in mente una frase del grande Enrico Berlinguer (segretario del Partito Comunista Italiano dal 1972 alla sua scomparsa nel 1984, ndr) che diceva: “Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno”. La nostra società, sia a livello nazionale sia nella nostra piccola realtà locale, è molto articolata, ma tutti i componenti della comunità devono cercare di dirigersi, pur nel rispetto delle diverse idee politiche, su un progetto comune, con un consenso ampio, per realizzare cose concrete. A Forio innanzitutto c’è un grave problema nella viabilità: strade profondamente danneggiate, a cui si dovrebbe ovviare con interventi non estemporanei ma strutturali. Prendiamo la Borbonica: è vero che è una strada provinciale, ma il Comune di Forio potrebbe esercitare la giusta pressione realizzando i lavori in danno alla Provincia, visto che l’arteria è nel territorio comunale foriano e chiunque abbia la sventura di transitarvi conosce bene lo stato disastroso oltre che pericolosissimo di quella strada. Oppure il litorale di Citara, oggi quasi interamente transennato e a rischio di crollo. Inoltre, sarebbe opportuno riprendere progetti che la mia amministrazione già studiò concretamente, come quelli dei parcheggi interrati, uno tra il Soccorso e il Piazzale Marinai d’Italia, e un altro sotto l’attuale mercato, a supporto di un progetto di una biblioteca internazionale con sala di conferenza. Il fatto è che Forio non ha reali punti aggregazione, e un’iniziativa del genere avrebbe creato un formidabile punto d’incontro per l’intera cittadinanza. L’amministrazione non può limitarsi ad accontentare i soliti “amici”, ma deve fornire il più possibile risposte a esigenze concrete per tutti i cittadini».

 

Le bellezze e il territorio ci sono e sono anche moltissime: cosa manca a Forio per diventare capitale anche turistica dell’isola d’Ischia?

 

«Il discorso è molto semplice, purtroppo. C’è una serie di errori che si è ripetuta per decenni. Noi isolani, non solo i foriani, abbiamo sempre visto il turista come una preda, non come un’opportunità. La nostra classe imprenditoriale è progressivamente scivolata nella logica delle offerte a bassissimo costo, una scelta deleteria che ha portato a una dequalificazione dei servizi turistici (oltre che della qualità del turismo stesso che giunge a Ischia), visto che si investe poco o nulla per il rinnovamento. Un errore storico fu anche quello di vendere pacchetti turistici che includevano le cure termali gratuite, quando invece il termalismo dovrebbe costituire il punto di forza dell’isola, ciò che ci distingue da altre località. In altre parti d’Italia, esiste un reciproco coordinamento tra le varie parti in gioco: imprenditori, associazioni datoriali, amministrazioni, dove il privato ha il suo giusto profitto ma contribuisce anche al benessere del resto della comunità. Sull’isola, invece, regna una totale mancanza di interazione organica. Ecco, questo è un ulteriore esempio di quella mancanza del senso di comunità, che tarpa le ali anche alla nostra industria turistica. A Forio abbiamo numerose strutture di altissimo livello, di qualità molto elevata, ma diventa tutto inutile se sul resto del territorio c’è il deserto, inteso come mancanza di una corrispondente qualità dei servizi e di assenza di una valida offerta culturale».

 

Qual è il risultato raggiunto che più la inorgoglisce della sua sindacatura, e quale invece il grande rimpianto, l’obiettivo sfumato o non raggiunto?

«Innanzitutto le dico che sono molto orgoglioso di aver rotto gli steccati tra amministrazione e cittadini. Una cosa che ho imparato come sindacalista (Cgil, ndr), è l’importanza di certe decisioni, che possono determinare il futuro di tante persone: la stessa cosa vale quando ci si trova nel ruolo di amministratore. Un altro punto d’orgoglio è dato dall’essere passati a una situazione di dissesto all’aver lasciato le casse del Comune in attivo, e anche di aver eliminato il precariato, riuscendo a stabilizzare tutti gli impiegati comunali, senza distinzioni politiche. Non dimentichiamo anche il completamento della rete fognaria. Credo di aver dato un buon contributo al paese. Fra i rimpianti, forse ci sono proprio quei progetti di cui le ho già parlato, cioè il parcheggio interrato nei pressi del Soccorso, e la Biblioteca internazionale con annessa sala congressuale al posto del mercato, dove studiammo anche una bretella stradale di raccordo dalla zona del Cierco, che avrebbe permesso di pedonalizzare l’intero centro storico di Forio. Progetti che avrebbero cambiato realmente il volto di Forio».

 

A Forio si dice che diverse persone rimpiangano Franco Regine, e solitamente quando si guarda al passato non è mai un buon segno: Lei cosa ne pensa?

«Ognuno ha il suo tempo e vive in esso. Ovviamente ci deve essere un ricambio generazionale, perché le nuove generazioni portano nuove idee, nuove culture, nuovi entusiasmi. Però devo confessare che l’attuale fase politica secondo me è abbastanza indecifrabile. Tengo a ribadire che io sono tuttora comunista, non mi sono mai pentito di esserlo. Quello che trovo più preoccupante è la mancanza di capacità di analisi, non vedo più progettualità politiche, nessuna puntualità di approccio verso i problemi sempre più complessi di una società che cambia velocemente, specialmente per quanto riguarda i processi economici. Quello che conta è come un politico riesce a interpretare la realtà intorno a lui: non importa molto l’età, perché si può avere 80 anni ma avere ancora la capacità analitica e la prontezza intuitiva di un giovane. Quindi rimpiangere l’uno o l’altro uomo politico non ha molto senso».

C’è chi l’accusa di aver governato senza quell’impronta “comunista” che si attendeva da Lei, di aver cioè governato in modo quasi “democristiano”, se così si può dire.

«Non è vero. Nella mia vita non mi sono mai abbassato a discriminare le persone in base alla loro appartenenza politica, che fossero democristiani, socialisti, fascisti, perché ognuno è libero di professare la propria idea, e pretendo lo stesso rispetto verso di me. Molti pensano che Marx oggi sia da mettere in soffitta, ma molti concetti da lui espressi valgono ancora oggi, con una complicazione in più: una volta, le parti sociali ed economiche erano molto definite, mentre oggi la globalizzazione rende molto più ambigua l’individuazione dei veri centri di potere economico che dirigono il gioco. Il male di questa epoca è la solitudine, nel senso che siamo soli, isolati di fronte a questi grandi processi: in campo politico è quindi necessario porre argini sociali di difesa dei cittadini, ma con un percorso e con un obiettivo preciso. La decadenza della sinistra è stata culturale prima che politica, anteponendo l’interesse economico al benessere e alla dignità delle singole persone. Quando io mi sono candidato, avevo un mio progetto, l’ho presentato agli elettori ed essi mi hanno voluto come sindaco. Tale carica, secondo me, di fatto è come essere il padre di una famiglia allargata. E le scelte fatte all’epoca vennero dettate dalla preesistente situazione di dissesto economico del Comune. Di fronte a tali problemi, era necessario ricreare un clima di collaborazione reciproca, altrimenti sarebbero rimasti irrisolti e irrisolvibili. Essere comunisti non significa contrapporsi a tutto il resto della comunità, bensì convincere gli altri della bontà e dell’opportunità del proprio progetto. Altro che democristiano! Io sono e sarò sempre comunista. Non rinnego nulla di quello che ho fatto. Se dovessi rinascere, politicamente rifarei tutto allo stesso modo».

Dopo l’inchiesta sulla metanizzazione che l’anno scorso ha coinvolto il sindaco di Ischia, Giosi Ferrandino, due giorni fa è “esploso” lo scandalo rifiuti, che vede anche il Senatore De Siano tra gli indagati. Due indagini che coinvolgono proprio coloro che sono considerati i due maggiori protagonisti della politica isolana, a partire dal famoso “caularone”.

«Visto che siamo ancora in una fase preliminare della vicenda, preferisco non fare commenti sull’aspetto giudiziario. Ritengo che in Italia esista un serio Stato di diritto. Anche io da sindaco ho affrontati diversi processi e sono sempre stato assolto. Al massimo si può dare un giudizio politico e amministrativo. Ad esempio, da quello che ho potuto leggere, Lacco Ameno è in una situazione finanziaria molto grave: un indice non certo positivo circa le capacità di chi lo ha amministrato per vari anni… Per quando riguarda l’accordo tra i due, per l’isola esso ha prevalentemente rappresentato una “cappa”, un freno, e non un atto propulsivo. In pratica fu un accordo tra due potenti “anime” politiche che forse sono differenti solo di nome, ma che politicamente sono sostanzialmente identiche».

Il Comune unico da molti è avversato proprio perché temono un’egemonia di pochi. Lei come la pensa?

«Questo timore va superato. Il Comune Unico sarebbe una reale occasione di rilancio per l’intera isola, con la fine dei piccoli potentati locali che si basano su bacini di voti familiari e clientelari, ma che non realizzano niente di realmente utile alla collettività. Un’isola con un’unica voce comporterebbe grandi risparmi e maggiore efficienza di fronte ai problemi comuni».

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