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BAJOLA: il sogno visionario di Alice Iacono

di Malinda Sassu
A Ischia si può. Si può sopravvivere pur essendo piccoli, si può essere ecosostenibili, si può essere “diversi” in vigna ma soprattutto si può essere sognatori. Era questo il sogno di Alice Iacono che, tra vigne e palmenti, ha da poco terminato gli studi all’Accademia di recitazione a Roma; un sogno diventato realtà in bottiglia solo dal 2013 e con una storia tutta da raccontare. Ma cosa lega il teatro alla vigna e alla vita di questa ragazza di Riva del Garda all’Isola Verde è presto detto. Alice è infatti “figlia d’arte”, ha sempre vissuto fra le viti di cui si “nutre” suo padre Francesco Iacono, l’importante enologo di Arcipelago Muratori, ischitano di famiglia. Alice si sente di casa a Forìo, tanto da eleggere a sua residenza la vigna di famiglia che affaccia sul mare, delimitata da antiche parracine e trasformata negli anni in un bellissimo giardino: non può fare a meno dei profumi di camomilla spontanea e delle erbe che convivono tra i filari, ingentilendo le basse viti.

Un richiamo all’intreccio tra la sua famiglia e la vigna, alla sostenibilità ambientale e ai metodi biodinamici, pur se meno estremizzati, perché Ischia, come dice lei stessa, non “è una terra da sfruttare ma un patrimonio da rispettare e salvaguardare”. Bajola è il primo vigneto in Campania ad aver ottenuto il riconoscimento biologico, dallo scorso anno anche biodinamico-simbiotico: 7500 metri quadrati di terreni tufacei e sabbiosi ai margini del centro abitato di Forìo, su cui affondano le radici di vitigni non propriamente autoctoni; un laboratorio a cielo aperto che ricorda quanto l’Isola fosse un emporio ricco di varietà, prima dell’avvento della fillossera. “Voglio riportare a Ischia un significato oltre che agronomico anche personale” racconta Alice, “perché il vino è affetto, non solo qualcosa che fai perché qualcun altro lo beva”. Da qui l’uso di Sauvignon Blanc il vitigno più amato, il Vermentino, il vino del mare per antonomasia e che è la base forte del Bajola, il Viognier per quel senso di vino bianco dal lungo affinamento e la Malvasia delle Lipari, presente sull’isola da quando arrivò dai vivai di Messina, agli inizi del 900. Vinificata dai nonni un po’ abboccata, bevuta come elisir della domenica o durante le partite di tressette, “qui è chiamata malvasia, nessuno sa che è delle Lipari ma è quella”. E poi l’incrocio Manzoni, riesling renano e pinot bianco, a ricordo del passato da ricercatore del papà Francesco perché creare qualcosa di nuovo fa parte del gene di famiglia. La nuova idea del vino di

Alice è tutta nell’hashtag #vinoinvigna che nasce da un concetto tutto isolano: quando ad Ischia, come in tutta la Magna Grecia, si vinificava nei palmenti, grandi o piccoli che fossero ma comunque di dimensioni adeguate all’uva che veniva prodotta. Oggi come allora, Alice e la sua famiglia vinificano in vigna, in quest’antica cisterna di raccolta di acqua piovana trasformata in palmento. Le uve raccolte in giorni diversi vengono diraspate, lasciate cadere dolcemente in vasca a fermentare naturalmente, senza aggiunta di lieviti. Il mosto resterà lì, in questo palmento che sa di emozione antica, per almeno sei mesi sulle sue fecce fini, coccolato e protetto come un bambino. Riparato dalla luce e dall’aria, non subirà stress termico perché cullato alla stessa temperatura del terreno che poi è la stessa delle radici delle sue viti. Senza chiarifiche e senza solfiti, solo gas inerte a prevenirne l’ossidazione. E l’abbiamo provato insieme questo vino a metro zero del 2015, direttamente dal palmento e ancora in vigna a finire l’affinamento sur lies ma già ricco delle sue caratteristiche: dorate, gialle come il sole dell’Isola, dalle note agrumate ancora timide ma con vibrazioni acide distinte, presagio di un vino che saprà dare tanto di sé nel tempo, magari in terracotta, così come spera Alice nel suo prossimo futuro.

Per il momento la produzione si attesta su 2500/3000 bottiglie l’anno, per un prezzo medio in enoteca di 23 euro. Alice intanto non ha smesso di sognare, spera di essere da esempio per altri giovani che come lei si sono affacciati al mondo dell’ecosostenibilità: piccoli appezzamenti, vinificazione in vigna con le proprie varietà ma con criteri biologici e biodinamici, autocertificati e perché no, visto che di sogni si parla, magari distribuiti sul mercato nazionale ed estero da qualcuno affine a questi messaggi. “Perché altrimenti una realtà così ha senso solo per noi, un piacere privato. Invece vorremmo cercare di entrare in sintonia con il consumatore per spiegare cosa stiamo facendo, dando vita ad un progetto di turismo ecosostenibile”. Ha le gambe lunghe il sogno di Alice, parte da qui, per andare lontano. Ieri un sogno visionario, oggi una realtà sempre più viva.

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