LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Codice d’Onore»

C’è un’idea curiosa, che circola con discrezione nelle stanze del potere locale: che la realtà, se non la si racconta, prima o poi si stanchi e se ne vada da sola. È una superstizione amministrativa, dura a morire. E invece no: la realtà resta. E quando qualcuno la illumina – specie con notizie vere, magari poco visibili o raccontate fuori dal copione rassicurante del “va tutto bene” – allora succede il finimondo. È lì, in quell’atto di disturbo, che vive una delle colonne portanti della libertà e della democrazia. Perché la libertà d’informazione non è un soprammobile buono per le cerimonie, ma un arnese che graffia.

È lì, in quell’atto di disturbo, che vive una delle colonne portanti della libertà e della democrazia. Perché la libertà d’informazione non è un soprammobile buono per le cerimonie, ma un arnese che graffia. E spesso graffia dove dà fastidio. Non si esaurisce – come qualcuno sembra credere – nel diritto di querelare giornali, giornalisti e televisioni, come Teleischia (che non è un vago “organo di comunicazione”, ma una redazione fatta di persone, lavoro e responsabilità)

E spesso graffia dove dà fastidio. Non si esaurisce – come qualcuno sembra credere – nel diritto di querelare giornali, giornalisti e televisioni, come Teleischia (che non è un vago “organo di comunicazione”, ma una redazione fatta di persone, lavoro e responsabilità). Le querele, soprattutto quando appaiono più muscolari che fondate, diventano un’altra cosa: non uno strumento di giustizia, ma un metodo di governo del silenzio. Il vero rischio, però, non è solo giuridico. È culturale.

È quello di inchinarsi al nuovo vitello d’oro: la narrazione buonista, il “peace & love”, il culto dei like e dei cuoricini, il “non creiamo polemiche, lasciamoli lavorare”. Un dio mite, apparentemente innocuo, che però pretende sacrifici: la critica, la verità dei fatti, la realtà nella sua sostanza, l’etica pubblica. E così si salta l’ascolto, si evita l’indignazione, si archivia tutto come “esagerazioni”. Finché ci si accorge – quando è tardi – che nel frattempo sono evaporate occasioni come il Patto per lo Sviluppo di Ischia, con Forio capofila, e insieme a esse oltre 650 milioni di euro. Una cifra che, in un’isola di negozi chiusi o in vendita, appetiti spenti ed ectoplasmi per le vie deserte, di Comuni che polarizzano gente sul proprio piatto lasciando inalterata la bilancia isolana, avrebbe fatto la differenza tra respirare e affogare. Del resto, non si capisce neppure bene dove finisca e in quale buco spazio-temporale risieda questa carboneria silenziosa di sostenitori – non poche volte all’ovvio e all’ordinario di cui le amministrazioni si fanno condottiere – che saltano a piè pari tanto il momento dell’ascolto e della lettura attiva quanto quello dell’indignazione, quando ci sono persone che “dicono certe cose” su perdita di occasioni, soldi, progetti, presente e futuro.

La solidarietà a Teleischia, al direttore Enrico Buono e alla redazione non è dunque un gesto di cortesia: è un atto dovuto. E questa storia delle querele degli amministratori pubblici ai giornali ha francamente stancato. Anche perché pone una domanda semplice, ma decisiva: la querela è stata presentata a nome dell’Ente o a titolo personale? La risposta non è un dettaglio

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La solidarietà a Teleischia, al direttore Enrico Buono e alla redazione non è dunque un gesto di cortesia: è un atto dovuto. E questa storia delle querele degli amministratori pubblici ai giornali ha francamente stancato. Anche perché pone una domanda semplice, ma decisiva: la querela è stata presentata a nome dell’Ente o a titolo personale? La risposta non è un dettaglio. Se l’Ente perde, pagano i cittadini. Se vince, il risarcimento finisce nelle casse comunali. Se invece la querela è personale, allora cambia tutto: responsabilità, conseguenze, senso stesso dell’atto.

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Il Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania lo ha detto senza giri di parole: “le querele sono diventate uno strumento di minaccia potentissimo, e un intervento legislativo contro le “denunce bavaglio” non è più rinviabile”. Teleischia, per quanto è dato sapere, ha fatto il suo mestiere: ha riportato correttamente il contenuto di un decreto di citazione a giudizio, come hanno fatto altri quotidiani. Ha spiegato che si tratta di un’udienza pre – dibattimentale, una sorta di filtro che può anche chiudere la vicenda con un non luogo a procedere. Informazione completa, equilibrata, verificabile. Dov’è l’azzardo? E perché la querela è stata selettiva, colpendo alcuni e risparmiando altri? Il punto vero, però, è più profondo: va ripristinato il ruolo degli organi di informazione nella vita pubblica di un’isola in cui viene l’orticaria in presenza di critiche e abbonda il silenzio quando bisogna dar conto ai cittadini su scelte discutibili e cifre per sostenerle. La loro funzione di specchio, anche quando lo specchio non restituisce un’immagine gradevole. Marco Aurelio – che non era un blogger, ma un Imperatore – ricordava che le persone che ci stanno accanto modellano il nostro spirito, non per ciò che dicono, ma per ciò che ci fanno credere sia normale. Traslate il concetto: quando l’“amico” diventa l’“amministrazione”, l’ombra non è più privata, diventa pubblica. La deriva non arriva con uno strappo, ma con un sorriso: “non fa niente”, “lo facciamo domani”, “non è poi così grave, ci saranno altre occasioni”, salvo perdere anche quelle. Piccole erosioni. Piccoli conformismi. Finché il pensiero critico si consuma come una moneta liscia.

Il punto vero, però, è più profondo: va ripristinato il ruolo degli organi di informazione nella vita pubblica di un’isola in cui viene l’orticaria in presenza di critiche e abbonda il silenzio quando bisogna dar conto ai cittadini su scelte discutibili e cifre per sostenerle. La loro funzione di specchio, anche quando lo specchio non restituisce un’immagine gradevole. Marco Aurelio – che non era un blogger, ma un Imperatore – ricordava che le persone che ci stanno accanto modellano il nostro spirito, non per ciò che dicono, ma per ciò che ci fanno credere sia normale. Traslate il concetto: quando l’“amico” diventa l’“amministrazione”, l’ombra non è più privata, diventa pubblica

Gli organi di informazione servono a questo: a pulire lo specchio sporco, a rimettere a fuoco i contorni, a restituire alla comunità la possibilità di capire oltre il trucco e il maquillage. Non per piaggeria, ma per responsabilità. Non per demolire, ma per dare la possibilità a tutti – cittadini e amministratori – la libertà di aderire a una versione migliore di sé. Le persone giuste, è vero, non sempre applaudono. E se non abbondano è anche vero che non abbandonano. E soprattutto non hanno paura delle parole né della trasparenza. Scegliere come condurre la vita pubblica, e rinunciare a usare strumenti per rallentarla o imbavagliarla magari perché c’è qualcosa accaduto in precedenza che forse ha dato fastidio, non è cinismo: è una forma elementare di protezione democratica. Per tutti. Anche – e forse soprattutto – per quegli amministratori che credono davvero che tanto gli organi di informazione quanto la politica servano a qualcosa. Magari a elevare una comunità. E, perché no, un’isola intera.
Pagina FB Caffè Scorretto di Graziano Petrucci

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