LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Capo-danno: senza brindisi e senza spirito critico»

Pensiamo di non far torto a nessuno se non ci sediamo al tavolo delle squadriglie che generalizzano e discutono su qualunque cosa e di chi vorrebbe liberare qualche posto per non star stretto, ma se dovessimo seguire il buon senso e raccontare il Capodanno in un albergo di Forio, probabilmente avremmo detto che l’anno nuovo non è entrato da una porta girevole tra musica e spumante, ma da una finestra rotta, con i termosifoni spenti e una cena che aveva più il sapore della beffa che della festa. In un hotel, località San Francesco, circa duecento clienti hanno salutato il 2026 nel modo meno augurale possibile: al freddo, nelle camere prive di riscaldamento, e attorno a una tavola che, invece di unire, ha gettato petardi agli animi.

Pensiamo di non far torto a nessuno se non ci sediamo al tavolo delle squadriglie che generalizzano e discutono su qualunque cosa e di chi vorrebbe liberare qualche posto per non star stretto, ma se dovessimo seguire il buon senso e raccontare il Capodanno in un albergo di Forio, probabilmente avremmo detto che l’anno nuovo non è entrato da una porta girevole tra musica e spumante, ma da una finestra rotta, con i termosifoni spenti e una cena che aveva più il sapore della beffa che della festa

Il cenone di San Silvestro – che per definizione dovrebbe essere un rito collettivo di abbondanza e allegria – si è trasformato in un rosario di lamentele, proteste, rabbia. La festa è degenerata in contestazione che si è spostata alla reception, dove un’addetta è stata investita da un’aggressione verbale tanto violenta quanto indegna. I Carabinieri sono arrivati a riportare ordine, un’ambulanza del 118 ha fatto capolino tra la confusione: due operatori sanitari, colpiti lievemente, sono finiti al pronto soccorso dopo un fanalino dell’ambulanza andato in frantumi. Un Capodanno memorabile, sì. Ma nel senso sbagliato, ossia lontano dal buonsenso. Ora, fermiamoci un momento. Non per compatire – che è esercizio inutile – ma per capire. Perché episodi come questo, restando ferma anche l’analisi sulla qualità della clientela, non sono semplici “incidenti di percorso”. Sono il prodotto di una catena di responsabilità che parte lontano e arriva molto più in là di una cucina mal gestita o di un impianto di riscaldamento spento.

Lo scrittore Gianni Rodari, che nel 1970, fu intervistato da Sergio Zavoli, disse una cosa che oggi suona come una sentenza: “Dove c’è un errore di mio figlio, prima c’è stato un errore mio”. Rodari parlava dei ragazzi, della droga, della loro fuga dalla realtà. Ma il concetto è universale e va oltre il tempo. Vale per l’educazione, vale per la società, vale – ahinoi – anche per il turismo. Rodari indicava la mancanza di uno strumento necessario e fondamentale che, oggi più di ieri, è assente: lo spirito critico. Quello che insegna a guardare il mondo, a smontare le apparenze, a non accettare tutto come inevitabile. Peccato che, in senso più ampio, lo spirito critico dia fastidio. Ai genitori, agli insegnanti, alle istituzioni – diceva Rodari. E, aggiungiamo noi, anche a certi albergatori e, non ultima, a una parte della politica locale che ha in comune con i primi la scelta di perseguire il cammino della svendita- che può avvenire in qualsiasi modo – al posto dell’innovazione e dell’ammodernamento, dopo aver dedicato tempo alla modifica del proprio paradigma mentale che poi diventa “turismo”. Perché se duecento persone possono finire un Capodanno al freddo, mangiando male e pagando regolarmente, senza che nessuno – politica e rappresentanti dell’imprenditoria, su tutti- si scandalizzi davvero, significa che lo spirito critico è stato anestetizzato.

Lo scrittore Gianni Rodari, che nel 1970, fu intervistato da Sergio Zavoli, disse una cosa che oggi suona come una sentenza: “Dove c’è un errore di mio figlio, prima c’è stato un errore mio”. Rodari parlava dei ragazzi, della droga, della loro fuga dalla realtà. Ma il concetto è universale e va oltre il tempo. Vale per l’educazione, vale per la società, vale – ahinoi – anche per il turismo. Rodari indicava la mancanza di uno strumento necessario e fondamentale che, oggi più di ieri, è assente: lo spirito critico

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Se alberghi “noti alle cronache” per problemi igienico-sanitari, cucina discutibile e servizi promessi ma mai mantenuti continuano a cambiare nome e società come si cambia camicia, senza conseguenze reali ma nella piena libertà di essere ancora sul mercato, significa che qualcuno ha smesso di fare domande. E quando si smette di fare domande, si accetta qualsiasi cosa. L’isola d’Ischia, va detto con onestà, non è questa. La stragrande maggioranza delle strutture ricettive lavora con serietà, qualità e rispetto per l’ospite anche se ci sarebbe da dire qualcosa sul trattamento dei dipendenti specie dal punto di vista retributivo. Ma bastano quei pochi – sempre gli stessi, come un ritornello stonato –, quelli che preferiscono la via del sottocosto perenne alla competizione, a erodere il capitale più prezioso: la fiducia. E la fiducia, nel turismo isolano, è come il vetro: si rompe una volta sola. Qui la responsabilità è evidente. L’ASL conosce i “soliti noti”, ma forse si limita a controlli sporadici e poco incisivi. Le amministrazioni comunali, a partire da quella di Forio, svincolano dal dovere di intervenire con decisione: sospensioni, chiusure temporanee, provvedimenti chiari e visibili. Non per punire, ma per tutelare il vetro dell’accoglienza pubblica dell’isola. Ischia non può permettersi che il suo nome venga usato come marchio di comodo per vendere servizi scadenti approfittando di un periodo in cui, forse, non era nemmeno prevista l’apertura salvo poi “tuffarsi nell’euforia del capodanno”, forse per racimolare qualcosa in vista della chiusura fino a Pasqua. Ma attenzione: sarebbe troppo facile fermarsi qui e puntare il dito solo contro le istituzioni. Rodari ci insegna che l’errore non è mai solo di “chi sta sopra”. È anche di chi guarda e tace. Senza spirito critico, anche l’indignazione muore. E quando muore l’indignazione, la cattiva politica – quindi non solo quella delle amministrazioni – prospera. Idem l’imprenditoria tossica. Lo stesso meccanismo che permette a certi hotel di continuare indisturbati è quello che consente a sindaci, assessori e consiglieri di tenere comportamenti discutibili senza pagarne il prezzo, ad un tempo pubblico e politico. L’opinione pubblica, disabituata a pensare criticamente, si limita a scrollare le spalle dopo due o tre giorni di sfogo sul social. È sempre stato così, si dice spesso.

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L’isola d’Ischia, va detto con onestà, non è questa. La stragrande maggioranza delle strutture ricettive lavora con serietà, qualità e rispetto per l’ospite anche se ci sarebbe da dire qualcosa sul trattamento dei dipendenti specie dal punto di vista retributivo. Ma bastano quei pochi – sempre gli stessi, come un ritornello stonato –, quelli che preferiscono la via del sottocosto perenne alla competizione, a erodere il capitale più prezioso: la fiducia. E la fiducia, nel turismo isolano, è come il vetro: si rompe una volta sola

Ed è proprio così che non cambia mai nulla. Il Capodanno – nell’albergo – di Forio, allora, non è solo una brutta storia di turismo mal gestito. È uno specchio. Ci riflette un’isola che rischia di perdere non solo visitatori, ma anche coscienza. Senza spirito critico, i disservizi diventano normalità, l’inerzia diventa strutturale, l’indecenza diventa folclore e tutto si trasforma in “sistema”. Le istituzioni hanno il dovere di intervenire, di operare e stimolare controlli se è il caso. I cittadini hanno, per loro conto, il dovere – ancora più scomodo – di vigilare, criticare, pretendere, prima da sé stessi e dopo dagli altri. Senza generalizzare, però. Perché uno spirito critico che non sa fare differenze e si usa male è come un termosifone spento o un albergo che non funziona a Capodanno: inutile, freddo, o destinato a far scoppiare prima o poi una protesta. Con la differenza che, questa volta, a rompersi non sarà solo un fanalino di un’ambulanza, ma la credibilità di un’intera comunità.

Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci

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