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LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Quello che non vi diranno» 

Premessa 1. Non so se esistano studi sul fenomeno del “cantarsela e suonarsela” che è individuabile tanto in persone quanto in movimenti o associazioni – pure di professionisti – sull’isola d’Ischia. Una deriva alla quale andrebbe messo un freno per rallentare la discesa sui nostri terreni lunari che sappiamo coltivare molto a parole e poco nei fatti (per questo, è ovvio, restano lunari). Non so neppure se c’è chi si è accorto che da anni viviamo in un circuito chiuso, un loop per dirla in altra maniera. L’enciclopedia Treccani lo descrive in questo modo: «nel linguaggio scientifico e tecnico, termine con cui si designano oggetti, strutture, programmi schematizzabili come linee chiuse o anelli; in elettrotecnica, ldi corrente, lo stesso che circuito chiuso. In informatica, successione di operazioni che vengono eseguite ripetutamente dal calcolatore nello stesso ordine, ogni volta con modifiche degli operandi, finché non sia soddisfatta qualche condizione prefissata».

Non so se esistano studi sul fenomeno del “cantarsela e suonarsela” che è individuabile tanto in persone quanto in movimenti o associazioni – pure di professionisti – sull’isola d’Ischia. Una deriva alla quale andrebbe messo un freno per rallentare la discesa sui nostri terreni lunari che sappiamo coltivare molto a parole e poco nei fatti (per questo, è ovvio, restano lunari). Non so neppure se c’è chi si è accorto che da anni viviamo in un circuito chiuso, un loop per dirla in altra maniera

In effetti, si tratta di una fragilità che appartiene un po’ all’Italia intera, tuttavia per tentare di ampliare i confini della critica si può partire proprio da Ischia che è parte integrante del circuito chiuso che abbiamo creato a volte con un’enorme passione per il nulla cosmico. Nell’attesa di conoscere che cosa pensano gli “intellettuali che albergano in ogni comune”, sempre pronti a sottrarsi al dibattito perché forse bisogna evitare di scendere dal monte del sapere che invece va tutelato dalle contaminazioni volgari, oppure semplicemente perché non è il caso di dire ciò che si pensa altrimenti l’amico sindaco o l’assessore, o l’imprenditore tutti potenziali bersagli della critica, potrebbero prenderla non troppo bene, l’unico antidoto resta dire le cose come sono.

Mimmo Barra (Aretur Campania)
Mimmo Barra (Aretur Campania)

Raccontarle certo ma non come osservatore esterno dal contesto ma al contrario parte integrante dell’ambiente che si vuole in parte migliorare pure soltanto nei termini della relazione. Ciò per evitare la vulnerabilità del “detto” – o anche se vogliamo del “non detto” – che rischia di uscire malconcio dallo scontro. Non so se avete notato le notizie di questi ultimi giorni riguardo al numero delle auto presenti sulle strade di Ischia. Dagli oltre 65 mila veicoli si tocca nei mesi estivi il tetto di 100 mila, un record chiaramente negativo di cui abbiamo parlato abbastanza e dettagliatamente nel corso degli eventi, sulla stampa e giocoforza nell’impotenza siamo costretti a catalogare l’argomento con la dicitura “a futura memoria” con l’auspicio che qualcuno tra un giorno, un mese o un anno si svegli per affrontare il problema. Per risolverlo davvero magari e non solo per usarlo come cavallo di battaglia per la sua personale e perenne campagna elettorale. È chiaro che esistono soluzioni adatte per questa criticità, lo stesso vale per le altre esistenti, attribuendo alle targhe alterne un effetto risolutivo minimo rispetto al potenziamento del trasporto pubblico, compresa la rifondazione del servizio da piazza, con il graduale ridimensionamento – magari sul lungo periodo – del numero complessivo dei veicoli. Un piano, insomma, che chiede la partecipazione delle sei amministrazioni, dei sei sindaci e dei loro entourage che per il momento è, appunto, a “futura memoria”. Non è però del problema del traffico che voglio parlare, neppure dell’incapacità dei sei comuni di mettersi insieme – alcuni tra loro non parlano, oltre le simpatie e antipatie politiche – e utilizzare il Patto per lo Sviluppo dell’isola d’Ischia come grimaldello per aprire l’accesso a fondi enormi e di qualsiasi tipo e avviare una progettazione “comune” sull’isola per aggredire problemi comuni.

Non so se avete notato le notizie di questi ultimi giorni riguardo al numero delle auto presenti sulle strade di Ischia. Dagli oltre 65 mila veicoli si tocca nei mesi estivi il tetto di 100 mila, un record chiaramente negativo di cui abbiamo parlato abbastanza e dettagliatamente nel corso degli eventi, sulla stampa e giocoforza nell’impotenza siamo costretti a catalogare l’argomento con la dicitura “a futura memoria” con l’auspicio che qualcuno tra un giorno, un mese o un anno si svegli per affrontare il problema. Per risolverlo davvero magari e non solo per usarlo come cavallo di battaglia per la sua personale e perenne campagna elettorale 

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A tal proposito, rivolgendomi ai sindaci e alle loro amministrazioni, nei giorni scorsi ho parlato con l’ideatore del Piano, Mimmo Barra, che resta a disposizione per capire come rendere concreta questa possibilità. Ed è proprio della “possibilità” di interrompere questo circuito chiuso prodotto dal fenomeno del “cantarsela e suonarsela” che voglio fare alcune riflessioni. Della possibilità, cioè, di passare dallo schema “getto parole al volgo, cosi me la suono e canto ancora meglio” alla domanda “che cosa possiamo fare insieme per intervenire e risolvere le criticità?”. Lasciando stare la certezza che se i sindaci non si oppongono insieme al problema del traffico e del numero delle auto, che rischia di rimanere e incancrenirsi e sarà ottimo solo come “articolo” da proporre ogni volta sulla stampa, bisogna rilevare il fatto che se non parlano tra loro è già di suo una difficoltà gigantesca perché ciò aumenta il circuito chiuso con gli effetti negativi che ricadono a cascata sul territorio. Tutti parlano dal pulpito delle loro amministrazioni ma non c’è nessuno che sia capace di spingersi un po’ oltre per capire come agire, insieme. Ecco, voglio parlare dell’uso tanto ingordo quanto sottoposto della parola che diventa una sorta di gara a chi è capace di spararla più grossa per poi dire, dopo, “ne ho parlato” e su questo misurare la propria statura politica o quella amministrativa da riversare in qualche intervista. Chiaramente ne possono “parlare” denunciando la questione critica, i giornali, i commentatori seriali o più in generale ne possono parlare quelli che hanno rinunciato all’enorme potere di tacere per evitare di affrontare argomenti che non corrispondono alle proprie competenze. Ai sindaci, invece, è chiesto di “fare” (possibilmente non solo pinete o tutto l’ordinario previsto ma anche lo straordinario in cui rientra la collaborazione “attiva” con gli altri colleghi). Se esiste un uso smodato delle dichiarazioni e delle parole, ed esiste, allora per evitare ulteriormente di compromettersi con la catalogazione ripetitiva del “me la canto e suono da solo” c’è bisogno di un intervento collettivo e della sua presenza in funzione costruttiva.

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Non è però del problema del traffico che voglio parlare, neppure dell’incapacità dei sei comuni di mettersi insieme – alcuni tra loro non parlano, oltre le simpatie e antipatie politiche – e utilizzare il Patto per lo Sviluppo dell’isola d’Ischia come grimaldello per aprire l’accesso a fondi enormi e di qualsiasi tipo e avviare una progettazione “comune” sull’isola per aggredire problemi comuni. A tal proposito, rivolgendomi ai sindaci e alle loro amministrazioni, nei giorni scorsi ho parlato con l’ideatore del Piano, Mimmo Barra, che resta a disposizione per capire come rendere concreta questa possibilità. Ed è proprio della “possibilità” di interrompere questo circuito chiuso prodotto dal fenomeno del “cantarsela e suonarsela” che voglio fare alcune riflessioni

C’è necessità di una “connessione sindacale in comune” non della disconnessione attuale che consente di cantarsela per sé e qualche altro spettatore seduto comodamente al festival delle ovvietà. Premessa 2. Il 28 settembre scorso, sul Castello Aragonese, ho avuto il piacere di assistere al workshop “Turismo e retail connubio strategico per il rilancio strategico di una destinazione”, organizzato dall’associazione “Ischia is More” alla presenza del suo presidente Michele Sambaldi e del delegato Pietro Scaglione. Interessante per certi aspetti, per altri di alcuni dati rilasciati durante gli interventi eravamo a conoscenza da anni. Ci sarebbe da citare quelli davvero attraenti o della mancanza – in quel dibattito pubblico – di un progetto serio di rilancio. Mi auguro che ce ne sarà uno da approfondire nel prossimo futuro, tuttavia mi limito alla dichiarazione di Antonio De Matteis, CEO di Kiton. De Matteis ha detto di “coltivare” i dipendenti, di formarli continuamente e pagarli il giusto perché sono e rappresentano un valore. Ha aggiunto in sintesi che Kiton senza quel valore aggiunto non sarebbe la società che è oggi e che le aziende troppo spesso dimenticano che sui dipendenti si regge lo scheletro di una struttura e la formazione continua contribuisce all’aumento della competitività. Il CEO di Kiton “ha rotto” il circuito chiuso, o se vogliamo la piega autoreferenziale che stava prendendo l’appuntamento. Molti del pubblico, tra cui importanti imprenditori locali, non sono stati molto d’accordo con quell’affermazione che hanno trovato – immagino – fuori luogo. Intanto ha svegliato qualche sonnambulo e gli ha dato un modo per mettersi davanti allo specchio per ringiovanire e crescere e correggere una delle matrici sbagliate che nutrono quel circuito chiuso, soprattutto mentale.
Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci 

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Dottor Petrucci per Antonio De Matteis i nostri im(prenditori)locali avranno già fatto emettere foglio di via che idea malsana trattare i dipendenti come lo scheletro di una struttura e non come schiavi

Graziano Petrucci

Carissimo, suppongo lei possa aver ragione e, se così fosse, sarebbe spiacevole per il tessuto economico ed imprenditoriale (almeno per la parte presente a quell’incontro) non aver colto un’indicazione su come far ripartire anche il turismo e il commercio in genere. Peggio sarebbe trovarsi di fronte alla certa miopia probabilmente di molti “imprenditori” che hanno ancora molte difficoltà a cogliere non solo suggerimenti ma pure la consapevolezza che il mondo è cambiato, l’imprenditoria lo segue a ruota (a quanto pare non da noi, e in Italia in genere), e che per rinforzare i muscoli della competitività c’è bisogno di guarire l’artrosi (mentale) della maggioranza di chi è rimasto fermo agli anni ‘80, senza andare troppo indietro nel tempo ..

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