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Caso Marconi, la mamma: «Assurdo che la chat sia diventata pubblica, adesso la verità»

ISCHIA. La incontriamo in un bar di Ischia, a Fondobosso, in una mattinata dove il cielo non promette nulla di buono ma perlomeno la pioggia non si è fatta sentire né vedere. Di questi tempi, inutile sottolinearlo, è già qualcosa. La signora che siede al tavolo con il cronista ha un nome e un cognome, ma noi la chiameremo Maria, che è un nome di fantasia: già, perché non è possibile svelare la sua identità dal momento che la donna è la madre del bambino che frequenta la scuola elementare Marconi di Ischia e che è stato oggetto del fatto di cronaca che ha fatto parlare un po’ ovunque. Ha voluto raccontare quanto successo, anche se ovviamente lo ha fatto senza scendere nei particolari dal momento che è in corso un’attività di indagine della polizia che ha trasmesso gli atti all’autorità giudiziaria competente. Ma su una serie di fatti Maria vuole soffermarsi e comincia da quello obiettivamente più eclatante: “E’ incredibile quello che è accaduto, mai avrei immaginato che una conversazione in un gruppo whatsapp potesse diventare di dominio pubblico e addirittura finire su un giornale, con l’effetto domino che ne è poi conseguito. Quando al mattino mi sono recato a scuola per esporre la situazione alla dirigente scolastica, la stessa mi ha mostrato la prima pagina di un giornale facendomi notare che erano stati termini come addirittura ‘orrore’, circostanza questa oltremodo deleteria per l’istituto soprattutto in vista delle iscrizioni per il nuovo anno scolastico. E io ho dovuto spiegare che non era stata certamente la sottoscritta a favorire la diffusione di quella conversazione via chiat, anzi per prima me ne ero meravigliata, sorpresa e soprattutto rammaricata. E poi mi sia consentita un’altra riflessione: a un certo punto il problema pareva chi fosse stata la talpa. Certo, è un aspetto da non trascurare, ma la cosa più assurda è che gli screenshot siano stati resi pubblici, un fatto intollerabile”.

Ed è anche per questo che Maria tiene anche a fare un’ulteriore sottolineatura, per chiarire un passaggio dell’intervista rilasciata al nostro giornale proprio dal maestro Giovanni Di Meglio, finito nell’occhio del ciclone: “Voglio precisare che il docente sbaglia quando sostiene che io abbia chiesto scusa, o meglio ha ragione solo in parte. Io, infatti, non mi sono affatto scusato con lui, ma semplicemente ho voluto esprimere il mio dispiacere per la eco che era involontariamente e inevitabilmente scaturita da quella chat che ritenevamo dovesse essere una questione privata. Mio figlio mi ha raccontato come sono andate le cose, io ho fatto altrettanto in commissariato, adesso però quello che voglio è che venga fuori la verità. C’è chi è preposto a fare gli accertamenti del caso ed a prendere le decisioni, perché conosco il mio bambino e so che qualcosa è successo”. Quando però proviamo a pungolarla, la risposta di Maria è categorica: “Ovvio che non si può assolutamente parlare di orrore”. Insomma, senza offesa per nessuno i tragici fatti accaduti a Cardito e che hanno visto vittima il povero Giuseppe, tanto per fare un esempio, sono ben altra cosa.

Conferma che il maestro Giovanni nei corridoi del Marconi ha avuto un confronto con lei: “Mi ha detto di avere alzato un po’ la voce per l’atteggiamento un po’ da monelli di alcuni bambini ma mi ha assicurato di non aver assolutamente messo le mani addosso a nessuno. La versione del mio bambino è invece diversa, e ovviamente l’ho esposta agli agenti di polizia. Posso dire che in quel momento si stava svolgendo una lezione di informatica, che ad una precisa domanda la risposta doveva essere ‘trentacinque’ e che invece per scherzo uno di loro ha detto ‘quaranta’. Questo avrebbe innervosito il maestro, tra l’altro mio figlio è diventato il bersaglio della sua rabbia anche se in realtà poi era stato un altro l’autore della risposta che voleva avere intento goliardico”. C’è anche altro da aggiungere e questo la dice lunga sul perché quella conversazione whatsapp non andava assolutamente resa pubblica o quantomeno in quella forma così plateale, manco fosse stato commesso un omicidio plurimo: “Ho notato che alcuni genitori, dopo il polverone sollevatosi su questa vicenda, hanno preferito abbandonare il gruppo. Così come altri, che inizialmente sparavano a destra ed a manca, hanno preferito abbassare i toni e addirittura azzerare i loro interventi. Insomma, qualcuno ha deciso di passare da un eccesso all’altro non appena la patata è diventata bollente e questo obiettivamente non è il massimo della vita…”.

Accanto a Maria c’è un altro genitore, che segue la chiacchierata senza intervenire. Ma che, mentre ci allontaniamo e siamo ai saluti, fa un’osservazione assolutamente condivisibile e da non sottovalutare. “C’è un’indagine in corso, ed è bene che tutto venga svolto con scrupolosità e puntiglio, come certamente commissariato e procura faranno. Spero però che nell’attesa gli altri docenti della scuola Marconi sappiano essere equidistanti dinanzi all’episodio accaduto. Pare che alcuni bambini già abbiano riferito ai genitori che i colleghi del maestro abbiano detto loro di aver esagerato nel raccontare quanto successo in quella fatidica mattinata e di non capirne i motivi. Questo, a mio avviso, è un errore che non va assolutamente commesso”. Letto, confermato e sottoscritto. Alla prossima puntata.

Gaetano Ferrandino

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