«Caffè Scorretto» «Adotta un bigotto e “apri gli occhi”, anche quando dà fastidio»

Certe presentazioni di libri somigliano a un rituale civile. Altre, più rare, a un processo alla coscienza, alla necessità di scioccarla per provocarne, all’interno, una frattura e creare uno spazio vuoto da colmare col sentimento e la conoscenza. Quella di Apri gli occhi, il libro della giornalista Giuliana Covella, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È avvenuta venerdì 16 gennaio 2025, a Ischia, presso la libreria Giunti di via Roma, in un clima che oscillava tra l’attenzione partecipe e un malcelato disagio. Segno, questo, che il libro aveva colpito nel segno. Apri gli occhi — con la prefazione di Roberto Saviano — racconta la storia di padre Giuseppe Rassello, sacerdote “scomodo” al Rione Sanità di Napoli tra il 1989 e il 1990.
Certe presentazioni di libri somigliano a un rituale civile. Quella di Apri gli occhi, il libro della giornalista Giuliana Covella, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È avvenuta venerdì 16 gennaio 2025, a Ischia, presso la libreria Giunti di via Roma, in un clima che oscillava tra l’attenzione partecipe e un malcelato disagio
Scomodo non per vezzo ideologico, ma per vocazione umana e morale. Rassello ebbe un’intuizione semplice e rivoluzionaria: restituire valore alla bellezza per coltivarla nella “terra umana”, a partire dai luoghi per arrivare alle persone, come antidoto al degrado. Riportare a nuova vita le Catacombe di San Gennaro, San Gaudioso e San Severo per non lasciarle come reliquie polverose, ma come risorsa viva, economica, culturale e sociale.
Un solco in una rovina che altri — don Antonio Loffredo in primis — avrebbero poi continuato a scavare (anche se, per molti, la figura di “padre Giuseppe”, come continua a chiamarlo chi lo ha conosciuto da vicino, risulta scomoda pure a distanza di oltre trent’anni). Rassello voleva salvare i ragazzi del rione Sanità prima che fossero arruolati dalla camorra o inghiottiti dalla noia, dalla droga e da un destino scritto alla nascita. Erano figli di nessuno e, a volte, figli di boss che oggi sono diventati artisti, registi, attori. Insegnò loro Dante, i classici, il teatro, l’arte. Insegnò, soprattutto, che la bellezza è una forma di riscatto sociale e rinascita dell’anima. Per questo pagò un prezzo altissimo. Il 2 giugno 1990, venne arrestato sul sagrato della basilica di Santa Maria della Sanità con un’accusa infamante. Pochi mesi prima, dalle telecamere di Samarcanda, trasmissione di Michele Santoro, aveva denunciato i legami tra camorra, politica e istituzioni. Aveva persino chiuso le porte della chiesa per impedire un comizio della Democrazia Cristiana. Una serie di “coincidenze” che fotografano il dubbio come cornice di un periodo poi non troppo lontano dal nostro.
Apri gli occhi — con la prefazione di Roberto Saviano — racconta la storia di padre Giuseppe Rassello, sacerdote “scomodo” al Rione Sanità di Napoli tra il 1989 e il 1990. Scomodo non per vezzo ideologico, ma per vocazione umana e morale. Rassello ebbe un’intuizione semplice e rivoluzionaria: restituire valore alla bellezza per coltivarla nella “terra umana”, a partire dai luoghi per arrivare alle persone, come antidoto al degrado
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Padre Giuseppe, poi, non proprio il profilo del prete accomodante. Il libro di Giuliana Covella non assolve né condanna con leggerezza. Fa una cosa più difficile: documenta. Attraverso testimonianze, verbali, sentenze, interrogazioni parlamentari e articoli dell’epoca, restituisce dignità a una figura schiacciata dal peso delle semplificazioni. E lo fa offrendo almeno tre livelli di lettura: uno immersivo, che fa respirare i luoghi e le voci; uno emotivo, che scuote; e uno simbolico, che costringe il lettore a interrogarsi sul rapporto tra potere del gesto e della parola, verità e sacrificio. Il pubblico presente lo ha capito.
Il libro è stato ascoltato, discusso, acquistato. Segno che esiste ancora una fame di complessità, nonostante tutto. Eppure, la presentazione non è stata indolore. Alcune realtà associative che all’inizio avevano manifestato la volontà di occuparsi della presentazione, hanno “ostacolato” l’iniziativa boicottandone il contenuto, rivelando perciò una sfumatura ben nota al panorama isolano: il bigottismo di una parte dell’isola d’Ischia, che scambia la prudenza per censura e il silenzio per virtù. Potremmo lanciare lo slogan “adotta un bigotto” per segnalare quanto un tale atteggiamento sia radicato nel tessuto di un’isola che non riesce a emanciparsi dall’apparenza e, purtroppo, nemmeno dal consolidamento di quest’ultima per non far saltare equilibri o pretese posizioni sociali. È forse anche per questo che l’isola fatica, culturalmente, a fare un passo avanti, mostrando la predisposizione a farne, invece, due indietro: perché diffida del dubbio e teme le domande e la critica più delle risposte sbagliate.
Eppure, la presentazione non è stata indolore. Alcune realtà associative che all’inizio avevano manifestato la volontà di occuparsi della presentazione, hanno “ostacolato” l’iniziativa boicottandone il contenuto, rivelando perciò una sfumatura ben nota al panorama isolano: il bigottismo di una parte dell’isola d’Ischia, che scambia la prudenza per censura e il silenzio per virtù. Potremmo lanciare lo slogan “adotta un bigotto” per segnalare quanto un tale atteggiamento sia radicato nel tessuto di un’isola che non riesce a emanciparsi dall’apparenza
Non è un titolo di studio a rendere una società matura. Né una laurea garantisce intelligenza civile. Ciò che conta è la capacità di leggere criticamente i fatti, di nutrire il dubbio, di non dare nulla per scontato e, al contempo, aprire gli occhi della coscienza per farsene carico. Le certezze assolute, si sa, sono il rifugio dei pigri e l’arma dei conformisti. Apri gli occhi dà fastidio proprio per questo. Perché chiede di guardare, di riconsiderare, di pensare, di riscrivere le proprie verità e certezze. E in un tempo — e in certi luoghi — dove il bigottismo preferisce le palpebre abbassate, un libro che invita ad aprire gli occhi diventa, inevitabilmente, un atto politico. Nel senso più nobile e più temuto del termine.
Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci




