«Caffè Scorretto» «Il Rizzoli non è soltanto un ospedale. È la certezza che deve restituire»

A Ischia abbiamo un ospedale. Ed è già una buona notizia. Un grazie va a Rizzoli, anche se presumiamo che indirettamente chi ne è uscito vivo anche grazie alla presenza di medici e Presidio, non abbia mai smesso di ringraziare il “Cummenda”. La cattiva è che, quando si parla di sanità, la semplice esistenza di un edificio con una targa non basta. Un ospedale non è un parcheggio di letti, né un luogo nel quale il cittadino entra malato e deve soltanto sperare di uscirne – possibilmente meglio.
Il presidio Rizzoli di Lacco Ameno è ufficialmente un ospedale dell’ASL Napoli 2 Nord. Forse in questi anni avremmo dovuto capirlo meglio, insieme a qualcuno in Regione. Diciamo però che siamo più o meno d’accordo sul fatto che siamo d’accordo
Il presidio Rizzoli di Lacco Ameno è ufficialmente un ospedale dell’ASL Napoli 2 Nord. Forse in questi anni avremmo dovuto capirlo meglio, insieme a qualcuno in Regione. Diciamo però che siamo più o meno d’accordo sul fatto che siamo d’accordo. La stessa ASL indicherebbe per la “Medicina” 16 posti letto ordinari, due di day hospital e quattro posti di osservazione breve intensiva, mentre il Pronto Soccorso è parte della rete dell’emergenza. Numeri, reparti, sigle.
Tutto regolare sulla carta. Poi c’è la realtà che rischia di essere un’altra e la realtà qualche domanda se la meriterebbe. Per esempio: è davvero accettabile che uomini e donne ricoverati nel reparto di Medicina possano trovarsi nella stessa stanza, separati soltanto da un separè? Il separè è una cosa rispettabile, intendiamoci. Ha risolto molti problemi dell’umanità. Ma non tutti. Specie in un ospedale. Quando una persona è malata, la dignità non dovrebbe essere affidata a un pezzo di stoffa. Un uomo e una donna – sembrerebbe chiaro – hanno esigenze diverse, soprattutto quando sono costretti a condividere la parte più fragile della propria esistenza: quella della malattia, della dipendenza dagli altri, della perdita momentanea della propria autonomia. Non è questione di lusso. È questione di civiltà. E poi c’è il Pronto Soccorso. Qui sarebbe bene lasciare perdere le chiacchiere e pretendere i fatti. Cominciano a circolare voci — e proprio perché sono voci non le prendiamo per verità — secondo le quali in almeno due casi non sarebbe stata riconosciuta con la necessaria tempestività una sospetta peritonite. Qualcuno comincia pure a parlare di conseguenze drammatiche. Se fosse vero, sarebbe gravissimo. Ma proprio perché non lo sappiamo, bisogna evitare il processo sommario e chiedere invece che si faccia chiarezza. La medicina non si giudica per sentito dire.
La medicina non si giudica per sentito dire. Si giudica sui percorsi diagnostici, sui tempi, sul perché sono state assunte decisioni e, soprattutto, sulla documentazione clinica. Sarebbe spiacevole arrivare in emergenza e trovarsi di fronte Mago Othelma che con la sola imposizione dellae mani sarebbe in grado di guarire il malconcio
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Si giudica sui percorsi diagnostici, sui tempi, sul perché sono state assunte decisioni e, soprattutto, sulla documentazione clinica. Sarebbe spiacevole arrivare in emergenza e trovarsi di fronte Mago Othelma che con la sola imposizione delle mani sarebbe in grado di guarire il malconcio. La peritonite, insomma, non è un mal di pancia con cui si può prendere appuntamento per la settimana successiva. Una diagnosi tardiva può avere conseguenze molto serie. E allora il problema vero è un altro. Chi arriva al Rizzoli deve sapere di essere entrato in un ospedale, deve anche sapere che, nella ipotesi di soggiorno forzato, non prenderà nemmeno un’influenza. Ma deve anche poter avere la ragionevole certezza che se qualcosa non va o va storto, qualcuno se ne accorgerà.
Che sarà ascoltato. Visitato. Curato. E, quando necessario, trasferito. Perché tra la presenza di un ospedale e la sicurezza di poter contare sull’ospedale c’è una distanza sottile ma enorme. Decisiva. L’ASL stessa descrive il Rizzoli come presidio dell’emergenza e della Medicina, con diagnostica radiologica attiva e servizi destinati anche ai pazienti ricoverati e alle urgenze. Dunque il Rizzoli c’è. Almeno l’edificio si direbbe intatto. Adesso, però, bisogna fare in modo che ci sia nel modo giusto. Servono risorse. Personale. Strumenti. Organizzazione. E forse anche qualche investimento in più e una medaglia a chi si immerge in turni massacranti che, ovviamente, potrebbero far calare l’attenzione. Non soltanto perché il problema ricadrebbe su Lacco Ameno ma perché, in modo deflagrante, potrebbe investire l’isola intera. Perchè è l’isola e non solo i pazienti che ha bisogno di un ospadale e perché è un presidio dell’isola. E proprio per questo chi ci lavora – e ci entra – merita rispetto. Idem per medici, infermieri, OSS e tutto il personale che ogni giorno tiene in piedi una macchina complessa. Dovrebbero poter fare il proprio mestiere in condizioni che non sempre sono semplici ma per il bene dei pazienti – e della macchina organizzativa come del presidio – non sarebbe di alcun aiuto lasciarli in auto gestione in giro per reparti.
Chi arriva al Rizzoli deve sapere di essere entrato in un ospedale, deve anche sapere che, nella ipotesi di soggiorno forzato, non prenderà nemmeno un’influenza. Ma deve anche poter avere la ragionevole certezza che se qualcosa non va o va storto, qualcuno se ne accorgerà. Che sarà ascoltato. Visitato. Curato. E, quando necessario, trasferito. Perché tra la presenza di un ospedale e la sicurezza di poter contare sull’ospedale c’è una distanza sottile ma enorme. Decisiva
Non sarebbe nemmeno serio, però, trasformare ogni potenziale problema organizzativo in un’accusa personale. Anzi. Proprio perché si presume — fino a prova contraria — che chi lavora al Rizzoli faccia il proprio dovere con attenzione e responsabilità, bisogna pretendere che possa farlo nelle condizioni migliori. La sanità non può vivere di gratitudine e buona volontà. Ha bisogno di mezzi. Di donne. Di uomini. Di manager che sanno quel che fanno. Altrimenti bisognerebbe perdonarli perché non sanno quello che fanno. E soprattutto di una cosa bisognerebbe presentarsi il conto, senza sconti: quando un isolano, o un turista, o comunque un essere umano, entra in ospedale, non deve chiedersi se ha avuto fortuna. Deve sapere di essere in un luogo sicuro. E che dall’altra parte del letto c’è qualcuno che, nel prendersene cura, farà tutto ciò che la medicina consente per farlo tornare a casa sulle proprie gambe. In qualunque reparto si trovi.
Pagina FB Caffè Scorretto di Graziano Petrucci




