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Bello, ma letale: “Nerium oleander”, l’oleandro

Nel 2017 i tg nazionali hanno riportato una notizia alquanto curiosa: l’avvelenamento di una famiglia di quattro persone a Milano, successivamente all’ingestione di spinaci (Spinacia oleracea) surgelati comprati in un supermercato, contaminati da mandragora (Mandragora officinalis) probabilmente erroneamente raccolta insieme a suddetto vegetale. Casi del genere succedono più spesso di quanto qualcuno possa pensare: diverse piante, spesso utilizzatissime per scopi alimentari (si pensi alle varie specie del genere Solanum, tra le quali annoveriamo le patate, i pomodori e le melanzane, rispettivamente S. tuberosum, S. lycopersicum e S. melongena) o ornamentali (tra le quali le piante del genere Brugmansia, dette “stramoni arborei” o “trombe degli angeli”, molto usate anche nei giardini ischitani) o semplicemente comuni (Datura stramonium, lo stramonio “originale” e le specie del genere Hyoscyamus, i giusquiami, sempre a mo’ di esempio), nascondono nel loro corpo potenti veleni: le specie qui citate appartengono tutte alla famiglia delle Solanaceae, note per i loro effetti allucinogeni e gastro-intestinali (nel caso delle piante commestibili dentro foglie, frutti immaturi, fusto, germogli e rami: potete mangiare con calma ciò che siete abituati a consumare!), ma anche in altre famiglie sono presenti piante tossiche, non per forza allucinogene (si pensi al Taxus baccata, il tasso, noto come “l’albero della morte”). Tra queste è presente una pianta utilizzatissima per il suo valore ornamentale: sorprende quasi il sapere che una pianta così tossica è presente praticamente ovunque sull’isola!

Nerium oleander, meglio noto come oleandro: tutti noi abbiamo familiarità con questo arbusto, presente in tutti i nostri comuni a margine delle strade e dei parchi. Pianta di origine mediterranea (sebbene il punto esatto di nascita della specie non è ancora chiaro), in natura tende a colonizzare ambienti vicini a fiumi ed ha foglie molto spesse per evitare perdite di acqua durante le secche estati tipiche del clima mediterraneo. Il nome del genere deriva proprio dal fatto che vive vicino ai fiumi (da “neros”, “acqua” in greco), mentre dubbi sorgono sull’aggettivo specifico: può derivare sia dall’unione di Olea (genere dell’ulivo, al quale assomiglia ma in maniera superficiale) e una qualche parola latina (3 sono le possibili opzioni, tra le quali la più probabile è quella che fa riferimento al rododendro); oppure deriva da “ollyo” (“io uccido”, sempre greco) unito ad “andros” (“uomo”), letteralmente “io uccido uomini”.  Coltivato da millenni dagli esseri umani, forse perfino citato dalla Bibbia (come “Rosa di Gerico”), l’oleandro era (come oggi, del resto) molto utilizzato per fini estetici nei giardini: la sua presenza è pressoché certa nelle zone di Pompei, dove è spesso disegnato negli affreschi (ad esempio, nel noto “Alessandro come Ares e Rossane come Afrodite”), così come nella Villa Livia (nell’affresco del giardino è rappresentato). Già allora però erano noti gli effetti che poteva causare l’ingestione di parti dell’arbusto.

Dentro l’oleandro, infatti, sono presenti principalmente l’oleandrina e la nerina: il nome delle sostanze, come si può facilmente evincere, deriva dal nome scientifico della pianta. Entrambi i composti (cosi come le altre sostanze tossiche presenti nell’arbusto) appartengono ai glicosidi cardiogenici, composti da una molecola steroidea assieme ad uno zucchero e un cosiddetto “gruppo R” (idrocarburo). Da come si può capire dal nome, esse hanno effetti cardiaci ma l’ingestione di oleandrina e nerina portano anche problemi a livello gastro-intestinale e al sistema nervoso centrale. Tra gli effetti si annoverano: nausea, vomito, dissenteria con sangue, tachicardia seguita da brachicardia, sonnolenza, tremori, convulsioni e perfino coma, oltre che alla morte. Fortunatamente i casi di avvelenamento sono molto rari e dal 1985 al 2005 solo 3 morti sono state confermate per ingestione di oleandro.

Detto ciò, sorprende lo stesso come una pianta tossica sia così onnipresente. Bisogna comunque farci attenzione, essendo letale. Particolare attenzione deve essere posta ai bambini che giocano nei pressi dell’arbusto, se per qualche motivo decidono di ingerire foglie o fiori (entrambi tossici) e dato il fatto che la concentrazione di tossine che può essere pericolosa è inferiore nei giovani. In caso di malaugurata assunzione, una corsa all’ospedale ed eventuale lavanda gastrica dovrebbe risolvere il problema, che speriamo non si presenti.

*BsC in STeNa e specializzando in Scienze della Natura presso “La Sapienza” di Roma

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