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Benvenuti ad Ischia, dove il prezzo della benzina rimane alle stelle

di Marco Gaudini
ISCHIA – Era da quasi 12 anni che non accadeva: giovedì 7 gennaio il prezzo del petrolio Opec è andato sotto i 30 dollari al barile fino a toccare quota 29,71, cosa che non si vedeva dal 5 aprile 2004. Il 12 gennaio le quotazioni del Brent, il petrolio del mare del Nord, hanno toccato i minimi da aprile 2004: il prezzo è sceso del 3,2% fino a 30,50 dollari al barile, in calo del 17,7% da inizio anno. Sicuramente ad accelerare il calo del greggio ha contribuito il fatto che due membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori, Iran e Arabia saudita, siano ai ferri corti in seguito all’esecuzione dello sceicco sciita Nimr al-Nimr da parte del governo Riad avvenuta sabato 2 gennaio. L’Arabia saudita stessa da tempo non accenna ad abbassare la sua produzione con l’intento di rendere i prezzi insostenibili per i concorrenti. Eppure quando l’automobilista italiano va a fare rifornimento nota solo lievi cali. Il motivo? «Sul prezzo gravano pesanti tasse e accise», ovvero imposte su produzione e vendita del prodotto, spiega Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, società di consulenza nell’ambito energetico. Il prezzo internazionale del gasolio è di 26 centesimi, quello della benzina di 30. Il prezzo ottimale del gasolio è attorno a 1,24 euro, quello della benzina a 1,45. Per calcolarlo si somma il prezzo internazionale del greggio con la tassazione e i margini. Considerato che «il margine sulla benzina è di 15 centesimi, il costo internazionale è pari a 30 centesimi, ne deriva che circa il 69% del prezzo è da imputare alle imposte», prosegue Tabarelli. Il restante 31% è costituito da costo del petrolio (21%) e margini (10%).

Nel caso del gasolio le tasse pesano per circa il 67% a fronte di un prezzo internazionale di 26 centesimi (21%) e 16 centesimi di costi di distribuzione (11%). Pertanto un calo del greggio incide solo sul 21% del prezzo del carburante. Il grosso della tassazione sui carburanti è dato dalle accise, che nella maggior parte dei casi hanno un’origine lontana nel tempo. La più antica era stata introdotta per la guerra di Abissinia del 1935. Se ne è poi aggiunta un’altra per la crisi di Suez del 1956. Poi per tutta una serie di emergenze che vanno dal disastro del Vajont del 1963 ai finanziamenti per le missioni in Libano e in Bosnia, passando per i terremoti del Belice, del Friuli e dell’Irpinia. Nella voce tassazione rientra anche l’Iva, imposta che si paga anche sull’accisa che, come denuncia l’associazione per i consumatori Aduc, è di fatto una tassa su una tassa. Abbiamo quindi detto che considerata le pesante pressione fiscale sui carburanti, il costo ottimale per gasolio e benzina è rispettivamente circa 1,2 ed 1,4 euro. Bene, anzi male! Questi prezzi, infatti, al massimo possiamo trovarli sulla terraferma, ma qui sull’isola invece, siamo molto lontani! Senza dover fare infatti molti sforzi e consultando il portale online “PrezziBenzina.it” si può vedere che il prezzo medio dei carburanti sull’isola si aggira per la verde intorno a 1,68 euro, mentre per il gasolio a 1,45 euro. In pratica un isolano per un pieno di benzina spende mediamente circa 17 euro in più rispetto ad un consumatore sulla terraferma. Quasi 30 centesimi in più per litro, un’enormità se consideriamo proprio i recenti aspetti del prezzo del greggio. Questi prezzi, però, conti alla mano non si possono giustificare con una pressione fiscale alta, perché abbiamo visto che il prezzo ottimale, comprensivo delle accise e dell’Iva si aggira intorno ad una cifra ben al di sotto di quello che sono costretti a pagare i cittadini dell’isola. Molte volte, si giustifica questa differenza tra l’isola e la terraferma con i costi del trasporto. Certamente questo incide, ed è opportuno considerarlo in una analisi complessiva, ma è davvero così “pesate”, tanto da far aumentare in media di circa il 30% in più il costo di un litro di verde o di gasolio? Sembra abbastanza pacifico che evidentemente dietro questi prezzi vi siano altre motivazioni, e non si può giustificare il tutto solo con il trasporto o con le tasse. Intanto però, il carattere di “insularità” rende abbastanza monopolistico il mercato dei vari distributori di carburante, azzerando praticamente ogni eventuale forma di concorrenza se non sulla terraferma. In passato vi sono stati numerosi interventi delle autorità proprio in merito a questi aspetti, sembra però che adesso, proprio mentre in tutto il mondo la crisi del greggio sta determinando dei risparmi seppur non rilevanti, queste autorità sono un po’ assopite, soprattutto sulla nostra isola. A tutela dei consumatori, è forse bene che chi di dovere intervenga e verifichi se il tutto è regolare o se invece vi sono delle speculazioni sulle spalle dei cittadini.

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