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LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Come in pace, così in guerra»

Trovo scorretto accostare la parola “guerra” al momento che sta attraversando l’isola insieme all’Italia a causa dell’emergenza pandemica, perciò lo uso. Il clima pare quello di una guerra che a cavallo di una primavera ormai prossima all’estate, è entrato nell’uso comune. Continua a diffondersi come un gas letale tra i negozi prolungandone la chiusura, tra le persone aumentandone l’ansia e il turbamento, sul lavoro e sul turismo che non sappiamo se e quando ripartiranno; sull’economia che già prima dell’avvento del Covid tentava di non precipitare mantenendo l’equilibrio tra un low cost e l’altro, sulle famiglie non dimenticando quelle scolastiche e non ultimo sul nostro stato psicologico.

Il quale, per difesa, ci lancia in un acquario nel quale nuotiamo da anni, non da un anno. Forse qualcuno che se ne sta rendendo conto. Tutto è successo, accelerato dal virus, certo, ma esisteva già prima. Oggi accade sotto i nostri occhi impotenti, costringendoci alla remissione di fronte a ciò che è diventato un peso ingestibile e insostenibile. Lo sforzo clemente e impietoso di ricerca di una “pace”, tra l’autoconvinzione che “tutto andrà bene” – sono molti ancora in attesa di quest’ospite ricercato, dopo 12 mesi– e l’idea che presto ripartiremo (suvvia aspettate ancora un po’, – ci ripetono!), come il tentativo di ricerca di una normalità che non sarà più tale, assume i contorni di un quotidiano vincolato e surreale. “State in casa, no magari uscite sì, però forse è meglio che tornate prima”, rappresenta il sunto di un messaggio infelice e una comunicazione schizofrenica, sclerotica, inadeguata.

Il clima pare quello di una guerra che a cavallo di una primavera ormai prossima all’estate, è entrato nell’uso comune. Continua a diffondersi come un gas letale tra i negozi prolungandone la chiusura, tra le persone aumentandone l’ansia e il turbamento, sul lavoro e sul turismo che non sappiamo se e quando ripartiranno; sull’economia che già prima dell’avvento del Covid tentava di non precipitare mantenendo l’equilibrio tra un low cost e l’altro, sulle famiglie non dimenticando quelle scolastiche e non ultimo sul nostro stato psicologico

Se un anno fa c’era la paura, oggi è la rassegnazione a prevalere. Lo sguardo vuoto delle persone ne è la prova. La mancata indignazione di una collettività compatta solo sulla carta geografica di fronte allo sciopero della fame di Carmelo Amente che a torto o ragione protesta contro la limitazione imposta alla libertà;

o l’indifferenza davanti alla forzatura della Magistratura, quindi lo Stato che si è impuntato come un carro armato e in sole sei ore ha abbattuto una casa – giustamente, c’era una sentenza –, ne è un’altra. I giornalisti “parlano”, quelli locali in particolare, e più di raccontare, spronare, non possono fare. Inascoltati, restano svuotati della capacità di invertire la tendenza alla sordità collettiva in questa guerra che ognuno combatte da solo, al cospetto di mille interrogativi. “Riuscirò a mangiare domani?” e “Riuscirò a lavorare quest’anno?” sono le domande più diffuse. In un tale scolo putrido, le amministrazioni si accontentano di distribuire buoni pasto o spararsi una diretta su facebook per dimostrare che l’ordinario (dell’amministrazione) è scolasticamente eseguito costruendo, mattone dopo mattone, il proprio pulpito. A tutto ciò si contrappone una pace illusoria, fatta di attesa e di speranza. E poiché la speranza è l’ultima a morire, a lasciarci le penne sarà per forza qualcun altro. Aspettativa – di vita- tutt’altro che semplice.

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I giornalisti “parlano”, quelli locali in particolare, e più di raccontare, spronare, non possono fare. Inascoltati, restano svuotati della capacità di invertire la tendenza alla sordità collettiva in questa guerra che ognuno combatte da solo, al cospetto di mille interrogativi. “Riuscirò a mangiare domani?” e “Riuscirò a lavorare quest’anno?” sono le domande più diffuse. In un tale scolo putrido, le amministrazioni si accontentano di distribuire buoni pasto o al limite spararsi una diretta su facebook per dimostrare che l’ordinario (dell’amministrazione) è scolasticamente eseguito costruendo, mattone dopo mattone, il proprio pulpito

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Eppure non ci sono bombe sganciate da aerei invisibili. Se qualcuno si permette di affermarlo diventa sovversivo, quello che non tiene conto delle “bellezze” di un’isola che tornerà a splendere e sorprendere i turisti e fare la “nostra” fortuna. Il punto è che per rispondere alla “guerra” c’è bisogno di azioni forti.

Quelle che mancano del tutto agli amministratori che nell’incontro di ieri col Presidente della Regione Campania si sono lasciati sfuggire l’occasione di parlargli del Patto Strategico. Firmato e approvato nel 2015, ideato da Mimmo Barra, oggi è l’unico strumento veloce per accedere ai fondi europei, mentre loro – i sindaci – sono ancora convinti che riusciranno ad accedervi pure se andranno da soli. Invece di approfittare dell’incontro per dire al governatore che una buona volta si erano messi insieme per programmare il futuro dell’isola, hanno parlato soltanto della campagna di vaccinazione. Che, sì, è importante ma per rispondere alla guerra, per non farsene fagocitare, servono preparazione (specie quella progettuale) e comportamenti come se in guerra ci fossimo davvero. E purtroppo, nell’incapacità di mostrarsi uniti e inconcludenti come nell’incontro di lunedì scorso al Comune di Ischia, hanno fatto scena muta e costruito i contorni di una brutta figura politica, condannandoci allo stallo e alla presunzione di chi crede di essere un demiurgo locale che può cavarsela con discorsi ingenui ed evangelici ma senza un esercito capace di risolvere le esigenze di 70 mila abitanti carichi di conflitti.

Invece di approfittare dell’incontro per dire al governatore che una buona volta si erano messi insieme per programmare il futuro dell’isola, hanno parlato soltanto della campagna di vaccinazione. Che, sì, è importante ma per rispondere alla guerra, per non farsene fagocitare, servono preparazione (specie quella progettuale) e comportamenti come se in guerra ci fossimo davvero

Mentre altre località si stanno organizzando per avviare la propria economia (il Comune di Bergamo avrebbe già selezionato una parte cospicua di fondi per i suoi progetti), Ischia insieme ai suoi sindaci non è in grado di gettare le basi di una piattaforma di collaborazione e allargare i margini del suo potere contrattuale. Qui ci servono cavalieri, come quelli della tavola rotonda. Invece sembra di essere ne “La fabbrica di cioccolato” da cui sono scappati pure gli Umpa Lumpa.

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