LE OPINIONI

Addio don Vincenzo, prete umile e povero

E’ stato un uomo dai grandi principi, altruista e solidale, ancor prima di essere un prete più unico che raro

Tra la famiglia Savio e quella di Avallone c’è un bel rapporto di amicizia che dura nel tempo. E sono ben quattro le generazioni che nei decenni si sono incrociate e stimate. A metà del secolo scorso, parliamo degli anni ’40 del 1900, mio nonno Gennaro Savio conobbe lo zio omonimo di Don Vincenzo Avallone, anch’egli prete, con cui fu legato da sinceri sentimenti di amicizia. Il canonico, allora, con grande umanità e disponibilità all’occorrente faceva anche da infermiere nella sua Forio e mio padre e i miei zii quando avevano necessità di fare una siringa si recavano da lui. Uno degli aneddoti che nonno Gennaro mi raccontava spesso si riferiva agli anni appena dopo il secondo dopoguerra quando, assieme ad altri contadini foriani, coi quali avrebbe successivamente fondato le sezioni del PCI sull’isola d’Ischia, la sera si riuniva a Monterone nella sezione della “Federterra”. Si discuteva del più e del meno, ci si confrontava e si mettevano a punto le iniziative da assumere a difesa della categoria e, a sera inoltrata, si disputava la classica partita a carte. Don Vincenzo senior, terminata la celebrazione della messa nell’attigua chiesa di San Michele Arcangelo, battendo il pugno con decisione bussava alla porta di coloro che davano l’impressione di essere dei veri e propri carbonari. “Sono Don Vincenzo, posso fare una partita a carte con voi?”, chiedeva a voce alta dalla strada. Il tempo di alzare la rumorosa porta e ci si ritrovava tutti insieme attorno al tavolo da “gioco”.

Erano gli anni della povertà, delle privazioni, della disperazione e delle inenarrabili difficoltà di vita, ma segnati dai nobili sentimenti della fratellanza e della solidarietà tra sofferenti. Nel 1954 il nipote, Don Vincenzo Avallone junior, diventa prete. E come lo zio di cui ha seguito le orme, dimostra subito tanta umiltà ed umanità e, soprattutto, profondo rispetto per tutti. Per oltre sessant’anni è stato umilmente al sevizio della collettività, soprattutto dei più deboli, privandosi di tutto e vivendo in uno stato di semi povertà. Per scelta, ovviamente. Perché aveva deciso di indossare l’abito talare non per fare carriera all’interno della Chiesa, o per crearsi una posizione sociale privilegiata come opportunisticamente fanno tanti altri, ma per servire gli esseri umani, i suoi simili, indipendentemente dalle loro idee e dal loro credo. E quel poco che possedeva lo distribuiva tra i bisognosi. Il rapporto di amicizia che lo zio teneva con mio nonno, ben presto è proseguito tra il nipote e mio padre. “Ricordati di salutarmi Mimì quando lo vedi, mi raccomando”, mi diceva ogni qualvolta lo incontravo. Per lui, anche se ormai mi avvicino alla soglia dei cinquant’anni, ero rimasto “u’ uaglione”. “Uagliò, come stai? Che mi dici di bello?”, esordiva premuroso ogni qualvolta mi incrociava per strada. Prima di fargli visita in ospedale qualche mese fa, l’ultima volta che lo incontrammo fu a Panza.

Era la primavera dello scorso anno ed eravamo impegnati nella Frazione a distribuire volantini per le elezioni amministrative. Don Vincenzo, accompagnato dal bastone a cui da qualche anno si appoggiava per camminare, si avvicinò a mio padre Domenico, che non vedeva da tempo, e come si conviene tra vecchi amici fecero con piacere due chiacchiere. “Il diavolo e l’acqua santa”, avrebbe detto qualcuno visto la loro formazione estremamente diversa, quella di un cattolico e quella di un comunista e ateo. E invece no. Si tratta di due grandi personalità culturalmente parlando molto diverse, ma sicuramente accumunate dall’amore viscerale per la propria terra e, ognuna a modo suo, impegnate sempre ed instancabilmente al fianco dei più deboli della società. E rimarrà una foto storica lo scatto “rubato” che in quegli attimi immortalai col telefonino. E la frase di profonda stima che mi sussurrò nel momento in cui ci salutammo la tengo per me, custodendola gelosamente nel mio cuore. Che la Terra ti sia lieve, caro Don Vincenzo, prete umile e povero che facevi degli straordinari esempi di vita, imperniati di onestà e di solidarietà, le tue prediche più belle e significative.

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