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«Caffè Scorretto» «Stanno tutti bene»

Benvenuti nella realtà. Prego, accomodatevi pure. Fate come fosse casa vostra. Immagino che abbiate maturato la consapevolezza che Ischia è fatta da almeno due isole, da almeno due dimensioni, da almeno due livelli, da almeno due tipi di umanità a variazione differenziata di sensibilità, ma un solo grande egoismo, e magari qualcuno ha avuto il coraggio di chiedersi in quale dei due piani sopravvive ordinariamente. Vi ricordate? Dopo il terremoto dell’agosto 2017, un po’ frastornati tra il sonno e la veglia, ci siamo accorti – me lo auguro – che esiste una massa di persone che prima si autodefiniva “popolo ischitano”, comunque isolato e alla deriva ma che in realtà non è mai stato “insieme”. Forse proprio in quei giorni i pochi fili che ancora la tenevano unita anche per forza geografica, sono caduti e non sono mai più stati ricuciti. Da una parte la massa di umani che durante quei momenti ha perso la casa o gli affetti e tanti sono stati testimoni della cancellazione in pochi secondi della storia e del proprio passato. La vita, insomma. Ciò ha dato spazio alla paura che s’è accomodata negli occhi di chi oggi è rimasto senza la quotidianità, tranne che in compagnia del timore che ancora continua l’altalena tra l’ansia sul futuro e il terrore della rassegnazione di fronte al naufragio di Piazza Maio e del Fango. Nutrito dalla cognizione di aver perso ogni cosa e dalla certezza che quelle macerie di oggi, quei mattoni di una volta che per decenni hanno protetto le famiglie dal vento e dalla pioggia e ne hanno registrati i pianti, le gioie e le memorie, adesso sono mura tenute insieme da impalcature per non farle soccombere alla forza di gravità. Fotografia di un’incapacità collettiva, sono ciò che siamo adesso benché si faccia di tutto per convincersi del contrario. Dopo il terremoto, dall’altra parte il popolo pagante, in altri effetti, è svanito e s’è ulteriormente eclissato nell’indifferenza relegando “l’altro” alle vicissitudini del destino. Per istinto di sopravvivenza, forse, e non ci sarebbe niente di male ad ammetterlo. Il danno è arrivato successivamente. La spaccatura s’è allargata. Nessuno è stato più in grado di sfruttare la crisi per suturare una società ormai sfasciata, persa probabilmente nel labirinto della burocrazia e nella ricerca di visibilità ad ogni costo, come nell’insensibilità che è tornata al suo posto e ci ha mostrato il volto nascosto del “popolo isolano”. Nemmeno le amministrazioni hanno evitato di fare solo il proprio meglio e unendosi, contenendone le conseguenze, magari ci sarebbero pure riuscite. Invece no. Quelle non colpite da danni, cui si è unito qualche imprenditore che temeva per la sorte della sua attività, hanno manovrato nel nervosismo dichiarazioni sottolineando al mondo che quel pezzo su cui la forza della natura si era abbattuta era lontano dal proprio. Vi ricordate? C’era chi chiedeva pure di restare in silenzio di fronte alla rinnovata scoperta che Ischia è un’isola vulcanica o che addirittura c’era stato un terremoto. E dopo? Forse c’è chi si è accorto che qualcosa non quadra nel micro mondo isolano, e svolge la sua funzione come un chiodo fisso nel cervello quasi da diventarci matti. È questa la sensazione che ha portato qualcuno a chiedersi se non ci sia allora da correggere più di una cosa, forse tutto. Un senso d’inadeguatezza che qualcuno, singolarmente, avverte quotidianamente quando è in auto e si muove nelle sue abitudini o mentre passeggia gettando l’attenzione sugli scorci di panorami alla ricerca della fotografia perfetta da scattare e postare su instagram o facebook. Magari per avere la conferma individuale e collettiva che, tutto sommato, non siamo poi così cattivi e indifferenti. Facciamo di tutto per alimentare la prigione, quelle sbarre che non ci permettono di fare i conti con noi stessi. Siamo meno umani, o forse non lo siamo mai stati. Con l’attenzione verso l’esterno per evitare di scattare fotografie bruttissime di cui siamo noi i soggetti principali. Evitiamo di assumerci responsabilità che sono nostre e abbiamo contribuito a creare, ognuno per il suo, ma in certi casi siamo pronti ad ammettere che la colpa, in certi casi, è nostra. Pure questo tipo di ammissione, però, gettata lì dal balcone del social network, non ci esime dopo dal fare quanto è necessario per ricomporre le due parti più evidenti di quest’isola, la cui umanità è sprofondata in un gorgo tra la burocrazia e i continui scarica barile, tra l’addossare le responsabilità a un ufficio o su un’istituzione che sia il sindaco o la chiesa con i preti. Eventi, per lo più catastrofici perché il terremoto lo è, ci segnalano altro. Come la morte di Renata, senza tetto trovata a Casamicciola deceduta probabilmente a causa del freddo. Dovrebbero farci riflettere su chi o che cosa siamo diventati, perciò si presentano nell’ineluttabilità della sorpresa. Come ceffoni per svegliarci dal sonno in cui siamo finiti. Pur tuttavia è quasi abitudine che dopo il clamore iniziale siamo di nuovo pronti a segregare questi segnali in cantina, sullo scaffale tra mille scuse per non farci centinaia di domande e continuare a dormire, meglio di prima.

Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci

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