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Barano: Pasqua senza “rova”, il regolamento del verde ne vieta la raccolta

A spiegarci le motivazioni è l’agronomo Franco Mattera, autore del regolamento, «raccogliere queste radici può causare smottamenti nel terreno»

È una delle tante restrizioni imposte dal regolamento per la tutela del verde pubblico e privato approvato, dal consiglio comunale di Barano: vietato raccogliere la robbia. Parliamo della “rova” ossia la radice di una pianta, del genere rubiacee, che nasce spontanea nei boschi ischitani e che viene utilizzata per tingere le uova di rosso. Dimenticate, quindi, le scampagnate nei boschi baranesi perché tingere le uova di rosso con queste radici potrebbe costarvi non poco. In realtà, il nuovo regolamento, fatica ancora a farsi spazio; in pochi lo conoscono e ancora bisogna stabilire le sanzioni per chi non dovesse rispettare uno di questi 27 articoli stilati dall’agronomo Franco Mattera.

Il Comune di Barano, nel 2015, indisse una selezione per individuare un esperto in materia di verde urbano a cui affidare proprio la redazione di un regolamento per la disciplina del verde urbano pubblico e privato del proprio territorio e, a risultare vincitore, fu l’agronomo Mattera a cui poi è stato affidato l’incarico. La filosofia di questo regolamento è ovviamente improntata su tutta alla protezione del verde, nella scia della legge N°10 del 2013, detta comunemente Legge Degli Alberi. Nonostante il titolo richiami al verde urbano pubblico e privato, il regolamento stilato dal Mattera interviene anche nei contesti non urbani, come i boschi (pineta di Fiaiano, e altri), le aree umide (Olmitello, Nitrodi, Buceto), gli ecosistemi tipici, ecc., dettando norme specifiche sia per i cittadini che per la stessa amministrazione comunale. Tra i 27 articoli troviamo quello in cui si vieta la raccolta della robbia, ma perché vietare la raccolta di una radice il cui utilizzo fa parte della nostra tradizione? «Raccogliere questa radice – ci ha spiegato Franco Mattera – in maniera indiscriminata è come quando si trovano i funghi; se si scava si disturba la vegetazione e se la radice raccolta si trova in pendio, e viene a piovere, quest’azione può provocare anche degli smottamenti. Uno stuolo di ricercatori che scava può essere dannoso soprattutto nei posti dove c’è la pendenza dove è più semplice raccogliere questa radice. Allora avviene un po’ quello che succede con le talpe: si muove tutto il terreno». Ovunque ci sia macchia mediterranea c’è la robbia, a Barano abbonda soprattutto nella pineta di Fiaiano, sul Montagnone e, in modo particolare, nei terreni abbandonati. «Ora il regolamento non è entrato ancora a regime – ci spiega ancora l’agronomo –  ma il mio consiglio è quello di coltivare la robbia».  L’articolo 7.e  del regolamento  parla chiaro “é vietato scavare nel suolo alla ricerca di radici di robbia (Rubia tinctoria L.) nel periodo pre-pasquale”, ma essendo stato ufficializzato appena un mese fa, abbiamo tutto il tempo di trovare una soluzione alternativa; l’idea è, infatti, quella di stilare un regolamento del verde anche per gli altri comuni dell’isola. L’utilizzo della robbia come colorante risale sin dai tempi del Neolitico e prosegue fino all’ ‘800 quando era considerata una delle piante principali per estrarre ben tre colori: il rosso, il blu e il giallo. Sulle tavole pasquali ischitane è da sempre stato un trionfo di queste uova, rigorosamente sode, che vengono tinte di rosso e che vengono utilizzate anche per decorare il casatiello. Le radici di robbia vengono pestate, o in un mortaio o con un matterello, poi vengono fatte bollire insieme a una manciata di sale e, naturalmente, le uova. Dopo qualche minuto, il gioco è fatto e le uova, oltre al colore, prenderanno anche un caratteristico sapore di terra. Ciò che ha dell’incredibile è che a Patmos, in Grecia, vi è la stessa usanza. Questo dato fa pensare che la tradizione delle uova rosse tinte con la robbia potrebbe risalire ai tempi in cui i Greci abitarono l’isola, colonizzandola.

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