CULTURA & SOCIETA'

AMARCORD Il ricordo della tragedia della Marina di Equa

Quando poi si dice di essere procidano! Perché cosa significa essere procidano? Significa essere diverso! E non sono presuntuoso. Noi abbiamo il mare nelle vene. Lo spunto me lo ha dato il giorno attuale: è il 29 dicembre. Quarantaquattro anni fa, alle sei di sera si inabissò la “Marina d’Equa”. Sembra ieri e son passati 44 anni! Ricordo che stavo ad una festa con amici presso l’hotel “Le Arcate”. La notizia giunse come un fulmine e attraversò la sala ove eravamo come una ventata gelida di morte. La musica si interruppe di colpo. Cominciarono a circolare i primi nomi dei morti. Dapprima con qualche perplessità e indecisione, poi, con quell’abilità che hanno gli uomini di mare a conoscere tutto di tutti. I nomi veri: Pierino Cibelli, Graziuccio Scotto di Marrazzo, Giuseppe Visaggio. Tutti li conoscevano e cominciarono i conciliaboli. Perché? Come la nave era affondata? Nessuno sapeva la verità, ma la vita del mare è fatta così: da un momento all’altro la morte ti si para dinanzi! È terribile pensare allo stato d’animo di questi uomini prima di morire, perché ci saranno stati alcuni attimi prima di rendere l’anima. Per questo essere procidano è diverso: la morte in mare non è una rarità! Io non ho fatto il navigante perché mio padre non ha voluto. Diceva che non dovevo fare la stessa vita sua.

Rimaneva mesi ed anni lontano da casa: nella sua carriera aveva subito alcuni naufragi; una volta, nel canale di Kiel, in Germania, la nave era saltata su una mina vagante, residuo della guerra. Saltò in aria tutta la prua ed un chiodo colpì in fronte un marinaio che morì sul colpo. Io non ho mai navigato, ma ho sempre vissuto in mezzo ai naviganti. Sia per riscontri familiari che professionali e ne ho assorbito tutte le problematiche, le sofferenze, i desideri. Ed è per questo che considero la gente di Procida diversa dalle altre. Qualcuno mi potrà dire che i morti sul lavoro ci sono dovunque, ed è vero. Ma la morte in mare è un’altra cosa! Oggi vengono alla mente i morti della “Marina d’Equa”, ma quanti altri ce ne sono? Anche dimenticati. È un lungo elenco che al solo leggerlo ti si stringe il cuore. Sarò presuntuoso, ma il procidano è diverso. È diverso perché se ti affacci sul mare e guardi oltre la superficie, scorgi decine e decine di braccia che dal fondo si protendono verso di te quasi a chiederti aiuto, ma tu non puoi fare niente: essi sono morti. E tu pensi: che siano diventati Santi. Perché, si! I morti in mare sono Santi!

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