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Caserma Forestale, chiuso il dibattimento

Sembrava la solita udienza di un processo ormai virtuale, se non fosse stato ravvivato verso la fine da un vivace confronto in punta di diritto tra gli avvocati di alcune delle parti in causa. Dinanzi al giudice Occhiofino ieri mattina è stato ascoltato il geometra Antonio Piro, in forza al Comune di Casamicciola sin dagli anni ’80. Proprio per la sua conoscenza dei fatti e degli atti amministrativi lungo lo stesso arco di tempo coperto dalla vicenda relativa alla costruzione della Caserma della Guardia Forestale nel bosco della Maddalena, il geometra Piro era stato indicato tra i testimoni della difesa di Giosi Ferrandino e Silvano Arcamone, sostenuta dall’avvocato Gennaro Tortora. L’unico imputato ieri presente in aula era Donato Carlea, ex direttore generale delle opere pubbliche per la Campania e il Molise, assistito dall’avvocato Siniscalchi, mentre l’architetto Nicoletta Buono, all’epoca responsabile del procedimento presso il Provveditorato delle opere pubbliche, era rappresentata come di consueto dal legale di fiducia, avvocato Cedrangolo. Il geometra del Comune termale chiamato a deporre ha risposto con sicurezza alle domande della difesa, della parte civile e del pubblico ministero. Interrogato dall’avvocato Tortora, Piro ha spiegato di aver partecipato all’iter procedimentale per l’individuazione fisica dell’area destinata a ospitare la caserma essenzialmente attraverso due sopralluoghi, avvenuti rispettivamente nel 2004 e nel 2009. In particolare, il primo gli fu commissionato per la successiva redazione di un attestato indicante i vincoli che insistevano sul luogo.

Anche ieri l’udienza è ruotata attorno al famigerato equivoco riguardante l’indicazione della particella catastale che doveva ospitare il fabbricato. Il geometra Piro ha spiegato di aver rilevato anch’egli la discrasia emergente dagli atti, in quanto la particella 1 era stata nel frattempo “tagliata in due” da un’opera realizzata dalla Cassa del Mezzogiorno che veniva a creare una servitù di passaggio di acquedotto. La circostanza diede vita a tre distinte particelle: la 1 (quella comunque più ampia), la 8 (dove la Cassa aveva operato) e la 9, quella dove sarebbe sorta la Caserma. Come spiegato dal teste,  negli anni ’80 il Ministero nel richiedere l’individuazione di un’area per la Caserma aveva utilizzato una planimetria obsoleta che non teneva conto dell’ulteriore partizione verificatasi in seguito all’opera della Cassa per il Mezzogiorno. In sostanza, la particella 9 dove sarebbe sorta la Caserma era comunque inizialmente ricompresa nella particella 1. Di fatto non cambiava nulla, se non il nome della stessa. Dopo le domande dell’avvocato Tortora, è toccato all’avvocato Lorenzo Bruno Molinaro, difensore di parte civile, rappresentante dell’Assopini e di un residente  della zona, esaminare il teste. Piro ha spiegato che l’area di 782 metri quadri di cui si parla negli atti del procedimento amministrativo si riferiscono all’area di sedime che avrebbe dovuto essere occupata dal fabbricato all’interno della particella.

L’avvocato ha anche rivolto un paio di domande relative all’estensione del diritto di superficie e la previsione di una rototraslazione, in pratica la rotazione della pianta, dell’edificio, circostanze che tuttavia Piro non era tenuto a conoscere. Tramite alcune domande relative alla variante del piano regolatore, che il teste ha riferito essere state effettuate dal professor Conte, l’avvocato Molinaro ha tenuto a sottolineare che la costruenda caserma sarebbe comunque sorta in un’area classificata a “protezione integrale”, detta “zona F1 – verde di rispetto”, visti i vincoli paesistici vigenti. Piro ha comunque specificato che nel momento del suo secondo e ultimo sopralluogo, cioè nel 2009, non era ancora stata edificata alcuna opera edile, ma si era proceduto soltanto alla generica recinzione della zona (non della pianta dell’edificio), con l’installazione di una baracca di cantiere. Recinzione ovviamente più ampia dei 782 metri quadri del fabbricato e che comprendeva alcuni pini. In seguito alle domande del pubblico ministero il geometra del Comune di Casamicciola ha spiegato che i vincoli erano di tipo ambientale e idrogeologico, oltre al diritto di legnatico a favore dei cittadini casamicciolesi per il rifornimento di legna.

TORTORA VS MOLINARO. Terminato l’esame del teste, l’avvocato Tortora ha tenuto a precisare che il processo verte su fatti accaduti nel 2009 (anno in cui furono gettate le fondamenta dell’opera con contestuale taglio dei pini presenti sull’area prescelta), quando i suoi assistiti, Giosi Ferrandino e Silvano Arcamone, che fino al 2006 erano rispettivamente sindaco e responsabile dell’ufficio tecnico di Casamicciola, avevano già lasciato da quasi tre anni ogni ruolo amministrativo nel comune termale. La seduta sembrava ormai conclusa, ma l’avvocato Molinaro ha chiesto al giudice Occhiofino di poter ascoltare l’ingegner Benito Trani, ma gli avvocati Tortora e Cedrangolo si sono opposti, in quanto già dinanzi al precedente giudice del processo (il dottor Russo) l’avvocato Molinaro tramite un collaboratore aveva rinunciato all’ascolto di Trani.  La controversia si è trascinata animatamente per diversi minuti: «Le parti hanno già acconsentito all’utilizzabilità degli atti, non è consentito alla parte civile procedere all’ascolto dell’ingegner Trani laddove era già stato ascoltato l’architetto Mennella sulle stesse circostanze», dicevano in coro gli avvocati Tortora e Cedrangolo.

«Per motivi di giustizia sostanziale chiedo che il giudice acconsenta all’ascolto del teste, avendo io rinunciato agli altri. Vi sono inoltre implicazioni di natura amministrativa e urbanistica», ribatteva Molinaro, suscitando il vivace disappunto, per non dire risentimento, dell’unico imputato in aula, il professor Donato Carlea. Il giudice Occhiofino ha quasi perso la pazienza, affermando: «Signori, il processo è prescritto, qui stiamo solo perdendo tempo. Le alternative sono due: prescrizione o assoluzione». L’unica strada per permettere l’ascolto del teste Benito Trani sarebbe stata quella di appellarsi all’articolo 507 del codice di procedura penale, relativa all’ammissione di nuovi mezzi di prova che il giudice può disporre se necessario. Il dottor Occhiofino, dubbioso, ha disposto una sospensione dell’udienza di un quarto d’ora, al termine della quale è tornato in aula dichiarando respinta la richiesta.

Adesso il dibattimento è definitivamente chiuso. Il giudice ha aggiornato le parti all’udienza del 23 maggio 2018: l’avvocato Molinaro ha annunciato di voler discutere le conclusioni in quell’occasione, per sparare le ultime cartucce sotto il profilo delle illegittimità urbanistiche, paesistiche e amministrative, al di là dei profili penali. Volendo usare una metafora calcistica, il processo vista l’ormai certa prescrizione ha di fatto emesso gran parte dei suoi responsi, e resta solo da capire cosa deciderà il giudice sotto il profilo formale: l’alternativa, come detto, è tra l’assoluzione e la prescrizione, anche se quest’ultima non è stata ancora esplicitamente rifiutata dalle difese degli imputati. Orma non c’è alcuna fretta: si spiega anche così il differimento di ben sette mesi per il verdetto finale.

Francesco Ferrandino

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