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Quello che potrebbe accadere al lavoratore stagionale

Di Graziano Petrucci

Forse siamo di fronte a una possibile mutazione genetica del lavoro stagionale, del mercato di riferimento sulle isole a vocazione turistica e della sua analisi. Sia per chi, di solito, lavora sei mesi l’anno – approfittando per il periodo in cui non presta il proprio servizio dell’indennità di disoccupazione- e sia per gli imprenditori. Credo che sia arrivata l’ora di smetterla di ragionare in forma ristretta e sciatta allo stesso modo del leader della Lega, Salvini, quando lancia le solite menate prive di logica e valutare una serie di opportunità che potrebbero aprirsi cui non abbiamo pensato perché di fronte al cambiamento, in questo caso si parla della NASPI, siamo abituati a storcere il naso. Per intenderci, in maniera semplice, la NASPI occuperà il posto dell’indennità di disoccupazione ormai quasi mandata in pensione dagli effetti del Jobs Act. Sia chiaro, anche a me verrebbe la pelle d’oca se sapessi che essere occupato sei mesi mi farà percepire soltanto l’equivalente pari al cinquanta per cento del periodo lavorato e mi roderebbe il culo. Voglio tentare di introdurre un nuovo filone di ragionamento e scoprire magari che quello che oggi appare come una delle sette piaghe d’Egitto è in realtà una svolta e un beneficio doppio sia per l’economia turistica e sia per chi in albergo ci lavora da anni. Dimenticate per un momento l’era precedente in cui chi prestava il proprio servizio per metà dell’anno per il restante poteva campare con l’aiuto della Madonna attraverso l’assegno di disoccupazione. Dimenticate per un attimo la politica turistica che in questi anni ha aperto falle e fatto bene soltanto agli albergatori sleali e ricordatevi, però, che non tutti sono disonesti. Qualcuno, tanto per porre l’accento, è solo disonesto e qualche altro non è neppure albergatore e ancora meno imprenditore. Tenete a mente che pure gli imprenditori, tra quelli che rispettano le regole e come voi si fanno il culo per restare sul mercato, sono lavoratori. Aggiungete a tutto questo una riflessione. Cioè che a molti dei proprietari d’albergo, in specie quelli «falsi», che sfruttano e si comportano come se vi stessero facendo una cortesia, fa piacere ottenere il massimo rendimento da questo momento di precarietà che tanti hanno rispetto al proprio futuro e faranno di tutto per difendere una rendita di posizione che sono riusciti a conquistarsi nel tempo. In definitiva ad alcuni locandieri conviene tenere la stagione lavorativa ridotta, fare il pieno di ospiti e sfruttare i propri dipendenti. Alla fine, a differenza di quanto avviene per gli stagionali, questa tutela eccessiva rappresenta il loro assegno di disoccupazione che, ovviamente, non vogliono abbandonare. Al di la del merito circa l’uso dei contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti che anche in albergo garantisce, a chi li utilizza, sgravi fiscali, contribuisce ad aumentare il numero degli occupati su base nazionale e il dipendente che lavorerà sei mesi, in ragione di questa modalità di assunzione, per i mesi restanti non potrà richiedere la disoccupazione, voglio introdurre un punto di vista differente. Molti, sono plagiati psicologicamente da collaborazioni e giochi di forza decennali con l’albergo in cui sono occupati. Spesso i turni superano l’orario stabilito dalla legge: ore in più “lavorate” che restano non riconosciute o retribuite. Questo meccanismo garantisce un rapporto di sudditanza sulla base del quale si è disposti a non chiedere niente per garantirsi il lavoro pure per l’anno successivo. Se invece si cominciasse a parlare di «destagionalizzazione» e a spingere in questa direzione fosse proprio la categoria dei lavoratori stagionali? Cioè se al posto di chiedere la cancellazione della NASPI, si sostituisse la richiesta di allineamento della stagione turistica agli standard europei e l’allungamento del periodo di lavoro oltre i sei mesi, magari a dieci o undici, da indirizzare agli imprenditori? Diventerebbe allora necessario per l’impresa adeguarsi al mercato oltre che provvedere alla creazione di pacchetti ad hoc per intercettare il flusso turistico invernale che in Europa interessa circa 150 milioni di persone. Diverrebbe inevitabile la pretesa dell’impiegato di farsi pagare lo straordinario, qualora superasse le ore previste, perché non ci penserebbe neppure di lavorare sei mesi per dodici ore al giorno solo per vedersi retribuite tre mensilità. Si trasformerebbe in un’esigenza pretendere ciò che gli spetta. E avrebbe senso essere assunti a tempo indeterminato i cui sgravi fiscali per l’imprenditore corrisponderebbero alla creazione effettiva di lavoro e «l’allungamento annuale» della stagione. Alla fine della fiera cambierebbe il mondo. Facebook Graziano Petrucci

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