LE OPINIONI

«Caffè scorretto» «Il fascino del mare»

Probabilmente può essere interpretato come titolo approssimativo. Forse farebbe male chi spinto dalla banalità nella sua accezione negativa fosse portato a trovare un’assonanza con un film di qualche anno fa – “Il fascino del male”, del 2017 – che raccontava la storia di Pablo Escobar, interpretato da Javier Barden, basata sul best seller della giornalista e amante Virginia Vallejo, nella pellicola interpretata da Penelope Cruz. Chi l’ha visto potrebbe ricordare che si tratta del racconto che si snoda tra gli intrecci di una vita “professionale” e privata del narcotrafficante colombiano dagli anni ’80 passando per il periodo del narcoterrorismo e l’opposizione alla sua estradizione negli Stati Uniti fino al rapporto con Virginia Vallejo anche in considerazione dell’appoggio di questa a Escobar che con il suo aiuto divenne un personaggio pubblico riuscendo ad ottenere il sostegno del popolo. Ciò gli permise di approfittare del palcoscenico avviandosi alla carriera politica per governare e cambiare finalmente le sorti di un paese intrappolato dalla povertà. Il film comincia con un Escobar già uomo d’affari ma è proprio da quel momento che la gente inizia a rendersi conto che le sue azioni nascondono intenzioni poco chiare ed egoistiche, che i suoi modi affabili per intercettare il consenso coprono invece un’enorme sete di ricchezza e potere senza che rimorsi e scrupoli possano agire in opposizione. La giornalista Vallejo, personaggio pubblico in Colombia, prima amica fidata poi amante, aveva un accesso agevolato alla mente di Escobar, alle sue intenzioni e al modo di pensare. Ne scopre l’aspetto più intimo, per questo lo sostiene nella sua ascesa in politica sorvolando l’impennata criminale del narcotrafficante le cui azioni, però, si fanno causa del malessere della donna che a un certo punto non riesce più a reggerne il peso e decide di consegnare il Pablo colombiano all’agenzia antidroga americana (la DEA) mediante il racconto del cammino poco chiaro dell’uomo più famoso della Colombia.

Potrebbe essere riduttivo, insomma, associare i due titoli. Primo perché, sull’isola, è evidente, non siamo in Colombia, anche se secondo un’opinione diffusa alcuni modi di interpretare la politica potrebbero celare -in qualcuno – una particolare sete di potere come la volontà di gestione o comunque un controllo di una quotidianità che al contrario avrebbe necessità di altro. Secondo, lo sarebbe maggiormente per un’espressione ed equivalenza del tutto arbitraria portata ad associare a percorsi “pubblici” una corrispondente carsica cui corrisponderebbe una serie di comportamenti al margine tanto della sfera pubblica quanto di quella privata, mediocri e sostenuti da menzogne che hanno una capacità di propagarsi con la stessa velocità delle intenzioni – spesso solo annunciate – di quella stessa politica locale che fa di tutto per distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi che stringono l’isola in una morsa. Riuscendoci, evidentemente aiutata proprio da una società pronta ad amalgamare qualunque cosa che sia rapida e acritica. Invece di perdere il filo, si potrebbe però focalizzarsi sul concetto di mediocrità, tanto difficile da descriverla quanto di specificarla, pure se al tempo stesso si potrebbe dire che di per se non è negativa o sbagliata, non è stupida e nemmeno di pessima qualità, è semplicemente “banalmente poco sufficiente” rispetto a ciò che servirebbe per espandere il contenuto di ciò che è utile. Il sindaco di Lacco Ameno, nei giorni scorsi, ha annunciato di voler “combattere” il degrado urbano, affinché il paese che governa «si presenti al meglio». Anche se non è ben chiaro il collegamento tra “ricerca della bellezza”, attraverso l’opposizione a tutto ciò che comprime l’immagine del decoro, e percezione della sicurezza urbana, poiché nell’ordinanza si parla di estetica cittadina, di “stop ai lavori edili” entro il 31marzo di ogni anno, di colori da usare per i fabbricati, di “stop ai writer” compulsivi (questo è un aspetto importante), il documento, sebbene possa essere utile nella misura «dell’invito a tenere in ordine il paese» e «per dare un segnale chiaro di presenza del governo [locale]», come ha dichiarato il Sindaco nell’intervista, sembra percorrere la linea della poca sufficienza. Singolare, nondimeno, che i temi affrontati nell’ordinanza siano arrivati a circa tre anni da una campagna elettorale al limite dello scontro verbale, in cui non si è mancato di proporre però un programma ampio e ambito, a tratti innovativo di cui i progetti internazionali con i rappresentanti della Camera di Commercio italiana in Arabia se fossero stati realizzati ne avrebbero disegnato il tratto distintivo oltre che utili per risollevare l’economia, il commercio e anche –perché no- la percezione dell’intera isola. Il nodo centrale però non è l’atto in se che ripropone il decoro urbano come cardine di un’azione di governo locale, comunque valido e forse adeguato per riportarlo a livelli accettabili, ma quel che esprime nella dimensione politica. Che non solo è espandibile a tutto il territorio isolano ma rappresenta la “quota”, cioè la differenza di livello (o anche per altro verso la “quot-azione” o valutazione) tra i “punti” della superficie isolana – o “quote isolane” – in cui spesso l’ordinario assume rilievo travestendosi da straordinario. Da un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Nature, nel 2015, la pericolosità della ristrettezza della percezione quanto della produttività economica, ossia l’efficienza con cui le società trasformano lavoro, capitale, energia e risorse naturali (quindi anche “mare” e Sole”) in nuovi beni e servizi, non dipenderebbe dalla politica ma dal clima. In altre parole, il prodotto interno lordo pro capite, considerato come misura di questa produttività, inizialmente aumenta in proporzione alla temperatura, raggiunge un picco in corrispondenza di 13 gradi centigradi, per poi diminuire una volta oltrepassato questo valore. Gli autori dello studio, Marshall Burke della Stanford University e colleghi di altri istituti statunitensi, per la prima volta sono riusciti a comprendere in un unico quadro coerente dati macroeconomici e dati microeconomici raccolti nel corso dei decenni nei vari paesi del mondo. Considerato il cambiamento climatico in atto e gli aumenti di temperatura previsti entro il 2100, termina lo studio, si potrebbe assistere a un brusco calo di produttività a livello globale. Le statistiche mostrano che la correlazione tra produttività e temperatura è applicabile anche a livello locale, oltre che globale, ed è valida per tutti i settori produttivi, sia nei paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo e che è anche indipendente dai progressi tecnologici e dal livello di benessere. Gli effetti del clima, in definitiva, influirebbero sulla “performance cognitiva”, alterandola, e sulla produttività come dimostra anche un paper della Banca d’Italia pubblicato a ottobre 2022. Considerando che le temperature in Colombia e l’isola tendono a essere simili, specie nell’approssimarsi del periodo estivo, se ne potrebbe dedurre un certo “fascino” per la trasformazione di buoni propositi in indirizzi politici mancati.
Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci

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