“Uomini, tonnare e delfini” il racconto dei pescatori ischitani Le loro testimonianze dal sapore salmastro sono state raccolte da Michelangelo Messina e proiettate sui palazzi della riva Destra durante l'apertura della festa del buon pescato

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Di Isabella Puca

Foto Enzo Rando

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ISCHIA – C’è ancora chi ne parla dell’atmosfera che respirava giovedì scorso lungo il porto d’Ischia. Svuotato da ogni imbarcazione, tranne che di un aliscafo Caremar che non ha aderito all’iniziativa – ed è davvero un peccato – ha visto frotte di turisti e di ischitani riversarsi lungo le rive ad assistere a questo spettacolo che non ha eguali. Il protagonista è stato lui, il nostro mare, e chi vive su quelle onde giorno e notte anticipando ogni cambio di marea. Era la voce di alcuni pescatori ischitani a risuonare su una riva destra illuminata da piccole fiammelle e dai loro volti proiettati lungo i palazzi, un gioco di luci unico e suggestivo. La loro esperienza di vita sul mare è stata ripresa da Michelangelo Messina, direttore artistico dell’evento, in un documentario di cui  è stato proiettato un estratto di dieci minuti. Le loro voci, intervallate dalle risa di chi passeggiava sulla riva destra o di chi sorseggiava del vino che accompagnava il menù borbonico, apprezzatissimo dato che i locali erano tutti pieni, hanno riportato diverse esperienze di chi con il mare ha sempre avuto un rapporto speciale. Nicola e Francesco i più anziani, ripresi mentre sono intenti a preparare le coffe per l’indomani, il professor Giuseppe Silvestri e ancora Pierino Lauro all’interno del Museo del Mare dove sono raccolti tutti quegli oggetti a suggello del rapporto che gli ischitani intrattengono, da sempre, con il mare.  «Ormai il mare è quasi alla fine, non si trova quasi più niente», esordisce così Nicola D’Ambra, 89 anni trascorsi in mare. Mentre la telecamera lo inquadra le sue mani fatte di rughe e di sale si muovono veloci per preparare le coffe di allestimento per il figlio, che all’indomani, andrà a pescare. «Durante il mese di maggio – racconta – le reti della tonnara facevano il circuito e portavano i tonni nelle camere di morte che era il terminale della tonnara dove la rete è più forte; era lì che si portavano a morire i tonni. Li mettevano in barca per poi portarli a terra.

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Ormai, oggi, la pesca è allo sbaraglio, c’è  chi va a totani, chi con le coffe, chi  a palamite, chi a  traino, ma sono tutte cose passive, a quando lo trovano e a quando no». Francesco Di Meglio ha 90 anni, il suo racconto di vita  sul mare è arricchito dai ricordi di suo padre  che gli raccontava di quando i pescatori pescavano all’interno del porto, «all’epoca – racconta alle telecamere di Messina – entravano e uscivano a remi, e il lago era come un vivaio. Si è pescato all’interno fin quando non è diventato un porto commerciale, solo allora hanno iniziato a uscire. Il pescatore è un po’ come il contadino – continua a raccontare – in alcuni periodi dell’anno si pesca con delle reti, in altri periodi si scelgono reti diverse. Come avviene in campagna così, nel mare».

 

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É il professor Giuseppe Silvestri a raccontare della tonnara di San Pietro funzionante dinanzi al porto d’Ischia dal 1743 – 47 al 1852 quando iniziarono i lavori per la costruzione del porto, fu tolto e non venne più rimesso. La tonnara di Lacco Ameno, invece,  fu impiantata negli anni 43 / 47 ma recenti ricerche hanno portato la sua esistenza già prima del 1730 ed è stata in attività per lunghissimo tempo fino a 1959». Il pescato della tonnara di Lacco Ameno, poi, non veniva consumato sul posto,  l’appaltatore era tenuto a dare una quota di pesce alla popolazione ma il resto veniva esportato a Napoli. Nei ricordi dei pescatori ischitani, intervistati da Messina per il documentario, c’è addirittura la presenza dei delfini all’interno del porto dove andavano a cercare le aguglie. L’attività peschiera ischitana era tale che anche in Israele vollero i pescatori ischitani per imparare a pescare, «da Ischia – racconta Pierino Lauro – nel dopoguerra, partì una barca da pesca che si chiamava “la pesca”. Arrivata a Genova fu imbarcata su una nave per poi sbarcare ad  ad Haifa. Era il dopoguerra, ma fu importante, in questo modo, questa gente aveva il soldo fisso e guadagnò qualcosa». Mentre sui palazzi della Riva Destra venivano proiettate immagini del nostro mare, la voce di Pino Daniele cantava “Chi ten ‘o mare”, gli spettatori, fino ad allora con il naso all’insù, hanno rivolto il loro sguardo verso il porto per godere ancora una volta di quella visuale da viaggio nel tempo, in un passato forse più roseo dove la natura aveva tutt’altro valore.

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