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CRONACA

Braccio di ferro per 4mila euro, sconfitta l’Inps

L’ente pretendeva la restituzione della cifra percepita da una pensionata isolana, difesa dall’avvocato Vito Mazzella

L’Inps non può chiedere la restituzione delle somme assegnate erroneamente a titolo di pensione. È questo il responso del Tribunale di Napoli, sezione Lavoro e Previdenza, in un processo che ha riconosciuto le ragioni di una cittadina isolana, pensionata, rappresentata e difesa dall’avvocato Vito Mazzella. La signora aveva ricevuto quasi due anni fa un avviso di pagamento mediante il quale l’ INPS chiedeva la restituzione di € 3.935,16 per “asserite” maggiori somme corrisposte per gli anni dal primo gennaio 2015 al 31 agosto 2017. Nel contestare tale pretesa, la difesa argomentò innanzitutto che tale atto era privo di qualsiasi motivazione, e inoltre di non avere mai ricevuto tali somme, per cui chiedeva l’annullamento dell’atto opposto e la corresponsione delle somme non corrisposte. Veniva anche sottolineata la mancanza di qualsiasi valida motivazione, a fondamento delle pretese dell’Inps, e nessuna delle richieste di spiegazioni proposte in via amministrativa avevano avuto alcun esito. Di conseguenza, allo scopo di vedere sancita l’illegittimità di tali pretese, la pensionata tramite il proprio legale chiese al Giudice del lavoro in via preliminare ed urgente, di sospendere l’efficacia esecutiva dell’avviso per evitare il formarsi del ruolo esattoriale e l’esecuzione mediante l’agente alla Riscossione ed esporre la signora ad esecuzione forzata, con aggravi di spese per difendersi innanzi alla Giustizia, mentre in via principale chiedeva di accogliere il proposto ricorso per tutti i motivi citati e pronunciare declaratoria di estinzione del credito portato nell’atto opposto, annullarlo, dichiarare non dovuto l’importo richiesto ed ordinandone la cancellazione immediata. Inoltre, in via riconvenzionale, si chiedeva di accogliere la domanda nei confronti dell’Inps affinché venisse accertato e dichiarato il diritto ad essere corrisposte a favore della ricorrente per la pensione di € 3.935,16 del periodo in questione, oltre quelle successive maturate e maturande, oltre interessi e rivalutazione.

Durante il dibattimento, l’Inps attraverso un’articolata memoria affermò l’infondatezza della domanda, dal momento che la cifra in questione era destinata al marito della signora, deceduto nel marzo 2017. Il Tribunale, nel decidere la controversia, ha costruito una serie di dettagliate motivazioni, prendendo le mosse dalla legge 88/89 in cui viene stabilito il principio generale dell’irripetibilità delle somme che siano state indebitamente percepite a titolo di pensione dagli assicurati in conseguenza di un qualsiasi errore, pertanto, anche in caso di revoca o annullamento del provvedimento originario, salvo il caso di dolo dell’interessato, poi puntualmente precisato dalla legge 412/91. E il Tribunale ha ritenuto che in assenza della prova di qualsivoglia comportamento doloso del titolare del beneficio previdenziale in questione debba trovare piena applicazione quanto disposto dall’art. 13 della L. 412/91.

In mancanza di dolo dell’assicurato, l’Inps non può chiedere la restituzione, e comunque non vi è stata, da parte della ricorrente, alcuna omissione, alcuna incompleta segnalazione “di circostanze incidenti sul diritto o sulla misura della pensione, che non siano già conosciute o conoscibili dall’ente competente

In sostanza, ove l’INPS lasci decorrere più di un anno dall’effettiva conoscenza o dalla concreta possibilità di conoscenza degli elementi necessari alle operazioni di recupero, non può più ripetere alcuna somma dall’assicurato, ma solo rettificare per il futuro i propri provvedimenti. Una delle sentenze-chiave della Cassazione citate nel verdetto è quella n.8731 del 2019 secondo cui “in tema di indebito previdenziale, il dolo dell’assicurato, idoneo ad escludere l’applicazione delle norme che limitano la ripetibilità delle somme non dovute, in deroga alla regola generale di cui all’art. 2033 c.c., pur non potendo presumersi sulla base del semplice silenzio, che di per sé stesso, non ha valore di causa determinante in tutti i casi in cui l’erogazione indebita non sia imputabile al percipiente, è configurabile nelle ipotesi di omessa o incompleta segnalazione di circostanze incidenti sul diritto o sulla misura della pensione, che non siano già conosciute o conoscibili dall’ente competente”.

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E nel caso in questione non è in alcun modo configurabile una delle condotte indicate dalla Corte di Cassazione nella sentenza citata, in quanto non vi è stata, da parte della ricorrente, alcuna omissione, alcuna incompleta segnalazione “di circostanze incidenti sul diritto o sulla misura della pensione, che non siano già conosciute o conoscibili dall’ente competente”.

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Il Tribunale ha inoltre articolatamente argomentato sulla compensazione legale e giudiziale.

Il controcredito, per avere efficacia estintiva deve essere, quindi, certo (con riferimento sia alla sua esistenza che alla sua quantificazione) ed incontrovertibile (cioè fondato su di un titolo non più soggetto a modificazioni a seguito di impugnazione non solo nella sua esattezza, ma anche nella sua esistenza).

Non avendo il controcredito vantato dall’INPS tali caratteristiche, secondo il Tribunale può rilevarsi la non operatività dell’eccezione di compensazione e il non prodursi dell’effetto dell’estinzione del debito principale.

Ciò senza considerare che l’INPS non ha formalmente avanzato e proposto, come era suo onere, alcuna eccezione di compensazione a pena di decadenza nei termini di cui all’art. 416 c.p.c. né fornito la prova della certezza dell’esistenza (an) e dell’ammontare (quantum) del proprio controcredito.

L’INPS, in definitiva, non ha mai motivato le ragione della trattenuta operata dall’Istituto nella misura sopra indicata.

Nel caso in esame non vi è alcuno documento in grado di giustificare l’operato dell’INPS.

In ogni caso non sussiste e comunque non è provato alcuna forma di dolo da parte della ricorrente.

La domanda della signora è stata quindi accolta.

L’agire dell’INPS di recupero di somme tramite trattenute sulla pensione non può essere convalidato e quindi va dichiarata illegittima la trattenuta operata dall’INPS.

Il giudice Federico Bile ha quindi accolto il ricorso dell’avvocato Vito Mazzella, disponendo l’annullamento del debito, «con restituzione di quanto già indebitamente trattenuto per effetto dell’avviso di pagamento con cui l’INPS ha chiesto la restituzione di € 3.935,16 per “asserite” maggiori somme corrisposte per gli anni dal 2015 al 2017, e ha dichiarato che la signora non è tenuta alla restituzione delle somme che si presumono percepite, ordinando la restituzione di quanto trattenuto sulla pensione in godimento. L’Inps è stata anche condannata al pagamento delle spese di lite liquidate in complessivi € 1.350.

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