LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Caro Babbo Natale, quest’anno ti scrivo da dietro un muro»

Caro Babbo Natale,

ti scrivo con una certa soggezione: non tanto per il freddo del Polo Nord, quanto per il clima che regna quaggiù. In particolare, qui, su un’isola che ha il sapore dell’isolamento, che ha fatto della separazione interna come quella tra Comuni, il suo cavallo di battaglia. È un clima rigido, ma non di neve. È un gelo dell’anima, fatto di mattoni ben allineati: opinioni prefabbricate, certezze urlate, perbenismo d’apparenza riluttante al cambiamento, stagnazione economica e mentale, disattenzioni e indignazioni – quando ci sono – a orologeria.

È un gelo dell’anima, fatto di mattoni ben allineati: opinioni prefabbricate, certezze urlate, perbenismo d’apparenza riluttante al cambiamento, stagnazione economica e mentale, disattenzioni e indignazioni – quando ci sono – a orologeria. Un muro, appunto. The Wall, direbbero quei bravi ragazzi dei Pink Floyd che avevano capito tutto quando ancora portavano i capelli lunghi e non le idee corte

Un muro, appunto. The Wall, direbbero quei bravi ragazzi dei Pink Floyd che avevano capito tutto quando ancora portavano i capelli lunghi e non le idee corte. Non aspettarti la solita letterina ingenua. Non ti chiediamo trenini, né pace nel mondo – che ormai è una richiesta fuori catalogo. Ti chiediamo, piuttosto, di darci una mano con le nostre murature mentali e interiori che – come diceva Sciascia – hanno ridotto drasticamente il numero degli uomini, “i mezz’uomini restano ancora pochi e gli ominicchi, invece, che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi, si portano dietro l’esercito dei quaquaraquà che dovrebbero vivere nelle pozzanghere ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”. In cui l’aria non entra e i neuroni fanno fatica a mettersi insieme. E se fanno fatica loro, figuriamoci tra i Comuni. Perché vedi, caro Babbo, oggi non si costruiscono più ponti: si alzano muri con la presunzione di chiamarli bene comune e bene del paese rosolati nel populismo insano che in molti hanno imparato a cavalcare, mentre l’ascolto e le critiche vengono soffocate dalla superbia.

E guai a toccarli. Ogni mattone è sacro, anche quando è fatto di pregiudizio. Siamo diventati bravissimi a dire “noi” – che facciamo le cose – contro “loro” – che non fanno le cose. Chi siano “loro” cambia a seconda della stagione: ieri gli stranieri, oggi i vicini, domani chi osa pensarla diversamente e su queste certezze stiamo costruendo anche il futuro di un’isola, isolata e alla deriva. È un muro comodo, sai? Ti evita la fatica del dubbio mentre al contrario proprio su questo mattone dovremmo costruire la nostra esistenza. E il dubbio, come la libertà, è sempre stato un esercizio scomodo. I Pink Floyd lo avevano spiegato con una semplicità disarmante: ogni paura non affrontata, ogni dolore rimosso e non risolto, ogni frustrazione trasformata in arroganza diventa un altro mattone, una zavorra capace di trascinarti sul fondo. E alla fine non vedi più il mondo: vedi solo il tuo muro che diventa un comodo avamposto. Il problema è che da lì dentro ci si sente al sicuro, ma si resta terribilmente soli. E la solitudine, quando fa massa, diventa rabbia collettiva.

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I Pink Floyd lo avevano spiegato con una semplicità disarmante: ogni paura non affrontata, ogni dolore rimosso e non risolto, ogni frustrazione trasformata in arroganza diventa un altro mattone, una zavorra capace di trascinarti sul fondo. E alla fine non vedi più il mondo: vedi solo il tuo muro che diventa un comodo avamposto. Il problema è che da lì dentro ci si sente al sicuro, ma si resta terribilmente soli. E la solitudine, quando fa massa, diventa rabbia collettiva

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Caro Babbo Natale, tu che entri dalle finestre nelle case, anche quelle abusive, senza chiedere permesso a nessuno, nemmeno a volte alla cecità delle Istituzioni, potresti farlo anche nelle coscienze? Sia quelle della gente normale ma, soprattutto, in quelle di chi è stato votato perché ha detto di volersi assumere l’onere pubblico di realizzare qualcosa non solo per sé stesso. Non portarci regali, ma portaci una crepa. Una sola, basterebbe. Da lì potrebbe entrare un po’ di sana autocritica, che è merce rarissima e non si trova nemmeno online. A dire la verità non si trova neppure per le strade addobbate di luci, alberi, luminarie e coscienze spente, tra la gente che si è rifugiata chissà dove e i negozi su cui regnano cartelli di affitto o di vendita mentre si riproducono come conigli i brunch e gli aperitivi per dare in pasto la credenza che tutto, o quasi, procede per il meglio.

Regala alle persone la capacità di ammettere di aver torto e di non farsi troppo vanto della propria ragione. Donaci la capacità di non trasformare ogni slogan in una verità assoluta. Ai potenti e a coloro che li adulano, il fastidio salutare del limite. E a tutti, proprio a tutti, il coraggio di buttare giù almeno un mattone del proprio muro personale che diviene collettivo in un’isola in cui chi urla deve farlo in silenzio o chi scrive anche di nefandezze umane non incontra neppure un abbraccio caloroso da chi per paura non vuole sembrare come loro agli occhi di chi detiene una bella fetta di potere. Non buttare giù l’intero edificio: sarebbe utopia. Ma un mattone sì. Alla portata di chiunque abbia ancora un briciolo di onestà intellettuale. Sappiamo che chiediamo molto, caro Babbo. Ma del resto è Natale, la festa delle cose improbabili e del “siamo tutti più buoni” anche se per questo ci cannibalizziamo a vicenda.

Non portarci regali, ma portaci una crepa. Una sola, basterebbe. Da lì potrebbe entrare un po’ di sana autocritica, che è merce rarissima e non si trova nemmeno online. A dire la verità non si trova neppure per le strade addobbate di luci, alberi, luminarie e coscienze spente, tra la gente che si è rifugiata chissà dove e i negozi su cui regnano cartelli di affitto o di vendita mentre si riproducono come conigli i brunch e gli aperitivi per dare in pasto la credenza che tutto, o quasi, procede per il meglio

E se proprio non riuscissi a fare miracoli, lascia almeno un biglietto sotto l’albero dei lettori: “Attenzione: vivere dietro e dentro un muro protegge, ma non salva. E soprattutto non rende migliori”. Con l’augurio, a chi legge, di superare il proprio muro – fatto di superbia, certezze granitiche e pregiudizi d’arredamento – e di affacciarsi, anche solo per un attimo, dall’altra parte. L’aria è più fredda, è vero. Ma è anche terribilmente più vera.

Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci

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