CULTURA & SOCIETA'

L’attesa del freddo e i ricordi di come si “faceva famiglia” intorno al tradizionale e vecchio braciere

Sull’isola, quando fa freddo, quello vero, lo fa sul serio. in questi primi giorni di ottobre si incomincia a percepire il sentore del primo timido freddo, specie quando cala la sera. Nei Comuni rivieraschi meno, in quelli montani tipo Serrara Fontana poco di più. E qui sopraggiungono i ricordi del passato. Il braciere con relativo asciuga panni, è stato per gli ischitani della costa, della campagna e della montagna nei mesi freddi il toccasana per riscaldarsi e al contempo ricevere calore nella casa in cui vivevano.

Il braciere in uso in casa per lo più fino agli anni ’60, ha accompagnato diverse generazioni in un calore familiare domestico forte quanto, e forse più, il calore stesso del braciere intorno al quale ci si riuniva e si raccontavano le belle storielle, quelle dei nonni, che facevano felici i più piccoli. Carbone, carbonelle e “cernitura” riempivano quell’utile contenitore di rame o di ottone che nella stagione invernale diventava il padrone assoluto del rifugio familiare di ogni ceto e condizione sociale. I poeti a modo loro lo hanno decantato, alcuni autori di novelle lo hanno messo al centro dei loro racconti. Lo ha fatto anche Maria D’Acunto, da Piedimonte non nuova a componimenti che riescono sempre a catturare l’interesse di chi con piacere li legge. con la fertile fantasia, ha dipinto un quadretto familiare con il calore ed i colori giusti che una scena d’altri tempi disegnata intorno al braciere o ‘ Vrasera, sa offrire. Riportiamo il piccolo racconto di Maria per intero: “Se il fuoco è sacro, scrive Maria d’Acunto, ‘a vrasera era il nostro sacrario. Era al centro non solo della stanza, ma anche della nostra vita nelle lunghe serata invernali. Tutto si svolgeva intorno a questo oggetto magico. Non c’erano televisori, telefonini sofisticati, drone: c’eravamo solo noi. Ma non ci annoiavamo, perchè sapevamo stare insieme, piccoli e grandi. Le donne filavano, gli uomini fumavano la pipa. E noi arrostivamo le fave secche sull’ardente brace. E tutto con i piedi poggiati sul portabraciere. Si parlava (i discorsi non finivano mai), si rideva, si litigava per contendersi le fave. E ogni tanto volava una sgridata o una tirata d’orecchio. E si celebrava un rito: quello del rosario. Sempre intervallate da dissertazioni o da risate, le cinque poste duravano ore. Quando si arrivava alla litania, alcuni di noi si erano già addormentati. A condurre il rosario era zia Renata. Non era proprio una nostra zia, ma allora tutti gli anziani venivano appellati così: zì Tore, zi Vicienzo. zia Carmela, zia Cuncetta. Zia Renata veniva da Roma ( chissà come era finita qui, nello sperduto paesino che era allora Piedimonte!) Era stata a teatro e conosceva tutte le opere liriche (poi mi regalò i libretti. Devo a lei le prime conoscenze operistiche): Era l’unica che sapesse i misteri che si recitavano alla fine di ogni posta. misteri gaudiosi, dolorosi, gloriosi. A noi piaceva il quinto mistero gaudioso. Ci faceva ridere, perchè zia Renata lo recitava così: “Nel quinto mistero gaudioso si contempla come Giuseppe e Maria ritrovarono Gesù che era sparito. Lo cercarono e lo trovarono nel tempio che sputava, essendo di anni dodici.” Il salto” di una sillaba iniziale ci divertiva moltissimo. Alla storia del braciere è legata quella dei carboni. Quando nell’immediato dopo guerra ed anche prima del secondo confitto mondiale, giungevano quasi in contemporanea intorno alle nove del mattino nel porto d’Ischia ed al pontile di legno ad Ischia Ponte le due vecchie motobarche, la “ Scarola” e il “Salvatore Padre” provenienti, la prima dal porto di Torre Annunziata e la seconda da Pozzuoli, cariche di carbone, nei due centri, già animati dal vociare e dal via vai di donne e uomini, chi diretti al mercato per la spesa quotidiana e chi al posto di lavoro, si inscenava una piccola e simpatica festa. Una festa di paese sicuramente, ma tanto improvvisata quanto ricca di buoni auspici.

Due personaggi del popolo, per l’attesa circostanza, abilitati a farlo, scendevano in piazza, per le strade principali e per i vicoli a dare il benvenuto alla “varca re caraun” giunta ad Ischia, annunciandone l’apertura della vendita al peso di un kilogrammo ed oltre, sia al Ponte che al Porto per chiunque ne avesse di bisogno. In realtà si trattava di due “banditori” con licenza di ricoprire quel ruolo. Tore ‘e Carretta a Ischia Ponte e Saturino a Porto d’Ischia, con voce tuonante e prolungata annunciavano al popolo, l’atteso “evento” che in pratica, permetteva di rifornire case, aziende, comunità di pescatori, cantieri navali, contadini che producevano il vino cotto e quanti altri ancora dipendevano per la vita, dall’uso di quel prezioso prodotto nero che fra l’altro sporcava anche. La festa, ignari di quanto accadeva, la facevano i bambini che seguivano divertiti i due banditori, come se ciascuno di essi fosse il flauto magico

antoniolubrano1941@gmail.com

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