CULTURA & SOCIETA'

MOLTO FREDDO, MOLTO SECCO CON LIME Subiamo il “disagio” dei bulli e il “trauma” delle vittime

di Lisa Divina

Rileggendo ciò che ho scritto la settimana scorsa e osservando i commenti che ne sono scaturiti, mi sono resa conto che è necessario tornare sull’argomento. Non per ripetere, ma per approfondire. Perché quando si parla di bambini, educazione e responsabilità, non basta mai una sola riflessione. Spesso si tende a escludere le esperienze di chi si esprime, come se ogni opinione nascesse dal nulla. E invece ognuno di noi porta con sé una storia fatta di alti e bassi, di ferite e di conquiste. È proprio da lì che nasce una visione del mondo. Una visione che non pretende di sostituirsi alle altre, ma che può integrarsi, ampliarsi e diventare occasione di dialogo. È esattamente ciò che è accaduto con il mio precedente articolo: si è aperto un confronto vero, a tratti acceso, ma autentico. Un modo per rivedere se stessi e il proprio punto di vista. E questo, oggi, è già un atto rivoluzionario. La mia visione si è sicuramente arricchita di nuove domande e verità. Accogliere un’opinione non significa arrendersi, ma educare.

Perchè quando accogliamo un confronto senza metterci su un piedistallo, senza pretendere che la nostra visione sia l’unica possibile, stiamo educando al rispetto. Stiamo insegnando — a noi stessi e ai bambini — che il dialogo non è una minaccia, ma uno strumento per affrontare il disagio. Perché, nonostante ciò che molti adulti credono, i bambini vedono e capiscono tutto. E soprattutto assorbono, ogni cosa. Ogni nostro gesto, ogni nostra reazione, ogni nostro modo di affrontare un conflitto diventa per loro un modello. Quel modello, nel bene o nel male, lo riprodurranno. I bambini si confrontano, si provocano, si misurano. È parte della loro crescita. L’adulto, davanti a queste dinamiche, spesso interviene per proteggere. È naturale. Ma per proteggere servono gli strumenti giusti o rischiamo di fare peggio. E soprattutto rischiamo di trasformare la nostra visione in un’imposizione. E l’imposizione, anche quando nasce da buone intenzioni, può diventare una forma di bullismo. Si dice: “e figl so piezz ’e core”. Ed è vero. Ma proprio perché sono pezzi di cuore, dovremmo ricordarci che spesso le tensioni interiori degli adulti si riversano sui bambini. Non sono loro a nascere bulli o violenti ma, spesso, con il loro comportamento “brutto”, manifestano un disagio. Un disagio che si sfoga sul più fragile, perché è l’unico modo che conoscono. Dovremmo dircelo con onestà: non è proteggendo la vittima che si ferma l’abuso. Ma affrontando il disagio del carnefice (che quasi sempre è un bambino “ferito” ) che si interrompe davvero la catena della violenza. Per farlo serve un approccio diverso: non legale, non punitivo, non spettacolarizzato. Serve un approccio psicologico ed educativo. Serve preparazione. Servono esperti che sappiano leggere i segnali, valutare e periziare per suggerire il percorso giusto. Serve ascoltare chi, come l’Associazione “La Voce dei Ragazzi”, chiede un cambio di prospettiva. Una realtà che accoglie il trauma della vittima ma anche il disagio del bullo. Chiudendo questa riflessione, non posso ignorare ciò che è accaduto a Forio riguardo alla notte da incubo vissuta dall’anziano derubato nella propria abitazione. Un gesto comune in apparenza, ma molto grave per ciò che rappresenta. Un episodio che racconta, ancora una volta, una società adulta che predica bene e razzola male. Se questo è l’esempio che la nostra società offre con atti di prepotenza, furbizia, mancanza di empatia, allora come possiamo davvero aspettarci che i bambini non siano suggestionati da questi comportamenti? I bambini non imparano da ciò che diciamo loro di fare. Imparano da ciò che siamo. Dal modello che offriamo loro. La domanda è: siamo sicuri di essere un buon esempio?

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