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C’era una volta Ischia

M’incamminavo, un giorno, abbastanza tardi, dopo essere uscito affaccendato dal Tribunale. D’improvviso uno strano suono sibillino si sparse nell’aria e tutt’intorno. Mi girai e rigirai:non vedevo nessuno. Seguendo il suono, il cui crescente ritmo mi percuoteva il cuore, giunsi alla pineta. Era un pianto. Giungeva da una quercia, il cui sembiante mutò misto ad aspetto di donna. Spaventato ma anche un po’ curioso mi nascosi tra rocce e cespugli. Un po’ mesto, la scrutai. Verdi gemme gli occhi suoi, grandi e ridenti, una chioma lunga e ricciolina riflessa di castagno le circondava le spalle ed alcuni ricci le si posavano sul cuore a mò di grappolo. La quercia mi parlò.  “Non temere! Ti mostrerò il motivo del mio dolore. In me è celato un seme,una scintilla,un pensiero del Creatore. Io sono vita dalla Vita Eterna. Unica è la forma, la venatura della pelle; unico, il gioco di foglie tra le mie fronde, così come ogni cicatrice della mia corteccia. Ogni giorno la pienezza del mondo mi passa accanto, mormorando. Ogni giorno fioriscono fiori,risplende la Luce,ride la Gioia… La grandiosità di ogni Gioia giunge senza che la si sia guadagnata e non può essere mai venduta; è libera ed è, per tutti, Dono. Ma l’uomo non ne vuole sapere.. l’uomo ha dimenticato,ha perduto la memoria. Sono Ischia,l’antica Aenaria, la Pithekoussai di vasai, di pini e scimmie, ai cui lidi hanno approdato greci,fenici ed etruschi. Fui campagna ridente e ristoro alle membra di romani e genti illustre e la mia polvere fu calpestata da Angioini, Aragonesi e Borboni.

Posa le tue gote sulla mia terra  oltraggiata,offesa. Posa la tua mano sul mio cuore umiliato. Le mie creature stanno morendo. Iddio mi concepì regina. Il braccio Suo potente mi sollevò dagli abissi, lo sguardo Suo mi generò mari e monti, sul mio ventre carezzevole mano seminò fiere di querce, pini, platani, faggi e castagni, dai miei colli, acini dorati, fagioli zampognari, radicchi infuocati e teneri carciofi ed il Suo bacio divenne lago di mare. Cosi la mia terra generò vulcani dai fumi guaritori e le cui acque risanano i mali peggiori e ritemprano l’umore. Guarda il mio mare, solitario sotto il cielo: quante e quante plastiche viaggiano tra le mie onde e spiaggiano sulle mie coste; tappeti multicolore, verde, bianco, azzurro e rosa di rifiuti è ciò che si trova lungo ogni argine e sulle mie sabbie, dove, al posto delle conchiglie, a farla da padrone sono rifiuti spiaggiati e gettati consapevolmente, di ogni forma, genere, dimensione e colore, bottiglie, mozziconi di sigarette, calcinacci, stoviglie usa e getta.

Le polveri sottili invadono sempre più la mia aria ricca e salutare. L’inquinamento e gli scarichi stanno distruggendo colline e litorali. La salute delle mie creature è costantemente minacciata. L’inquinamento del mare sta per portare al collasso gran parte delle imprese turistico-commerciali che operano sulla mia costa, spesso illecite. La pioggia attraverso cui io stessa bevo veleni , dissetando, uccide me e le mie creature. Ti sia evidente il dolore atroce di ogni segmento di vita e natura, in volto contorto mi deforma, i miei suoni ormai deflagranti, una immensa sofferenza diventa sconfitta al cospetto del nulla che mi avvolge, che torce le mie forme, che mi trasforma e lenta mi corrode, tutta. Amico dolce, riporta ai potenti imbiancati ed incravattati l’indignazione della mia quanto tua terra, malata a causa della distrazione nei suoi confronti. L’immagine di me è specchiante del pensiero di coloro che mi governano. La mia vita di antica terra feconda e guaritrice appare oggi semplice condanna alla disperazione esistenziale. L’uomo non avverte più la nostalgia di un Infinito che trova il suo pulsare nel Creato e nelle Creature. La coscienza volge al tramonto di quanti hanno alterato e snaturato i delicati equilibri dei miei luoghi ridenti, tagliando barbaramente secolari sempreverdi, alcuni pregiati e rari, distruggendo antiche e rudimentali costruzioni in pietra, perforando crudelmente le rocce, assassinando buona parte dei miei boschi.

Le mie creature sono costantemente oltraggiate e trattate con disprezzo. I nuovi potenti sembrano animati solo da fame di conquista ed autoaffermazione, in nome di un valore effimero chiamato potere. Tu, amico dolce che ti poni in ascolto di me e delle mie creature, ricorda i bei tempi andati, quando l’uomo desiderava esplorare la montagna o inoltrarsi tra i boschi per elevare lo Spirito, digiunare, tirare i chiodi, pregare, fare festa in compagnia e ruttare riconoscente verso le cime. E’ la voce di una natura moribonda a parlare,come barca che naufraga tra le onde, come silenziosa migrazione.  Ascolta stridori, riverberi ed echi di un mondo sul punto di spezzarsi e frantumarsi. Questa terra, tua quanto mia, tesse il suo struggente addio alla luce di un sole che diviene scarlatto come il pettirosso senza più dimora. L’uomo deve riscoprirsi naufrago in una terra che ha preteso di modellare,profugo in esilio su un’isola che sta perdendo capacità di resistenza. La mia natura è apocalisse su un baratro incombente”. Dopo aver parlato, in un soffio la donna si ricompose in quercia. Un po’ basito ed al contempo incredulo, feci ritorno a casa, notando orizzonti brumosi volgenti al crepuscolo. Alcuni uccelli si stagliavano lungo il ciglio della strada, intenti a scrutare, immobili, il tutto intorno come in attesa di prenderne possesso. Brusii lontani sembravano insinuarsi nel silenzio della Creazione, accompagnati da un senso di fatalità dei rintocchi di una campana in un porto lontano. Come in un racconto antico, la mia mente continua ad avventurarsi alla ricerca di un luogo in cui uomo e natura possano sperare di vivere in armonia. L’uomo non è altro che un frammento del Creato, eppure è il fulcro in cui la natura giunge a prendere coscienza di sé.

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