AMARCORD C’erano una volta gli zampognari

Amici che mi leggete, vorrei farvi una domanda: avete visto in giro per Procida o sentito gli zampognari? Io non li ho visti, ma penso che sia una mia deficienza perché esco poco o quasi nulla. Oh, Dio, si campa bene anche senza sentire o vedere gli zampognari, ma la loro presenza conferisce quel poco in più alla vita che serve a farla accettare meglio. Sono sicuro che parecchi di voi penseranno: vedi un po’ questo! con tutte le schifezze che ci sono nel mondo, con tutti i morti , con tutte le guerre ed altre amenità varie che si vedono in giro , lui si preoccupa se sono venuti o no gli zampognari. E avete ragione a pensarla così! Ma, vedete, gli zampognari darebbero quel tocco di antico, di dolce, di primitivo a questa nostra vita già così difficile. Gli zampognari ci riporterebbero al mondo della fanciullezza, della gioventù, della spensieratezza ormai trascorso per sempre e senza nessuna possibilità di ritorno. A quel mondo che, a detta di molti, era migliore di quello in cui viviamo. Ma, secondo me, non è vero. Il mondo è andato sempre avanti allo stesso modo. Ci sono sempre state le guerre, gli ammazzamenti, le cattiverie, le calunnie, solamente che noi eravamo più giovani e tutto ci appariva più bello.


Ho un ricordo piacevolissimo degli zampognari. Da ragazzo li aspettavo con ansia; erano il simbolo del Natale: venivano preceduti da leggende che ci raccontavano a noi bambini: ci dicevano che scendevano dalle montagne, avvolti nei loro lunghi mantelli con i calzari di pelle, alcuni avevano grossi baffi e la pipa in bocca; si toglievano la pipa e cominciavano a soffiare nella cornamusa che si gonfiava e produceva quel suono meraviglioso che ci incantava. Noi ragazzi li aspettavamo quando si fermavano davanti al Crocefisso, “abbèscio ‘a Croce”, alla Madonna della Libera. Suonavano con aria seria, compresi del loro ruolo. Quasi sempre ondeggiavano sulle gambe e spesso veniva fuori qualche suono distorto come conseguenza dell’aver troppo bevuto. Non ricordo mai di aver visto uno zampognaro rifiutare un bicchiere di vino. E poi loro si allontanavano ed il suono delle loro zampogne rimaneva nell’aria proveniente da altri posti dove si fermavano a suonare la “novena”. Le vie erano silenziose, senza traffico, e le zampogne si udivano attraverso i campi. Uno di essi mi è rimasto impresso anche a tanti anni di distanza: era un uomo alto, molto alto, seguito da un giovane più piccolo, forse un figlio o un nipote,che indossava un giubbotto di pelo di pecora, con un lungo tabarro nero che gli scendeva dalle spalle, grossi baffi, calzari di pelle fino al ginocchio. Aveva un’aria solenne; sembrava una divinità campestre uscita da una fiaba; imboccava il becco della zampogna e ne faceva uscire un suono melodioso, accattivante, che faceva viaggiare il cervello verso mondi nascosti, primitivi, affollati di fauni e di ninfe campestri. Caro zampognaro della mia infanzia, sono sicuro che sei nei pascoli del cielo e suoni la zampogna per gli angeli. Quanto vorrei che qualche volta tu e scendessi da dove sei e venissi a suonare come una volta ai piedi del Crocefisso, “Abbèscio ‘a Croce”!




