LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «La liberazione dal lavoro e dalla paura. E gli immigrati non c’entrano»

«L’Italia è una Repubblica democratica, affondata sul lavoro». Si potrebbe interpretare così, con questa battuta che gira da almeno vent’anni, l’Articolo 1 della Costituzione in prossimità della “Festa” dei lavoratori. Potremmo usare pure “festa ai lavoratori”. In tale declinazione è organizzata da chi sfrutta tempo e lavoro altrui. A cominciare da quello “nero” o con certe sfumature di grigio, ai confini della legalità, mentre una bassa percentuale di imprenditori continua l’opposizione alla corrosione della dignità umana con il rispetto, resistendo nel solco della legalità. Lode a voi.

Tuttavia devo parlare degli invitati al rendez-vous celebrativo che, va da se, sono la parte debole e abbondante in un rapporto di lavoro. Non può mancare, infatti, questo che sembra essere il piatto succoso che cuoce a fuoco lento sulla fiamma della retorica. In rete o sui quotidiani da giorni le trombe annunciano la grandiosità della festa del “Primo Maggio” (maiuscolo ironico e non a caso). Tutti urlano e annunciano la buona novella della “festa dei lavoratori”. Come quando si aspetta Babbo Natale, carico di regali. Si tratta di una festa fatta di “concertoni” in varie città, Roma su tutte, mobilitazioni di sigle sindacali o per “ricordare con la forza della preghiera il lavoro” o ciò che ne è rimasto. Si sommano poi dichiarazioni di ogni tipo. Una fibrillazione collettiva, insomma. Appare quasi un’isteria di massa questa voglia di aggrapparsi a qualcosa che nel frattempo è cambiato profondamente. Non voglio parlare dei precari o dei vari tipi di contratti ma della sostanza. Ad ogni modo possiamo risolvere l’impasse. Immaginiamo che il primo maggio (minuscolo non a caso) non sia che un simulacro di ciò che era una volta. Un ponte per varie ed eventuali da collegare in maniera forzosa ad altre vacanze, spogliato della sua anima. Suvvia, siamo realisti.

Negli anni abbiamo perso qualche pezzo e questo è il risultato. La cosa sembra suscitare poco interesse. Fatte le dovute eccezioni, naturalmente. A Ischia come siamo messi? Il sistema “compare” (nel senso di complice e in quello di manifestazione) deviato. Forse da più tempo della battuta di sopra. Alla lunga s’è pervertito fino al punto in cui, oggi, non possiamo che accettarlo. Corrotto, appunto. Insomma, è così se vi pare e se non vi piace, beh, “quella è la porta”. Questo sente ripetersi il dipendente che si permette di domandare il riconoscimento per il suo lavoro straordinario, in qualche caso si tratta di lavoro notturno, dopo aver sforato il monte ore settimanale. Ci sono persone poi che lavorano dodici o sedici ore ogni giorno, compensate da una retribuzione pari a sette. E chi si spinge oltre nella richiesta di riconoscimento rischia, e anche parecchio. Neppure questo sembra esserci sgradito e molti sono costretti dalle circostanze ma vi si adattano in silenzio. I sindacati? Ah, di quelli abbiamo perso le tracce dopo aver imparato a farne a meno. Non esistono. Anche l’ispettorato del lavoro andrebbe inserito nell’elenco delle istituzioni scomparse o fantasma. I sindacati, dicevo. Se ci sono, molti occupano il ruolo di supporto a domande generiche o di disoccupazione. Se esistono, invece, hanno imparato a resistere. Alcune “sigle” infatti, galleggiano nella melma districandosi tra liquami infami dopo aver stretto patti occulti ma assai chiari con imprenditori o certe categorie. Una cosa sconcertante di cui ho detto in tempi non sospetti. Di storie se ne sentono su quest’isola. A qualcuno potrebbero apparire solo “storie”. Chi però, nell’esercito di lavoratori stagionali, sarebbe disposto a denunciare la sua condizione con il rischio alto di non lavorare più? Alcuni, in certi casi, sono obbligati dal proprio datore a declinare la liquidazione a fine stagione. Alla rinuncia spesso sovraintende la figura del sindacalista (oibò!).

Si fa di tutto per non essere espulsi dal mercato. Uno spettacolo deprimente se non fosse superato da ciò che è avvento nei giorni scorsi. La Guardia di Finanza, a Barano, ha “scovato”, il 27 aprile, in un albergo almeno 15 dipendenti irregolari – cioè in nero – su 19!I Carabinieri, solo due giorni prima, in un altro comune e in un’operazione simile, si sono trovati di fronte 11 lavoratori in nero, su 11! La pratica dell’irregolarità non finisce qui. Voci sottotraccia confermano che alcune strutture (di solito si tratta sempre di alberghi) usano una formula innovativa. Il dipendente è regolarmente assunto ma non percepisce alcuna retribuzione. Ogni mese, però, partecipa alla maturazione del periodo minimo che gli consentirà la presentazione della domanda di disoccupazione. E questa possibilità gli è data dal suo benefattore dopo aver ricevuto la richiesta di contribuire a mantenere alto il nome dell’azienda in cui ha lavorato gran parte della sua vita. A far compagnia a tale schiera d’impeccabili adulteri delle regole e della legalità vi è una categoria d’imprenditori speciali che, invece, paga il dipendente. Viva Dio, direte. Parzialmente. Quest’ultimo deve restituire una parte della somma al datore, in contanti dopo qualche giorno. Sono anni che ne scrivo, ne accenno, o magari mi è capitato di parlare di “sistema isolano” in cui vige una netta corrispondenza tra il comportamento, irregolare, illecito e anti sociale, dell’imprenditore e il dipendente. C’è rarità di cui andar fieri? Certo. Esiste chi tenta di opporsi all’inciviltà e alla mancanza di rispetto per chi lavora spesso con spirito di sacrificio (facendo anche in questo caso le dovute eccezioni). Ne possiamo parlare all’infinito. Possiamo scrivere di comportamenti che adottano potentati o politici o albergatori e datori di lavoro in genere, talvolta trovando collimate tali figure di malessere sociale in una sola persona. E ne siamo provvisti (sull’isola). Potrebbe cambiare il “sistema isolano”? Se prima uno, dopo cento, e poi mille, affermassero di fronte a ogni condizione iniqua “io non ci sto”, qualcosa potrebbe cambiare, sì. Compresi gli imprenditori onesti. Fino a quel momento continueremo a scriverne senza pretesa di modificare nulla o di aiutare a maturare la consapevolezza necessaria di chi mantiene con dignità la propria famiglia ed è costretto ad adattarsi a condizioni spiacevoli pur di lavorare. Se a tutto ciò però c’è solo qualche condanna zuccherosa da parte di alcuni amministratori o dai rappresentanti di comunità e istituzioni, e nessuno – sindaci in testa – assume impegni a favore della tutela del lavoro il problema, allora, si allarga. Tuttavia potete anche smetterla di dire che qui nessuno parla di questo scrigno che è il mondo del lavoro. Se poi aspettate che qualcuno assuma la responsabilità  al vostro posto – per esempio al posto di chi dovrebbe denunciare lo stato in cui si versa – schiettamente vi direi che state guardando una bella fiction

Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci

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