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CRONACA

Calunnie e diffamazioni. Denunciare si può!

La diffamazione è l’offesa nei confronti della reputazione altrui commessa, comunicando con altre persone, che devono essere almeno due o più di due. In questo caso, di solito la vittima non è presente. Non si può avere diffamazione quando si parla male di un’altra persona con un’altra. Il reato si ha lo stesso, se l’episodio si ripete in modo sistematico con altre persone, da configurare la comunicazione, anche se non contemporanea, con più soggetti.

Il reato di calunnia trova la propria disciplina nell’articolo 368 del codice penale e si configura qualora un soggetto, per mezzo di denuncia, querela, richiesta o istanza (dirette all’autorità giudiziaria, ad altra autorità che abbia l’obbligo di riferirne a quella o alla Corte penale internazionale) incolpi di un reato una persona di cui conosce l’innocenza o simuli a carico di quest’ultima le tracce di un reato. Occorre precisare che la calunnia deve ritenersi configurabile sia quando il reato è stato effettivamente commesso da altri e l’accusatore ne sia consapevole, sia quando il reato è solo il frutto della fantasia di quest’ultimo. L’interesse tutelato da tale norma è quello del corretto funzionamento della giustizia perseguito evitando che venga instaurato un procedimento nei confronti di un soggetto che è innocente (o per non aver commesso il fatto o per avere agito in presenza di cause di giustificazione).

In ambito giuridico, la calunnia può costituire un vero e proprio reato consistente nel recare offesa all’altrui reputazione comunicando a due o più persone, a voce o per iscritto, e fuori della presenza della persona offesa, oppure diffondendo, per mezzo della stampa, notizie di fatti che possano comunque ledere o diminuire la stima morale o intellettuale o professionale che la persona gode nell’ambiente in cui vive: in questo caso è opportuno dare querela per calunnie.

Alla base delle calunnie e maldicenze in famiglia, c’è sempre un profondo complesso di inferiorità e inadeguatezza che spesso si traduce in vera e propria invidia e competizione e nei casi peggiori, in un desiderio di annientamento dell’avversario.

Per quanto riguarda il sollevamento psicologico, una persona vittima di maldicenze familiari, può difendersi in questo modo: Per prima cosa, bisogna ricorrere alle proprie risorse psicologiche, per evitare di farsi tormentare dall’ansia o deprimere dalla tristezza. Ecco qualche consiglio elargito al Golfo, dalla dottoressa Monti, psicologa di Napoli esperta di violenze familiari.

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I propositi per passare al contrattacco e mettere all’angolo chi ci calunni:

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Realismo: quando veniamo a conoscenza di un pettegolezzo, dobbiamo accettare il fatto che non possiamo essere amati da tutti.

Condivisione: mettiamo al corrente gli amici sinceri e i nostri cari dei sentimenti derivanti dalla calunnia; serve a sentirci meno soli e fragili.

Riflessione: esaminiamo i nostri comportamenti e se troviamo qualche leggerezza o errore, modifichiamoli, senza però cospargerci il capo di cenere.

Calma: teniamo sotto controllo il più possibile le nostre reazioni.

Distacco: proviamo a rendere insipido ai maldicenti il boccone che si vogliono gustare.

Ironia: cerchiamo di sdrammatizzare, magari con una risata.

Confronto: affrontiamo l’autore del pettegolezzo perché il confronto consentirà di scoprire i giochi psicologici che stanno dietro la calunnia e mettere il calunniatore di fronte alle proprie miserie.

Si tratta comunque di un reato comune, potendo essere posto in essere da chiunque, di pura condotta, di pericolo e a forma vincolata. La pena edittale prevista dal codice penale per il reato di calunnia è quella della reclusione compresa tra un minimo di due anni e un massimo di sei anni. Denunciare si può!

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