Serrande abbassate e vetrine vuote: il prezzo del turismo che non spende
Alberghi pieni ma corsi deserti: cresce il numero di attività che chiudono a causa di quell’8% di strutture alberghiere low cost per un turismo “tutto compreso” che non genera indotto. Quando la spesa resta dentro le strutture ricettive, a pagare il prezzo sono commercio, servizi e futuro economico dell’isola.

C’è un indicatore che racconta la crisi meglio di qualsiasi statistica ufficiale: le serrande abbassate.
Passeggiando tra i corsi principali di Ischia, soprattutto nei mesi che dovrebbero segnare l’avvio della stagione, il colpo d’occhio è cambiato. Vetrine vuote, cartelli “fittasi”, locali che aprono e richiudono nel giro di pochi mesi. Non è solo fisiologia commerciale: è il segnale di un equilibrio economico che si sta spezzando.
Negli ultimi anni una parte consistente del flusso turistico si è trasformata. Non tanto nei numeri – che restano importanti – quanto nella capacità di spesa sul territorio. A riempire le strutture sono sempre più spesso formule ultra-inclusive, pacchetti chiusi che concentrano consumi e servizi all’interno dell’hotel. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno persone nei ristoranti indipendenti, meno acquisti nei negozi, meno prenotazioni per escursioni, taxi, noleggi, servizi benessere esterni.
Un tempo il turista rappresentava un moltiplicatore economico. Oggi, in troppi casi, diventa un consumatore “intrappolato” nel perimetro della struttura ricettiva. Esce poco, spende poco, contribuisce marginalmente all’economia diffusa. E quando la spesa media si abbassa drasticamente, l’effetto a catena è inevitabile.
I commercianti parlano di incassi ridotti anche nei ponti primaverili e nelle festività che storicamente garantivano ossigeno alle casse. Le attività stagionali faticano a riaprire, alcune rinunciano del tutto. Chi resta aperto deve comprimere margini già sottili, mentre costi di affitto, energia e personale continuano a crescere.
Il paradosso è evidente: alberghi pieni non equivalgono più a paese vivo. Le camere occupate non si traducono automaticamente in tavoli prenotati o borse della spesa piene. È un turismo che “pesa” meno sull’economia locale pur gravando sulle infrastrutture e sui servizi pubblici.
Quando il modello dominante diventa quello del prezzo più basso possibile, l’intera filiera si adegua o soccombe. Il negozio che propone prodotti di qualità non può competere con una clientela che ha scelto la destinazione esclusivamente per risparmiare. Il ristoratore che lavora su materie prime selezionate non intercetta chi ha già pagato pasti illimitati in pensione completa. Il terziario avanzato – servizi, consulenze, esperienze personalizzate – non trova domanda sufficiente.
Si crea così una frattura silenziosa: da un lato le strutture che puntano sui grandi volumi a margini ridotti; dall’altro un tessuto commerciale che vive di valore aggiunto e che senza turismo di qualità non regge. Nel mezzo, un’isola che rischia di perdere identità economica.
Le chiusure non sono soltanto numeri. Ogni locale sfitto è un posto di lavoro in meno, un giovane che rinuncia a investire, una famiglia che riduce reddito e prospettive. È un impoverimento progressivo che non fa rumore quanto una campagna pubblicitaria, ma incide molto di più nel lungo periodo.
Il danno maggiore è strutturale. Quando un centro commerciale naturale perde attrattività, recuperarlo diventa difficile. Le vetrine spente generano altre chiusure, abbassano la percezione di vivacità, riducono il tempo di permanenza dei visitatori. È un circolo vizioso che si autoalimenta.
Il punto non è demonizzare le offerte né ignorare la necessità di riempire le camere in determinati periodi. Il nodo è comprendere che un turismo che non spende fuori dagli hotel non sostiene un’isola complessa come Ischia. Senza un equilibrio tra ricettività e indotto, il sistema si sbilancia.
Un territorio vive se la ricchezza si distribuisce. Se resta concentrata – e per di più compressa nei margini – non genera sviluppo, non crea investimenti duraturi, non alimenta innovazione.
La vera domanda, allora, non riguarda soltanto le tariffe alberghiere, ma il modello economico complessivo: vogliamo un’isola con hotel pieni e corsi deserti, o un sistema in cui ogni presenza diventi valore condiviso?
Perché le serrande abbassate non sono un dettaglio estetico. Sono il termometro di una trasformazione che, se non governata, rischia di diventare irreversibile.





“la vera domanda, allora, non riguarda soltanto le tariffe alberghiere, ma il modello economico complessivo: vogliamo un’isola con hotel pieni e corsi deserti, o un sistema in cui ogni presenza diventi valore condiviso?”
NO la vera domanda è:
cosa si è fatto negli ultimi 20 ,25 anni ad Ischia per attrarre un turismo di qualità di fascia medio alta?
Niente si è pensato solo ad aumentare le camere, si è continuato ad abusare del territorio traffico compreso, pensando che gli incassi arrivavano dal cielo o per grazia ricevuta.
I soldi quelli pesanti il turista li spende dove trova comfort ,servizi , natura da esplorare..
Sono venuto a Sant Angelo per molti anni
Non verrò piu
Per voi il turista è solo un pollo da spennare .
Con gli stessi soldi ho solo l imbarazzo della scelta