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CRONACAPRIMO PIANO

Accusati di aver incendiato un motorino, un assolto e due condanne “light”

La difesa è riuscita a mitigare le conseguenze del verdetto nel processo originatosi a settembre del 2016 quando di notte nel cortile di un condominio di Monterone le fiamme distrussero un ciclomotore

Si può senza dubbio definire un successo quello ottenuto dallo schieramento difensivo nel verdetto della Sesta sezione penale del Tribunale di Napoli, per un processo che ha visto coinvolti tre giovani isolani. l’assoluzione di uno di essi e le lievi condanne per gli altri due sono sicuramente da considerarsi un gran risultato, viste le imputazioni originarie e le sanzioni che potenzialmente potevano derivarne.

Uno degli imputati, E. D., difeso dall’avvocato Amelia Impagliazzo, è stato assolto da entrambi i reati contestati

I fatti che hanno innescato la vicenda giudiziaria si verificarono nel settembre del 2016 quando a Forio in via Monterone si sviluppò un incendio che distrusse completamente un ciclomotore: le fiamme si levarono alte nella notte, verso le ore 1.00, e provocarono  anche danneggiamenti a un altro mezzo parcheggiato nelle vicinanze, oltre che alle pareti e agli infissi dell’edificio condominiale nel cui cortile si era innescato il fuoco. L’intervento dei Vigili del Fuoco e della Polizia scongiurò ulteriori pericolose conseguenze Lo scooter andato distrutto era di proprietà del padre di O.A.; quest’ultimo senza troppi indugi indicò come possibili responsabili dell’incendio tre giovani, C.F., C.G. e E.D., i quali fino a qualche tempo prima erano stati suoi amici. Almeno fino a quando il padre di O.A. riuscì a convincere il figlio a non frequentarli più, in quanto ritenuti tipi poco raccomandabili. Il distacco non fu senza conseguenze, anzi: secondo gli inquirenti, O.A. subì le rimostranze dei tre ex-amici, fino a un’apparente rappacificazione coronata da un regalo. Si trattava di una sella per il ciclomotore in questione, mezzo che sarebbe passato di padre in figlio al compimento della maggiore età di O.A. . Tuttavia la “pace” ebbe breve durata, visto che O.A. affermò di essere stato contattato telefonicamente il 25 settembre da C.F. e C.G. che pretendevano di riavere la sella. Secondo il giovane, C.G. avrebbe addirittura proferito minacce come: “Entro domani mi serve la sella, se non me la ridai ti do fuoco al motorino”. La notte successiva, il mezzo fu effettivamente divorato dalle fiamme.  Nei giorni successivi vennero raccolte diverse testimonianze da persone del posto. Una di queste raccontò a O.A. di aver incontrato i tre presunti responsabili proprio nella notte in cui divamparono le fiamme e proprio nei pressi del condominio dove il motorino bruciò. Anche altri confermarono tali presenze quella notte. A.O. raccontò che qualche giorno dopo chiese a D.E. la ragione del gesto, e che questi gli spiegò di essere assolutamente estraneo all’episodio, confermando però la responsabilità di C.G. e C.F. che avrebbero appiccato il fuoco con uno straccio imbevuto di benzina. Testimonianze e indizi, ma poche prove. Le uniche immagini che la polizia giudiziaria riuscì ad acquisire furono le riprese di una telecamera installata presso un negozio del quartiere: il filmato permise di evidenziare che tre soggetti parteciparono al reato, indossando ciascuno un casco. Due transitavano a piedi sotto la telecamera, uno di loro con in mano quello che pareva uno straccio un altro a bordo di uno scooter. Fu proprio O.A. a riconoscere senza esitazioni due dei soggetti nel filmato, indicando colore e marca dei caschi indossati, ma anche dell’abbigliamento dei due, identificati come C.F. e C.G..

LE ACCUSE. Sulla base degli elementi raccolti, i due furono rinviati a giudizio insieme a E.D. con accuse pesanti: il primo capo d’imputazione riguardava l’ipotesi di tentata estorsione, «perché in concorso tra loro con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso al fine di trarne un ingiusto profitto, con minaccia consistita nel profferire l’espressione “..entro domani ci serve la sella del motorino, se non me la ridarai ti do fuoco al motorino”, compivano atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere O.A. a consegnare la predetta sella, non riuscendo nel loro intento per cause indipendenti dalla loro volontà (diniego della P.O.) con l’aggravante di aver commesso il fatto in più persone riunite». L’altra accusa era quella di incendio «perché in concorso tra loro allo scopo di danneggiare il motociclo Liberty 50 in uso a O.A. cagionavano l’incendio dello stesso mentre era parcheggiato nei pressi della sua abitazione».

Nei due anni circa in cui si è dipanato il processo sono stati ascoltati come testimoni quasi tutti i soggetti già sentiti a sommarie informazioni all’epoca dei fatti.

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L’avvocato Michelangelo Morgera, legale degli altri due accusati, C.F. e C.G., è riuscito a ottenere la derubricazione dei reati di tentata estorsione e di incendio in quelli di minaccia e danneggiamento, limitando la condanna a un anno con sospensione della pena

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LA DIFESA. Per la difesa il lavoro non è stato affatto semplice. La strategia era stata comunque impostata sulla natura essenzialmente indiziaria del processo. L’avvocato Amelia Impagliazzo, difensore di E.D., ha puntato fra l’altro sulle circostanze emerse dal filmato per rafforzare l’affermazione dell’estraneità del suo assistito alle accuse. Nelle riprese infatti, se è vero che due soggetti risultavano identificabili dall’abbigliamento e dai caschi indossati, il terzo sullo scooter risultava oggettivamente da scorgere, data anche l’ora delle riprese e la qualità delle stesse. Nessun altro indizio, a parte la parola della parte offesa, poteva corroborare la ricostruzione dell’accusa. Da parte sua, l’avvocato Michelangelo Morgera, legale di fiducia di C.F. e C.G., ha articolato la sua dettagliata arringa cercando di considerare separatamente i fatti contestati: in ordine alla tentata estorsione, in sostanza, non ci sarebbero riscontri al di là delle dichiarazioni della persona offesa. Le frasi minacciose al telefono non sarebbero state udite da altri, né il numero della chiamata corrispondeva a quello di uno degli imputati, così come non è stato prodotto alcun tabulato delle conversazioni telefoniche. Quand’anche le dichiarazioni al telefono si fossero verificate, per la difesa si tratterebbe non di tentata estorsione, ma di minacce. Non vi sarebbe stato infatti per gli imputati alcun vantaggio (elemento necessario per configurare l’estorsione).

L’altra accusa si poggiava invece su un fatto storico effettivamente verificatosi, l’incendio. Tuttavia, nonostante gli indizi, le testimonianze e il rapporto dei Vigili del Fuoco, l’avvocato Morgera ha rimarcato l’impossibilità di risalire con certezza all’origine, dolosa o colposa, delle fiamme, che potrebbero essersi innescate accidentalmente. Il video, elemento su cui poggia gran parte del processo, mostra immagini nelle quali   vari testimoni non hanno saputo identificare con certezza le persone ritratte con gli imputati, pur ritenendo possibile e verosimile tale circostanza.  Solo la parte offesa, come detto, aveva riconosciuto senza dubbio due degli imputati, ma visti i litigi ricorrenti tra di essi l’attendibilità di tale riconoscimento sarebbe fortemente minata. Anche sull’orario dell’incendio c’erano state discordanze testimoniali. E soltanto uno dei caschi ripresi dalle telecamere è stato effettivamente rinvenuto a casa di uno degli imputati. Uno dei testimoni che dichiarò di aver incontrato questi ultimi proprio quella notte, nei paraggi del punto in cui si verificò l’incendio, disse che uno di essi portava in mano un casco aperto, mentre nel filmato si vedono caschi integrali. In sostanza, nessuna prova concludente, cosa che ha indotto l’avvocato Michelangelo Morgera a chiedere innanzitutto l’assoluzione  perché il fatto non sussiste in relazione alla tentata estorsione, e in subordine la derubricazione nella fattispecie di minaccia. Il penalista ha inoltre richiesto l’assoluzione  per non aver commesso il fatto relativamente all’accusa di incendio, e in subordine la derubricazione di tale fattispecie in quella di  danneggiamento seguito da incendio (art. 424 c.p.).

IL VERDETTO. Il collegio c della Sesta sezione penale ha in parte accolto le richieste della difesa, mandando assolto E.D. dai reati contestati “per non aver commesso il fatto”, mentre ha derubricato entrambe le fattispecie di reato per gli altri due imputati, C.F. e C.G., che per minacce e danneggiamento seguito da incendio si sono visti comminare un anno di reclusione con sospensione della pena. Una condanna sicuramente lieve, se si confrontano i limiti edittali delle sanzioni che potevano essere inflitti ove il tribunale non avesse accolto le richieste avanzate in subordine dell’avvocato Michelangelo Morgera. Per la cronaca, il pm aveva chiesto la derubricazione del reato di tentata estorsione in quella di tentata violenza privata, comunque più grave di quella invocata (e poi ottenuta) dall’avvocato Morgera. Le parti civili, rappresentate dall’avvocato Alberto Mattera, hanno inoltre ottenuto la condanna al risarcimento dei danni subiti, liquidati in via equitativa in cinquemila euro, oltre alla rifusione delle spese processuali per altri 2.500 euro.

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