MOLTO FREDDO, MOLTO SECCO CON LIME I veri bulli sono gli adulti

di Lisa Divina
La maestra lancia l’appello anti-bullismo, e boom: indignazione collettiva, titoli sui giornali, politici che twittano, mamme che piangono sui social. Come se fosse la fine del mondo. Esagerato? Assolutamente sì. Perché, diciamocelo: i ragazzi si sono sempre presi in giro, è il loro modo barbaro di testare i confini. Non è bullismo da ergastolo, è vita da cortile scolastico. E no, non sto difendendo i piccoli teppisti – solo che demonizzarli come serial killer in erba non aiuta nessuno. Né tantomeno mettere la vittima sotto i riflettori come una star di reality, tipo “Ballando con le Stelle del Dolore”. Meriterebbe attenzione? Certo, ma non quella da circo mediatico. Il vero disagio, miei cari, è nostro. Noi adulti, eterni Peter Pan con mutuo e rughe, che da un lato vorremmo i figli in una bolla di cotone idrofilo – guai a crescere! – e dall’altro li ignoriamo quando aprono bocca, troppo presi dal nostro feed di Instagram. “Bullismo? Affare di Stato!” urliamo, mentre firmiamo petizioni online invece di spegnere il telefono e ascoltare. Perché i ragazzi cercano spazio nel mondo, si scontrano, si misurano.
È evoluzione darwiniana con felpe oversize. Invece di invocare leggi speciali, rendiamoci conto: non siamo vittime né bulli, solo umani che barcollano verso l’equilibrio. E tutto questo polverone nasconde la nostra pigrizia educativa. Ma veniamo al succo, senza spremere troppo: servono strumenti risolutivi. Perché lamentarsi è facile, risolvere richiede un po’ di sforzo. Le famiglie dovrebbero impegnarsi per un ascolto attivo, non prediche passive. Dialogo quotidiano, non interrogatorio. Sedetevi a cena senza schermi. Chiedete: “Com’è andata oggi? Qualcuno ti ha rotto le scatole?” Ascoltate, senza giudicare. Magari basta chiarire che se un bambino offende un altro è solo la manifestazione di un disagio. Disagio di chi subisce ma anche di chi aggredisce. Perché deridere il prossimo non è solo una prepotenza ma è prima di tutto una debolezza che nasconde una difficoltà del “bullo”. Ma sembra che etichettando il bimbo come bullo perda il suo diritto all’essere ascoltato. E qui casca l’asino: continuiamo a dividere il mondo in buoni e cattivi, vittime da compatire e mostri da isolare, come se fosse un film di supereroi invece che la vita reale. Invece no. Entrambi – vittima e bullo – sono bambini con le loro crepe: uno forse si sente fragile, diverso, esposto; l’altro magari scarica insicurezze, rabbia accumulata a casa e la paura di non essere abbastanza. Etichettare è separare e non risolve ma amplifica il divario. Dovremmo invece promuovere programmi di integrazione che si snodino dalle scuole alle famiglie, mettendo “vittima” e “bullo” sullo stesso piano. Non per minimizzare il danno – il dolore c’è e va curato – ma per insegnare che entrambe le parti hanno difficoltà e differenze che possono diventare costruttive. Immaginate laboratori misti dove ognuno porta le sue paure e le sue risorse. Si impara a guardarsi negli occhi, a dire “io mi sento così”, a scoprire che l’altro non è un mostro ma un ragazzino che inciampa pure lui. Quindi smettiamola di fare le crociate contro i mostri in erba. I ragazzi non sono irrecuperabili, sono in costruzione. In fondo, il bullismo non si eradica con leggi o like, ma con adulti che smettono di essere bambini viziati. Se non mettiamo in pausa il nostro ego restiamo noi i veri bulli del sistema.





