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LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Con i piedi piantati sul nichilista»

E insomma, Galimberti è arrivato. Il tempo di dare un’occhiata col suo faccione titubante e perplesso sulla platea pullulante del Polifunzionale di Ischia, firmare libri e autografi, lanciare una serie di crude ovvietà per nulla banali o scontate, e andare via in un misto di colpa e sollievo. In fondo è andata bene. Avanti il prossimo.

Ischia ha necessità di provocazioni come quella di sabato scorso. La comunità isolana non ha soltanto ancora sottosviluppata la dimensione del confronto – e l’incontro, con l’altro – che serve per farci superare per brevi momenti un certo declino narcisistico. Anche la nostra società isolata, e alla scuola spetta il dovere di ritornare punto cardine nella formazione, può definirsi “nichilista” poiché manca uno scopo, manca la risposta al perché, e i valori sono svalutati o alterati. Sì, è stato interessante l’appuntamento con il filosofo Umberto realizzato dall’istituto comprensivo “Anna Baldino” di Barano, diretto da Maria Rosaria Mazzella che ha saputo interpretare un’esigenza condivisa da molti. Se “Nemo profeta in patria” ci legittima nel respingere chi si permette di rimandarci un’immagine diversa da quella che usiamo per ripararci dalle critiche, allora c’è bisogno di qualcuno che sappia essere gentilmente scortese nel dirci le cose come sono. I rimproveri indicano dove stiamo facendo bene e dove invece c’è necessità di maggiore attenzione e Galimberti ci ha mostrato almeno due scenari.

Il primo è la scarsa partecipazione degli alunni, dei giovani, per cui se c’è l’intenzione di tessere una relazione tra il loro mondo e quello dei cosi detti adulti, genitori e professori compresi, una riflessione va fatta. Se lo scopo invece è elogiarsi per aver consentito a un famoso filosofo di venirci a far visita allora va bene così. Sono d’accordo con Chiara Conti, dirigente dell’istituto comprensivo di Forio 1. Guardiamo il bicchiere mezzo pieno e tentiamo di essere ottimisti. Si tratta di una seria speranza, tenendo in conto che se ci sono professori buoni e – come ha detto Galimberti – «che possiedono empatia», ce ne possono essere altri meno buoni. L’empatia «o l’hai o non l’hai e se non l’hai non fai il professore», ha detto il filosofo. Come dargli torto. Come si dice, «la speranza è l’ultima a morire». Ciò potrebbe significare al contempo due cose. Che la speranza è in grado di sopravvivere all’uomo incastrato nella sua labile capacità di opporsi al regresso travestito da progresso, dopo aver perciò abdicato alla sua funzione. E che la presenza proattiva dei professori potrebbe trasformarsi in passiva a causa della loro incapacità, quando non mascherata, di abbandonare i protocolli e scendere nella dimensione degli adolescenti. Va bene allora sperare ma agendo e nel miglior modo possibile avendo ben fissato uno scopo e dopo aver preso coscienza che impera in certe scuole, come in certi docenti, la tendenza alla fama più che fare degli istituti il luogo di equilibrio della formazione. Punto, questo, che va a danno dell’arte di insegnare che vuol dire “segnare dentro” o “incidere”. Come un chirurgo ma che non può permettersi di sbagliare poiché i danni potrebbero essere insanabili.

La Conti ha detto al “provocatore Galimberti” che è riuscito con il suo intervento a prendere il libro “e buttarcelo sui denti”. E ha ragione, forse è così, anche se è probabile che ognuna delle persone abbia preso solo ciò le serviva escludendo il resto. Quindi hai voglia di raccontarti che hai preso libri sui denti: se non sei capace di far tue le esperienze, trarne un insegnamento, confrontarti con le inettitudini individuali avrai avuto solo il merito di accorgertene. L’altro scenario è esemplare. Non mi riferisco alle resistenze che secondo alcune voci ci sarebbero state per tentare il tutto per tutto ed evitare a Galimberti il passaggio del confine, da Barano a Ischia. E neppure all’auto celebrazione del sindaco Gaudioso cementato nel suo completo grigio Superman nel tentativo di suggerire ai professori come adoperarsi nel mestiere di insegnante, consigliando testi da leggere in classe forse risalenti alla sua personale biblioteca alessandrina. E neppure voglio sottolineare il suo lungo monologo: dopo una certa soglia temporale cui corrisponde la perdita di attenzione ci ha fatto tornare a poco prima della seconda guerra mondiale. Men che meno voglio accennare al gesto di fraternità occulta che ha ricevuto il sindaco di Ischia dall’omologo di Barano una volta che questi è sceso dal palco. Dopo aver sdoganato nel suo sermone domenicale, al pari dell’Accademia della Crusca, l’introduzione di una grammatica ragionata con “sc” nel nome “Ischia” al posto dell’usuale “s”, incoraggiava il collega a farsi valere nella performance istituzionale con una pacca sul braccio. La successiva sobrietà è stata sufficiente per riportarci sul pianeta del realismo, e Galimberti se n’è accorto. E qui sta il bello. Mentre il Professore raccontava la sua Lectio toccando il tema del contrasto tra genitori e insegnanti, molti di questi colti da amnesia parziale hanno sodalizzato tra loro applaudendo allo scoperchiatore del vaso di Pandora, dimenticandosi però che in alcuni casi padri e madri sono anche insegnanti nelle scuole. Ciò avrebbe dovuto metterci davanti a una riflessione, un pianto magari, non cercare in Galimberti il protettore della propria tesi personale. Anche questo ha contribuito a creare una platea divisa in due squadre, forse tre. Da un lato c’era chi tentava di liberarsi dalle catene del ruolo, recitare al volo un mea culpa e capire che cosa accade di solito nei giovani (tempeste ormonali e resistenze comprese). Per l’altro s’è palesato un formalismo vuoto con persone chiuse a riccio, indaffarate a filtrare il fiume Galimberti attraverso il personaggio dell’insegnante, a tratti splendido esemplare di pavone colorato. Il terzo polo, intanto, ragione di più per dire che non bastano i libri sui denti, per ricomporre il panorama sfilacciato cercava occasioni per sottoporre la simulazione collettiva al fuoco amico del vecchio Rambo, nello sconforto e a costo della propria vita.Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci

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