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L’isola e la (triste) deriva dello sport

DI VITO IACONO
Le cronache, tutt’altro che sportive, dell’ultimo fine settimana richiedono un’approfondita riflessione su quello che accade sui campi di gioco, nelle strutture sportive, sugli spalti e non solo. Vengono costantemente profanati luoghi sacri per la formazione e la crescita delle future generazioni con episodi di “ordinaria” follia e violenza. Ma ad essere profanati ed elusi sono i valori fondanti dello Sport a cominciare da quello della lealtà che è alla base del Codice di Comportamento Sportivo al quale si riferiscono tutti gli altri regolamenti delle varie federazioni sportive. Nel tempo si è perso di vista quello che dovrebbe essere la funzione, la missione dello Sport nel nostro Paese e sulla nostra Isola. E ne siamo tutti responsabili. A cominciare dai dirigenti sportivi edallenatori, che insieme ai genitori, dovrebbero, dico dovrebbero, rappresentare la componente chiamata ad assistere, formare, preparare ed educare.
Sarò pessimista, ma vivo e vedo lo Sport come qualcosa che nella quotidianità vienecostantemente contaminato da dinamiche che niente hanno a che fare con il gioco, il divertimento, il sano agonismo, la crescita fisica che lo stesso dovrebbe rappresentare e favorire. Sembra quasi che lo Sport stia diventando una sorta di momento ed occasione di rivalsa contro qualcuno o qualcosa. E così, invece di essere strumento di integrazione, di superamento del disagio alimenta degrado e divisioni, specchio di una società malata. Il sentimento della passione per lo sport, per la squadra del cuore, che ha contraddistinto una storia bella ed importante di uomini e donne che con grande sacrificio hanno dato lustro alla nostra isola ed hanno rappresentato esempi da seguire anche nella vita, oggi spesso lascia il posto a risentimenti e rancori e porta a fratture e scissioni insanabili. Si aspetta il giorno della gara per gridare contro qualcosa o qualcuno, offendere, litigare, reagire, intimidire, dare sfogo con violenza ai peggiori istinti. Si litiga con gli avversari, gli arbitri, l’allenatore.I dirigenti litigano tra di loro e così pure i genitori perché magari il figlio di uno non ha passato la palla al figlio dell’altro o perché ritengono ingiusta una sostituzione, o una scelta arbitrale ed “ovviamente” … si fa guerra agli avversari. Per non parlare del lessico e della grammatica di un vocabolario che definire volgare è poco. Spesso non ci rendiamo conto che loro ci sentono e neanche proviamo vergogna.
Si è perso ogni senso etico ed estetico nella partecipazione ad una gara in campo e sugli spalti. E poi c’è il diabolico “fenomeno” delle scommesse. Oramai non ci si appassiona più ad una disciplina, una squadra, ma al risultato utile per vincere la “bolletta”. Padri e figli non condividono più una bella giornata da passare insieme per seguire la squadra del cuore, ma davanti allo smartphone o ad un centro scommesse per aspettare il risultato “vincente”(?) che se poi non arriva è una catastrofe e, purtroppo, non emotiva. Che dire… un dramma! Sarà un caso che negli ultimi anni sulla nostra Isola si è sviluppato un rapporto di 10 a 1 tra centri scommesse e strutture sportive? Poi c’è il mercato. Un atleta oggi non è un giovane da crescere, fidelizzare, al quale trasmettere il senso di appartenenza ad una maglia, una bandiera. No, oggi un piccolo atleta è prima di tutto una “quota” da riscuotere o un talento da sottrarre all’altra società, accattivandone simpatie in tutti i modi. Ci si lega all’allenatore o al dirigente più accondiscendente e se cambia società lo seguiamo a prescindere. E sulla nostra Isola dove siamo bravissimi a non fare sintesi capita spessissimo. E noi genitori subito ad assecondarli. Poi magari succede la stessa cosa con la scuola. Cambiamo scuola perché i prof. o i compagni di classe sono antipatici.
Con queste premesse non oso immaginare cosa accadrà con il lavoro o quando questi nostri “eroi” metteranno su famiglia. E il mercato continua quando diventano grandi e quindi ostaggio del “sistema” dei procuratori e magari si trasformano in “mercenari” in barba alla più elementari regole riferibili al sano dilettantismo. Pensate quanto può essere importante lo Sport nella formazione di un giovane e quanto rischia di essere devastante se si prescinde dalle regole che magari comportano sacrifici, sconfitte, delusioni, ma che, se rispettate, fanno crescere e bene. Grazie allo Sport puoi imparare a condividere, con il sorriso, gli stessi spazi con chi è meno fortunato di te, con chi è diverso, ad essere solidale con il compagno di squadra che sbaglia un tiro o un passaggiocon un semplice “cinque”, a rispettare l’errore dell’arbitro, ad accettare le sconfitte e saper rispettare l’avversario anche quando vinci. In tutto questo non sono esenti da responsabilità le Istituzioni, soprattutto quelle sportive. Sono tanti, troppi i miliardi di euro che girano intorno ad organizzazioni che, seppur espressione dei movimenti di base grazie ai loro contributi, per la fantomatica rivendicata autonomia, diventano troppo spesso autoreferenziali e con arroganza alimentano al proprio interno veri e propri piccoli centri di potere. E litigano, anche loro.
Così a volte l’impressione che si ha è che anche il campo diventa non il luogo dove far rispettare le regole, ma l’area dove esercitare, a prescindere, il proprio potere. La soluzione c’è e la proporrò, almeno sulla nostra Isola. Un codice etico e comportamentale da condividere con le associazioni sportive, gli enti locali, la scuola e, perché no, le forze dell’ordine che troppo spesso vengono chiamate a sedare gli animi per lo Sport. Mettere dei punti fermi, fino a prevedere la possibilità di essere esclusi dalla disponibilità delle strutture sportive se non si rispettano. Si può fare, almeno bisogna provarci, dando un segnale forte di riscatto. Ne vale la pena! Recupere il senso dello Sport, lo Sport quale momento ed occasione di incontro, di confronto, di crescita, lo sport quale valore sociale e civile.

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