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Addio a Gabriele Pescatore, l’uomo della svolta

Massimo Coppa

(EVI spa)

 

Il 7 luglio 2016 è passato a miglior vita un personaggio che ha avuto un grande ruolo nella storia dell’intervento pubblico nel Mezzogiorno, inteso nel senso migliore: Gabriele Pescatore.

Avrebbe compiuto cento anni di età il prossimo 21 ottobre, per cui possiamo ben dire che la sua sia stata una vita lunga; possiamo aggiungere che è stata anche piena di soddisfazioni.
Nato a Serino (Avellino), Pescatore è stato docente universitario (uno dei padri del Codice della Navigazione), presidente del Consiglio di Stato, giudice costituzionale ed anche vicepresidente della Corte Costituzionale. Ma l’aspetto che interessa maggiormente è il suo ruolo di presidente della Cassa per il Mezzogiorno dal 1955 al 1976: anni cruciali per lo sviluppo del Meridione, per la costruzione di quelle opere infrastrutturali che, finalmente, consentirono ad un territorio storicamente depresso di entrare nell’età moderna, pur con tutte le incompletezze e le contraddizioni che, fatalmente, si registreranno anche negli anni a venire e faranno del Sud Italia un malato che non se la passa bene neanche al giorno d’oggi.

Se la politica italiana contemporanea ha, di fatto, deciso di ignorare il Sud, il ventennio della presidenza Pescatore fu denso di un’attenzione, da parte dello Stato, che non è più tornata.

Ma per le popolazioni delle isole di Ischia e Procida l’azione di Gabriele Pescatore e della Cassa per il Mezzogiorno ha un significato immenso, che si riflette nella vita di ogni giorno e che assume l’immagine confortevole e familiare dell’acqua che esce dal rubinetto o della luce che si accende girando un interruttore. Sì, perché fu proprio durante la presidenza Pescatore che venne progettata, finanziata e realizzata gran parte della rete idrica campana di adduzione (il cosiddetto “Acquedotto campano”) e, collegate ad essa, vennero costruite le condotte idriche sottomarine che passano per Procida ed arrivano ad Ischia Ponte (solo nel 1985 se ne aggiunse una terza, che recapita al Lido d’Ischia), portando per la prima volta l’acqua nella vicina “isola di Arturo” e da noi. Così come vennero posati i primi cavi elettrici sottomarini: in entrambi i casi (acqua ed elettricità), sia a “monte” che a “valle” delle condotte sottomarine la stessa Cassa costruì le infrastrutture collegate: reti di adduzione e distribuzione che convogliavano l’acqua dalle sorgenti montane campane (tra le quali quella del Serino, il luogo natio di Pescatore) fino alla più sperduta casa isolana; quella stessa casa che poteva accendere una lampadina elettrica sostituendo il lume a petrolio.

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Miracoli d’ingegneria che proiettavano, tutto d’un colpo, Ischia e Procida nel mondo moderno. Oggi non ce ne rendiamo conto, ma fino agli anni Cinquanta del secolo scorso non avevamo elettricità, né acqua corrente: dovremmo ricordarcene, quando protestiamo istericamente perché la luce va via per una mezz’oretta o perché dobbiamo usare la cisterna idrica per qualche ora al giorno…

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Oggi sembra incredibile, ma fino a poco meno di sessant’anni fa sulle isole non esisteva l’acqua corrente: ci si doveva arrangiare con le cisterne di acqua piovana, atteso che molte acque termali non possono essere bevute e che le fonti sorgive erano del tutto insufficienti a soddisfare una domanda in rapida crescita per l’aumento della popolazione e per la nascita dell’era turistica.

Era il “tempo dell’acqua rara”, come lo storico francese Daniel Roche ebbe a definire l’epoca antecedente alla nascita dei moderni servizi di acquedotto.

È storia recente, si potrebbe dire contemporanea; eppure come ci sembra lontana ed inverosimile, tanto siamo ormai abituati ad un gesto apparentemente banale: quello di girare la manopola di un rubinetto e vederne uscire acqua! E per consentire questo gesto c’è tutto un apparato di uomini e mezzi che lavora quotidianamente e che trae dai redditi derivanti dalla sola tariffa idrica gli strumenti finanziari per portare avanti quest’organizzazione con efficienza e puntualità.

Come riporta il prof. Raffaele Castagna in uno dei suoi aurei lavori (“Ischia 1950-1999”) “la deliberazione per la costruzione dell’acquedotto fu presa il 15 marzo 1951 dal Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno. La soluzione prescelta, l’acquedotto sottomarino, poneva allo studio problemi complessi e nuovi”, che richiesero due anni di studi e progettazioni. Il primo progetto era datato 30 giugno 1953; il progetto esecutivo era del 21 aprile 1956, per una spesa di due miliardi e trecento milioni di Lire dell’epoca (due miliardi e cinquecento milioni, secondo altre fonti). Solo le condotte sottomarine costarono un miliardo di Lire.

L’EVI di quei tempi, l’”Ente Valorizzazione Isola d’Ischia”, presieduto da Giacomo Deuringer, fu la cabina di regia che unì e raccordò le volontà dei sei Comuni isolani con quelle del governo e della Cassa per il Mezzogiorno, che materialmente stanziò i fondi e procedette ai lavori.

La costruzione delle condotte idriche sottomarine fu un evento eccezionale, per quegli anni, ed assolutamente all’avanguardia: da nessuna parte nel mondo e mai, nella storia, era stata realizzata un’opera idraulica che si estendesse, sotto il mare, per una distanza così lunga dalla terraferma. La novità era talmente rivoluzionaria che vennero tecnici da tutta Europa per studiare le soluzioni avveniristiche messe in campo dall’ingegno italiano.

Fu bandita una gara d’appalto europea per individuare l’azienda che avrebbe proceduto alla costruzione e posa dei cavi, e vinse un colosso italiano: le acciaierie Dalmine.

Per una semplice questione di disposizione territoriale, l’acqua corrente arrivò inizialmente a Procida nel 1956 e, finalmente, il 9 novembre 1958 un potentissimo simbolico getto, dell’altezza di trenta metri, fu fatto zampillare ad Ischia Ponte, lungo il pontile del Castello, dove arrivano le condotte (il cosiddetto “scivolo”, dove i bagnanti si stendono a prendere il sole), presenti numerose autorità istituzionali, tra le quali – ovviamente – c’era Gabriele Pescatore. Ma erano presenti anche il dott. Orcel, direttore generale della Cassa per il Mezzogiorno; l’on. Giulio Pastore, presidente del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno; il prof. Vincenzo Monaldi, ministro della Sanità (è dedicato a lui il famoso ospedale napoletano); l’avv. Waschimps per la Provincia di Napoli; il dott. Deuringer, presidente dell’EVI ed il Grande Ufficiale Renato Barendson, presidente dell’Ente Provinciale per il Turismo oltre, ovviamente, a tutte le autorità locali ed a molti altri esponenti delle istituzioni nazionali e campane.

Come riferisce la cronaca del “Mattino” dell’epoca, a firma di Mario Stefanile (riprodotta dalla “Rassegna d’Ischia” n. 6/2012), “l’opera è stata brevemente illustrata dal prof. Pescatore (…). Il presidente della Cassa per il Mezzogiorno nel suo breve discorso ha soprattutto ricordato e ringraziato gli uomini che hanno realizzato l’opera, vincendo le avversità della natura: gli ingegneri, i geometri, gli operai e i palombari”.

Quella fu l’epoca d’oro della Cassa per il Mezzogiorno: il momento storico in cui ci fu davvero l’applicazione pratica delle teorie economiche keynesiane, che prevedono l’intervento dello Stato nell’economia con lo scopo di promuovere sviluppo, reddito ed occupazione, anche ricorrendo al deficit di bilancio. Non a caso, infatti, al “Sole 24 Ore” il giurista Sabino Cassese ha dichiarato che “la  gestione di Pescatore della Cassa per il Mezzogiorno si è svolta nel periodo migliore della Cassa, quando questa, ispirata originariamente al modello della ‘Tennessee Valley Authority’, faceva interventi limitati e, quindi, prima dell’allargamento ad ambiti ulteriori come l’industria”. La “Tennesse Valley Authority” fu un’ente che diede impulso, attraverso opere pubbliche, al rilancio economico degli Stati Uniti dopo la disastrosa crisi economica del 1929.

Questo fu il lato lodevole dell’intervento pubblico in economia: quando, cioè, i soldi vennero spesi bene e con scopi nobili. Dopo la metà degli anni Settanta, purtroppo, la Cassa per il Mezzogiorno è diventata un collettore di finanziamenti enormi ma utilizzati male: sprecati, se non peggio, e rivolti ad opere mostruose ma inutili e dannose.

Il prof. Vincenzo Mennella, storico sindaco di Lacco Ameno dal dopoguerra, in un suo libro di memorie ebbe a scrivere che Gabriele Pescatore “fu allontanato dalla Cassa perché avendo, anche per sua intuizione e per la sensibilità politica di chi volle la Cassa e la sostenne per i primi tempi, inforcata la via giusta della programmazione, fu visto come un pericolo politico da coloro i quali la programmazione la teorizzavano soltanto, mentre, nei fatti, trovavano più vantaggioso, per calcoli di clientela politica, fare della Cassa, libera com’era da eccessivi condizionamenti burocratici, uno strumento adatto all’erogazione ‘a pioggia’ di finanziamenti, che non solo non hanno più rispettato i canoni di interventi programmati, ben finalizzati e coordinati con gli enti locali beneficiari, ma hanno finito per creare le tante cattedrali nel deserto che decreteranno presto la fine della stessa benemerita istituzione”.

www.evi-spa.it

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