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Buoni spesa e dintorni, GB spegne le polemiche: «Lavoro duro e di squadra»

Il sindaco di Casamicciola fa il punto dell’emergenza sanitaria e guarda con circospezione alla fase 2: «Occorre notevole prudenza, dobbiamo evitare una nuova e più violenta ondata di contagi che vanificherebbe tutti i sacrifici fin qui sostenuti»

I buoni spesa hanno fatto discutere un po’ ovunque: a Forio si è reso necessario rifare la graduatoria. Quali criteri sono stati seguiti a Casamicciola?

«Per i buoni-spesa abbiamo dovuto esaminare oltre 600 domande in pochi giorni. Abbiamo tenuto conto di diversi parametri. Un lavoro non facile oltre che delicato, ma siamo riusciti a farcela»

«Abbiamo tenuto conto di diversi parametri, come la percezione di uno stipendio, di una pensione, della perdita del lavoro, di un fitto da pagare mensilmente. Inoltre abbiamo dovuto tener conto della condizione dei terremotati: seppur già tutelati dal punto di vista del vitto, abbiamo pensato alle esigenze di prima necessità quali le spese per farmaci, oppure l’occorrente per la cura di neonati e bambini. Sono arrivate circa 570 domande, di queste ne sono state escluse 36 perché erano stati commessi errori nella compilazione, e un’altra quarantina perché non erano presenti i requisiti minimi necessari. I buoni a seconda delle fasce sono stati previsti nella misura di euro 50, 65, 100, 175 e 200».

Su alcuni media è stato tirato in ballo un presunto atteggiamento critico da parte del consigliere Giovanni Barile che però in una nota ufficiale ha lodato l’impegno dell’amministrazione. Ci dice dov’è la verità?

«Tutta l’amministrazione ha lavorato duramente in maniera compatta. Ci sono e ci devono essere confronti, si discute insieme per poi giungere alla sintesi, e siamo riusciti a venire a capo di quello che era comunque un compito impegnativo. Diciamo la verità: non era affatto semplice, come è testimoniato del resto dalla cronaca sul resto dell’isola. Ovunque ci sono state lamentele, perché qualunque fosse stato il criterio di assegnazione dei buoni spesa restava il fatto che i fondi erano pochi e le domande erano molte. In pochi giorni abbiamo dovuto esaminare oltre seicento domande, verificando tutti i dati per inserirli in modo da ottenere un database e stilare una graduatoria, poi sono stati stipulati gli accordi con gli esercenti: insomma, un lavoro non certo facile, oltre che delicato, riuscendo a farcela anche senza che i cittadini si recassero fisicamente al municipio. La decisione andava comunque presa e l’abbiamo fatto, cercando la miglior soluzione possibile. Un 10% dei fondi (6.400 euro circa) lo abbiamo consegnato direttamente alla Catena Alimentare che lo gestirà autonomamente: siamo stati l’unico Comune a farlo. Dunque è inutile perdere tempo dietro alle chiacchiere, quello che conta è essere riusciti a raggiungere il risultato della distribuzione dei fondi alla cittadinanza che ne aveva effettiva necessità».

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«Le presunte critiche di Barile? Non bado alle chiacchiere, in realtà abbiamo lavorato tutti in maniera compatta, confrontandoci, discutendo e arrivando a una sintesi. Del resto sull’intera isola l’assegnazione dei buoni-spesa ha creato lamentele: era inevitabile pensando al fatto che i fondi erano limitati e le domande sono state molte»

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Dopo aver distribuito i buoni spesa pensa che lo Stato dovrà prevedere ulteriori e più ingenti stanziamenti per i più bisognosi?

«È una domanda difficile. Dipende tutto da come evolverà la situazione dopo il 3 maggio. Probabilmente bisognerà rimpinguare il fondo. In ogni caso noi abbiamo previsto nell’apposita determina che chi ha sbagliato nel formulare l’istanza potrà riprovare a farlo in maniera corretta, e il Comune rivaluterà la domanda, anche in base ai fondi presenti sul conto. È un ulteriore modo per cercare di essere vicini alle esigenze dei cittadini».

Turismo fermo e diportismo pure: si spiega così la Cassa integrazione per i lavoratori di marina di Casamicciola?

«Presumo che Lei sia a conoscenza del fatto che la mia amministrazione ha salvato la società Marina di Casamicciola, grazie a un duro lavoro lungo quattro anni per uscire dal fallimento. Può quindi immaginare quanto mi dispiaccia il fatto che si sia dovuti ricorrere a tale ammortizzatore, cosa che non avevamo mai pensato di fare anche nei tempi più neri delle passate gestioni. Purtroppo adesso ci troviamo in una situazione assolutamente eccezionale, con gli incassi praticamente a zero. È un discorso che vale per qualunque azienda. Si tratta di una soluzione peraltro messa sul tavolo dal Governo. Non ricorrervi avrebbe significato esporre Marina di Casamicciola a problemi seri in una fase successiva, quando sarebbe stato troppo tardi. So bene che la Cassa integrazione significa ulteriori sacrifici per i lavoratori, ma meglio sopportare tali sacrifici temporanei, che finire coi conti in rosso per l’azienda».

Senza un intervento forte del governo centrale, c’è il rischio dissesto per i comuni italiani per l’assenza di entrate?

«Senza un intervento deciso del Governo, molti Comuni d’Italia rischiano il dissesto. Vista la mancanza di entrate, diventerebbe anzi inevitabile. È necessario aprire alla possibilità di fare ricorso a risorse come quella della Cassa depositi e prestiti»

«Secondo me questo rischio esiste. Anche noi siamo preoccupati per il bilancio. Prendiamo la Tari: per il bilancio è una voce che finisce in parità, in quanto le entrate devono essere pari alle uscite. Ma adesso tutti gli alberghi sono chiusi, tutti i lavoratori impiegati nel settore turistico non stanno lavorando. Anche se più in là, magari in autunno, arriverà il momento del pagamento della prima rata, e a quel punto si dovranno fare delle scelte di priorità. Un Comune come quello di Casamicciola, che è riuscito a uscire fuori dalle sabbie mobili del pre-dissesto, ma che comunque è ancora alle prese con alcune ferite, non credo che possa fare salti mortali per fronteggiare questa anomala situazione economico-finanziaria. Senza un forte intervento del Governo, i Comuni potrebbero davvero precipitare in una condizione in cui sarebbero costretti a dichiarare bancarotta. Non vedo altra via d’uscita se non la possibilità di attingere a risorse quali ad esempio la Cassa Depositi e Prestiti. Stesse preoccupazioni ho per l’Amca, un’altra partecipata che stava finalmente uscendo da un difficile periodo. Il problema dunque è di tutti i Comuni: non credo che vi siano amministratori che non condividano le mie preoccupazioni, e anzi man mano che passano i giorni, le preoccupazioni purtroppo diventano certezze».

L’ultima domanda: cosa si aspetta dalla fase 2?

«La preoccupazione del presidente della Campania, De Luca, è legittima: se le regioni del Nord dove la situazione è ancora più grave della nostra decidono per una riapertura troppo precipitosa, De Luca parla di chiudere i confini regionali. In pratica, una misura simile a quella che noi sindaci isolani avevamo varato il 23 febbraio, prendendoci moltissime critiche, quando invece si trattava di pura logica. Io credo che i sacrifici maggiori, e in maniera più drastica, avrebbero dovuto essere imposti a febbraio e marzo: in quel momento chiudere tutto e impedire gli spostamenti era possibile ed era necessario. Se oggi la Campania conta quattromila casi di positività al coronavirus, molti di essi sono legati a storie di persone venute da regioni dove il virus già circolava in una percentuale piuttosto alta. Passare alla fase 2 significa soprattutto capire come si vuole monitorare la pandemia perché, parliamoci chiaro, il problema non è risolto. Capisco le esigenze di natura economica, viste le difficoltà che l’intero Paese sta affrontando sotto questo profilo, ma non dobbiamo dimenticare le esperienze e gli insegnamenti del passato: quando l’influenza spagnola colpì il mondo tra il 1918 e il 1920, anche all’epoca si pensava a una corrispondente seconda fase, ma purtroppo proprio in tale fase ci furono ancora più vittime che in precedenza. Molti pensavano che la situazione fosse normalizzata, e con l’allentamento delle precauzioni il morbo divenne ancora più virulento e letale. Dunque, nel pensare alla fase 2 ci vuole moltissima cautela, perché potremmo vanificare in un colpo solo tutti i grandissimi sacrifici fatti in quaranta giorni. Servono precauzioni e razionalità. Non c’è nemmeno evidenza che il clima estivo possa essere d’aiuto. Non possiamo rischiare un disastro. Fra l’altro, in tutta Italia e quindi anche in Campania, non sappiamo quanti asintomatici ci siano in giro. Personalmente mi preoccupa questa nuova fase. Invito tutti a non far sì che le legittime e indifferibili esigenze economiche arrivino a creare involontariamente un aggravamento del problema sanitario. Oltre alla cautela è necessario che venga dato spazio alla competenza: la scienza può e deve essere da guida per ottenere regole precise che possano limitare le conseguenze negative della riapertura».

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