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LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Un test per capire se siamo fantasmi [l’isola vicina a Capri e Procida]»

Dobbiamo fare i conti con noi e la politica, maggioranze e opposizioni, devono fare lo stesso? Salvo rare eccezioni in grado di sostenerne il peso, c’è una difficoltà non proprio piccola nel porre e rispondere a questa domanda, presupposto iniziale per stabilire e rinnovare il collegamento sfilacciato e sfibrato tra “popolo ischitano” e territorio. Ammesso che il primo esista di fronte all’immediata e palese realtà del secondo, ciò che bisogna rilevare è che manca un elemento indispensabile per la mediazione: il corpo.

Dobbiamo fare i conti con noi e la politica, maggioranze e opposizioni, devono fare lo stesso? Salvo rare eccezioni in grado di sostenerne il peso, c’è una difficoltà non proprio piccola nel porre e rispondere a questa domanda, presupposto iniziale per stabilire e rinnovare il collegamento sfilacciato e sfibrato tra “popolo ischitano” e territorio. Ammesso che il primo esista di fronte all’immediata e palese realtà del secondo, ciò che bisogna rilevare è che manca un elemento indispensabile per la mediazione: il corpo. Probabilmente è attraverso questa domanda che s’intravedono i confini di una grande sfida che ci aspetta e che faremmo bene ad accogliere e superare

Probabilmente è attraverso questa domanda che s’intravedono i confini di una grande sfida che ci aspetta e che faremmo bene ad accogliere e superare. Restare arroccati nelle fasce del singolo comune, spesso legate al proprio interno quanto slacciate nella collaborazione tra sei che riproducono come un disco rotto azioni soliste, come detto da molti e affermato in tono minore o maggiore da altri, non serviranno che all’inadeguatezza ischitana, causa prima di molti declini, collettivi e individuali.

Mimmo Barra

Pensiamo ai negozi che chiudono in ogni zona dell’isola e rimarranno sfitti: è un fatto che ci colpisce tutti, laddove non c’è ancora una coscienza comune di pari livello in grado di opporsi, o almeno limitare i danni. A pochi giorni dalla notizia che Procida sarà la Capitale Italiana della Cultura per il 2022; e a poca distanza dall’entusiasmo di tanti [di Ischia] quanto enorme è lo spazio dall’invidia di persone banalotte propense al giudizio abituate a spaccare il capello in quattro per capire come l’isola sia riuscita nel suo intento -chiamando addirittura un Project Manager “esterno”, il dr Agostino Riitano, classe 1977 di Torre del Greco, cui rivolgo i miei complimenti-, ciò a riprova che l’atteggiamento mostra gli spazi angusti di un’intelligenza soffocata in qualche tratto intestinale della mente “umana”, le riflessioni da fare per noi sono moltissime. A dire il vero, lo erano già prima dell’incoronazione dell’isola che ha dato i natali a economisti, accademici e personaggi illustri come Michele De Jorio che scrisse il primo codice marittimo della storia.

Se leggiamo le cinque sezioni in cui sarà articolato il programma della Capitale Italiana della Cultura, qualcuno potrebbe intuire che sono descrittive di ciò che, invece, è parziale nell’immagine riflessa di “una” Ischia ancora in cerca d’autore. Procida che ”inventa”, che “ispira”, che “include”, che ”innova” e che, infine, “impara”, sono tratti immancabili di chi desidera la sua trasformazione in laboratorio che fa del cambio di paradigma della cultura la piattaforma su cui issare il proprio asse portante e, al contempo, rivelano le nostre mancanze 

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Addirittura nella lista figura Baldassarre Cossa, nato, sì, a Ischia ma da una famiglia di procidani. L’elenco potrebbe continuare, a scapito sicuramente del vittimismo “nostrano” che mette spesso in vetrina la sua fallacia infantile insieme alla propria inutilità, esasperandole di fronte alle motivazioni che hanno premiato un programma che nel 2022 realizzerà a 44 progetti culturali, 330 giorni di programmazione, consentirà a 240 artisti di esibirsi, conterrà 40 opere originali e 8 spazi culturali rigenerati. La domanda iniziale impone un’autocritica necessaria e, perciò, una presa di coscienza che in fin dei conti ci manca qualcosa. Probabilmente siamo privi proprio di quel corpo, fatto di carne, sangue e nervi e muscoli. In grado di muoversi, di camminare con i piedi per terra ma con la testa per aria con l’ambizione di volare, di parlare lo stesso linguaggio ed esprimersi in modo maturo.

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Agostino Riitano

Se ne difettiamo, se forse è assente del tutto, perché allora non facciamo ciò che è vitale per crearlo? Una delle risposte è che ancora non siamo giunti a questa presa d’atto. Se leggiamo le cinque sezioni in cui sarà articolato il programma della Capitale Italiana della Cultura, qualcuno potrebbe intuire che sono descrittive di ciò che, invece, è parziale nell’immagine riflessa di “una” Ischia ancora in cerca d’autore. Procida che ”inventa”, che “ispira”, che “include”, che ”innova” e che, infine, “impara”, sono tratti immancabili di chi desidera la sua trasformazione in laboratorio che fa del cambio di paradigma della cultura la piattaforma su cui issare il proprio asse portante e, al contempo, rivelano le nostre mancanze. Riitano, nella sua intervista a IL Golfo ha sottolineato che ha scelto Procida rispetto ad altre città che gli avevano chiesto di collaborare alla candidatura, perché rappresenta “l’utopia della vittoria”. L’utopia, quell’aspirazione ideale, quel sogno che diviene pratica attraverso il motore propulsivo, la partecipazione della volontà e dell’intelligenza nel decidere, nel compiere un’azione: l’intenzione. Ecco un’altra cosa che a livello collettivo grida la sua assenza. Seppur presente nei segni distintivi e individuali dei sei comuni, segnala il distacco dal reale, da ciò che dovrebbe esser fatto specie quando un ente tende a superare gli altri. Quasi fosse una competizione la ricerca del finanziamento, regionale o nazionale, la sua esibizione, o organizzare l’evento per distribuire benefici o l’aver ideato il progetto migliore di riqualificazione (spesso slegato dal contesto).

È dal 2015 almeno che si parla di “Patto strategico e di sviluppo dell’isola d’Ischia”, elaborato dall’allora Commissario dell’Azienda di Cura e Soggiorno Mimmo Barra. Sono anni che si attende un’adesione compiuta al documento elaborato in modo specifico e che, una volta realizzato, sarà in grado di allacciarsi al Piano Strategico della Regione Campania, ai suoi finanziamenti e a quelli europei, per intraprendere la direzione dello sviluppo e della coesione economica per l’isola d’Ischia. Se da più parti non sono mancate le dichiarazioni alla stampa che è necessario mettersi e collaborare insieme, che è indispensabile realizzare un “piano” per farlo e accodarsi al podio raggiunto da Procida, molti non hanno tenuto conto che però un “piano” già esiste

Quello che timbra i comuni e la popolazione di Ischia, marchiandoli a fuoco con la sindrome di chi è convinto che il vicino gli possa rubare le caramelle, è più un atteggiamento mentale che poco o nulla ha a che vedere col numero dei comuni e neppure con l’arte di una gestione condivisa. Si proietta nel sociale, ed assume i contorni della restrizione di visione. Non si spiega altrimenti messa a confronto Ischia con la “rendita” caprese o l’ambizione ad esplorare il mondo possibile, anche attraverso il mare, da parte dei procidani. Tutte le isole vivono di turismo, di diversa qualità forse le une dalle altre. Tuttavia è l’approccio (in questo caso amministrativo ma si può tradurlo in senso collettivo) a cambiare: i capresi assumono atti e comportamenti da “leader” (e potrebbero evitarselo vista la fama che Capri ha nel mondo, di gran lunga superiore); i procidani da secoli si concedono al mare e alla cultura, fonti di apertura e conoscenza, coltivando quell’ambizione a salire sul palco riservato alle celebrità. E questa volta ci sono riusciti. E Ischia? Per lo più di estrazione contadina rispetto alle sue cugine, ognuno tende a “restare nel proprio terriccio limitato di possibilità”, nella speranza di governare i processi decisionali dell’intera isola. C’è la tendenza a diventare mezzadri, insomma, più che abbracciare la voglia di eccellere insieme per tenere il banco e la scena internazionale come fa Capri; o piuttosto Procida, che ha seminato se stessa con la propria identità, l’anima e il corpo, rispetto a come non l’hanno fatto sei comuni in almeno 30 anni. Forse Ischia, in fin dei conti, non ha tutto questo nel proprio DNA sociale col risultato di generare parzialità. Sarebbe indispensabile una ricerca sociologico-storica per “capirci” meglio, oltre che prestarci da cavie a un team di psicologi per individuare le deficienze e correggere il tiro. Nel tempo che ci separa dalla possibilità di stabilire le cause, i metodi e i rimedi di revisione che cosa si può fare? Niente di più semplice, quanto difficile. “Fare”, appunto. È dal 2015 almeno che si parla di “Patto strategico e di sviluppo dell’isola d’Ischia”, elaborato dall’allora Commissario dell’Azienda di Cura e Soggiorno Mimmo Barra. Sono anni che si attende un’adesione compiuta al documento elaborato in modo specifico e che, una volta realizzato, sarà in grado di allacciarsi al Piano Strategico della Regione Campania, ai suoi finanziamenti e a quelli europei, per intraprendere la direzione dello sviluppo e della coesione economica per l’isola d’Ischia. Un “piano” per salire lo scalino ed aspirare a un nuovo ecosistema – anche sociale – che in se porta i semi della diversità, dell’evoluzione, del progresso, oltre a ragioni di ordine pratico poiché i finanziamenti smetteranno di arrivare dal 2027. Se da più parti non sono mancate le dichiarazioni alla stampa che è necessario mettersi e collaborare insieme, che è indispensabile realizzare un “piano” per farlo e accodarsi al podio raggiunto da Procida, molti non hanno tenuto conto che però un “piano” già esiste, al netto degli strumenti che il Testo Unico degli Enti Locali concede ai comuni. Va solo ripreso, e l’onere spetta alle amministrazioni che hanno l’obbligo a questo punto del rinnovo all’adesione. E mentre Casamicciola, risulta l’unico comune ad aver risposto alle comunicazioni “ufficiali” per recuperare l’elaborato di Mimmo Barra, all’appello mancano gli altri sindaci. Magari avranno altro da fare in questi tempi di incertezza ma cui è richiesta una capacità che se scarseggia nelle persone “normali”, deve presumersi presente in maniera massiccia in chi tiene alle sorti del proprio comune, vale a dire la visione d’insieme. Per evitare, in fondo, quei discorsi che ci avvolgono in desueti cliché annunciando la fine della “vita”, l’espatrio dei ragazzi, il turismo dozzinale, l’inadeguatezza dei trasporti, il sistema che non regge; dove ogni giorno si ripete simile al precedente, costringendoci a vivere in penombra dopo aver perduto le occasioni nell’inevitabile incomunicabilità con l’esterno e con noi stessi, mentre cerchiamo di nominare l’esperienza del niente quali testimoni della memoria rimossa da un luogo che rischia di perdere oltre al corpo anche il proprio nome.

Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci

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