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Abolizione della tassa di soggiorno, è vero allarme?

DI FRANCESCO FERRANDINO

ISCHIA. La paventata ipotesi di un’abolizione della “tassa di soggiorno” ha fatto infuriare diversi sindaci d’Italia, in particolare i primi cittadini delle più rinomate località turistiche dello Stivale. Alcune di esse ricevono un gettito pari a vari milioni di euro da questa imposta che istituzionalmente dovrebbe essere investita per la riqualificazione del territorio a fini turistici: molto spesso, tuttavia, essa viene impiegata per la gestione ordinaria o per sistemare i bilanci degli enti locali, frequentemente in affanno viste le progressive riduzioni di altri canali di finanziamento da parte dello Stato. Panorama in parte simile è quello dell’isola d’Ischia, dove diversi Comuni traggono vitale sostentamento dall’imposta che il “contratto” di governo tra Lega e 5 Stelle sembra voler abolire. “Sembra”, perché a dispetto della lettera del contratto sono intervenute precisazioni che, più che diradare i dubbi, li hanno forse accentuati, a partire dalla motivazione secondo cui la cancellazione dell’imposta è motivata “in considerazione del rifinanziamento delle risorse a favore degli enti locali”. Quindi in qualche modo  sarebbe previsto un diverso sistema di garantire “ossigeno” ai Comuni. Se la maggior parte dei pareri raccolti tra i sindaci dell’isola varia tra la perplessità e la cautela verso un’ipotesi che è ancora tutta da verificare, c’è anche chi, tra gli albergatori, va controcorrente arrivando ad auspicare l’abolizione della tassa, se i proventi che essa garantisce finiscono per essere impiegati in finalità differenti da quelle legislativamente previste, e chi confida nella sua trasformazione in un’imposta unica uniformata a livello nazionale ma con una certa “modularità”.

 

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