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«C’era una volta la politica»: tutta la nostalgia (e le accuse) di Peppe Brandi

L’ex sindaco d’Ischia, sempre ironico, acuto e pungente, a tutto campo in questa intervista a Il Golfo. Dal ricordo di Gianni Buono passando per la bocciatura senza appello per Domenico De Siano e Giosi Ferrandino. “Schiaffo” anche alla politica sui social e un primo sguardo alle amministrative di Ischia nel 2022

Volevo partire dalla triste notizia della scomparsa di Gianni Buono. Uomo e sindaco schivo, che amava poco riflettori e luci della ribalta. Visto che in tanti nel ricordarlo hanno già detto tutto volevo porti una domanda particolare: è giusto dire che per le sue peculiarità caratteriali è stato un politico anomalo?

«Non c’è dubbio, è stato un politico particolare e sui generis ma molti forse dimenticano che non è stato nemmeno fortunato nel corso della sua carriera».

In che senso?

«Devi sapere che nel lontano 1975 Buono si candidò alle elezioni amministrative di Ischia nella lista del partito socialdemocratico e in quell’occasione risultò il primo dei non eletti nel suo partito che guadagnò comunque il consigliere comunale nella persona di Luigi Torino, all’epoca presidente dell’EPT, l’ente provinciale per il turismo. Ebbene tutti pensavamo che lo stesso Torino si sarebbe dimesso a stretto giro, anche perché non era presente ai consigli. Ma invece di far crescere il partito e una novità come quella rappresentata da Gianni Buono, Torino lo tenne relagato per cinque anni ai margini. All’epoca, d’altronde, queste decisioni si prendevano a Napoli dove evidentemente fu valutato che andavano mantenuti una serie di equilibri. Per questo motivo, l’ingegnere non fu gratificato per quanto avrebbe meritato. Perché, lo ripeto, all’interno del PSDI rappresentava davvero una novità. Fino al 1980 viaggiò in maniera decisamente riservata e poi scomparve dalla vita politica per dedicarsi all’attività professionale. E poi…».

E poi?

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«Poi come un fiume carsico spuntò nel 1994 quando fu eletto con il nuovo sistema dell’indicazione del sindaco da parte del corpo elettorale: a mio avviso, oltretutto, fece quattro anni di buon lavoro. Aveva una visione di come doveva essere il paese, visione che oggi onestamente manca a tanti. Certo il suo atteggiamento era schivo, ma vi assicuro che parlare con lui era interessante, ti portava a spasso per i problemi del mondo e delle comunità locali. Ricordo una volta un nostro incontro in aliscafo, in 50 minuti si rese artefice di una autentica lectio magistralis su un tema complesso come quello della desertificazione, spiegandomi come andasse affrontato».

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E’ stato un anno particolare in cui non sono mancate le sorprese. Ad esempio, Davide che batte Golia a Lacco Ameno. Come si può spiegare il successo di Giacomo Pascale su Domenico De Siano?

«Io non ho seguito la contesa con molta attenzione ma devo riconoscere che il corpo elettorale dal punto di vista numerico non offriva grandi spazi di apertura. Pascale ha vinto perché verosimilmente ha costruito questo suo successo negli anni precedenti, quando Domenico forse ha sottovalutato la situazione e pensava di fare una passeggiata, visto che in passato aveva candidato e defenestrato sindaci a suo piacimento. Io credo sia più una sconfitta di De Siano che non una vittoria di Pascale, forse ha giovato a Giacomo la presenza continua sul territorio e il contatto diretto con i cittadini. Forse De Siano non ha saputo cogliere il vento del cambiamento, che chiede una maggiore partecipazione e rappresentatività. Che evidentemente è stata captata nel suo avversario, che così ha vinto le elezioni».

A proposito, l’impressione è che nelle rispettive vesti di senatore l’uno ed europarlamentare l’altro, Domenico De Siano e Giosi Ferrandino non abbiano più legami, radici e interessi a far crescere e tutelare la nostra e loro isola. E’ una critica feroce o tutto sommato condivisibile?

«E’ assolutamente e pienamente condivisibile. Quando mi dicono che noi abbiamo un senatore ed un deputato europeo prendo atto che ci sono. Poi, però, se uno domani mattina chiede loro se hanno legato il proprio nome e la rispettiva attività politica a qualcosa di significativo per il territorio, la risposta purtroppo non può che essere brutalmente negativa. C’è un piccolo cabotaggio, si procede per cose di poco conto: la verità è che noi esprimiamo due esponenti politici che sono lontani anni luce da quello che hanno fatto, tanto per fare un parallelo, due soggetti come Enzo Mazzella e Franco Iacono nei ruoli ricoperti dal 1980 al 1990. Posso essere schietto?».

Prego, in fondo lo sei sempre.

«Avremmo come isolani meritato qualcosa di più e di meglio, ma forse questo dipende anche dal mutamento della politica, dagli assetti istituzionali e dall’assenza dei partiti dove si faceva selezione e veniva avanti chi aveva la stoffa. Oggi non è più così, basta avere conoscenze dirette per farsi strada. Ma al netto di questa considerazione sia chiara una cosa, Giosi e Domenico vanno bocciati senza attenuanti. Ma restano bravi ragazzi…».

Ad Ischia, dopo una serie di rimpasti, ormai appaiono delineati gli schieramenti di maggioranza e opposizione. Il 2022 ed il ritorno alle urne non è poi così lontano: cosa è possibile prevedere e soprattutto c’è spazio per qualche variabile impazzita o i due schieramenti finiranno per canalizzare il consenso?

«L’ipotesi della canalizzazione del consenso è reale, già adesso in fondo tutto si svolge nel “martellinare” i nuovi adepti intorno ad uno schieramento piuttosto che all’altro. Non mi aspetto variabili anche se certo una novità eclatante potrebbe essere rappresentata ad esempio dalla candidatura a sindaco di una donna. Ma noto anche che i politici della cosiddetta terza o quarta repubblica hanno imparato da quelli della prima che tutti devono stare all’altezza di un metro e sessanta».

In che senso?

«All’epoca, la Democrazia Cristiana voleva che tutti crescessero ma senza che nessuno prevalesse sull’altro, sembrava quasi si volesse disegnare un altopiano senza guglie. Insomma, bisognava essere omologati in maniera lineare e se qualcuno tentava di fare un passo in più veniva subito “tagliato” per essere ricondotto alla medesima altezza dei suoi. Vedi, ho anche un profondo rimpianto per i vecchi partiti, che pur con tutti i loro limiti svolgevano un ruolo che era quello di far crescere una classe politica attenta, capace e sensibile. E soprattutto colta e attrezzata, oggi davvero si fa solo attività “terra terra”, non me ne voglia nessuno. Tutto deprimente, davvero. Nel 2022, tornando alla domanda, credo sarà difficile ipotizzare qualche novità sostanziosa anche perché per una campagna elettorale di livello occorre anche autonomia finanziaria, che per ovvi motivi non è alla portata di tutti».

La denuncia della Caritas è devastante, circa 2.000 famiglie alla fame. In che cosa abbiamo sbagliato nella gestione del sistema Ischia, che una volta era una realtà decisamente opulenta?

«Un numero così elevato di famiglie in stato di indigenza e bisogno deve far riflettere ma non certo stupire. Siamo davanti a una triste realtà che il covid ha soltanto provveduto a “scoperchiare” ma che di fatto era già nota. Molto spesso siamo davanti a persone che hanno una dignità incredibile e non si espongono. Cosa abbiamo fatto noi ischitani di sbagliato? Non credo nulla di particolare, abbiamo seguito l’andazzo della economia occidentale e del mercato libero dove chi è più forte va avanti mentre i più deboli restano indietro. E come succede in questi casi, chi non aveva protezione o un lavoro stabile e duraturo ha pagato le conseguenze peggiori. Però diciamo che nemmeno nulla abbiamo fatto per provare a invertire una tendenza consolidata. Perché se da un lato è vero che tutti sono scesi di un gradino e così è peggiorato il livello di vivibilità, dall’altra non si può dimenticare che sull’isola non abbiamo avuto praticamente idee. Qui abbiamo fatto solo la corsa a chi diventava più ricco».

Per esempio?

«Penso agli albergatori, che in tempi di vacche grasse compravano alberghi in continuazione, senza che nessuno però pensasse ad investire in qualità e bellezza. E i risultati adesso sono davanti agli occhi di tutti. Ma ormai la frittata è fatta, cerchiamo nei limiti del possibile di stare quanto più vicino possibile agli “ultimi”».

Quali sono i politici isolani ai quali guardi con maggiore interesse?

«Ti dico la verità, sono tutte brave persone e per questo motivo non mi permetto di giudicare. Tra l’altro sono anche tutti profondamente educati e rispettosi. Ho incontrato l’altro giorno Rosario Caruso che mi ricordava di quando era un giovane consigliere comunale, ho avuto modo di parlare anche con Dionigi Gaudioso e prima ancora con Paolino Buono. Li trovo attenti e attivi, ma certamente avremmo la possibilità di fare qualcosa di importante. Come? Mi ripeto, se le due cariche più importanti presenti sull’isola a livello nazionale e internazionale creassero finalmente una interlocuzione continua e un confronti diretto teso alla risoluzione di qualche problema, cambierebbe la scena. Detto questo oggi non saprei davvero chi scegliere, tra l’altro mi sono anche lontano dalla politica dedicandomi solo a svolgere attività culturali. Mettiamola così, li vedo tutti ottimi e nessuno eccellente».

Lacco Ameno, poi in parte e Casamicciola e pure a Ischia. La politica sta diventando annunci su facebook con successiva richiesta di like e condivisioni. Insomma, il trionfo dell’apparire rispetto a quello dell’essere. Siamo davanti a una deriva inarrestabile?

«Purtroppo dalle nostre parti questo modus agendi è molto marcato. Ma la verità è che si cerca di riproporre la politica a livello nazionale, diventata ormai politica degli annunci. Voglio ricordare a questi signori che la politica è l’arte del possibile aristotelico, cioè quello che non è e può essere ha bisogno dell’intervento degli amministratori. Ora questa politica che è fatta di cose pratiche (in contrapposizione a quella teoretica), ha bisogno di operazioni realizzate e non di annunci sulle cose. Tra l’altro noi non viviamo certo in Madagascar e dunque è normale che pure a Ischia ci siano persone che campano di questo. A tanti piace apparire, è triste ma in fondo anche normale».

Sarà un Natale particolare, è stato un anno particolare. Ma quando sarà tutto finito, quali insegnamenti dovremo trarre dal Covid?

«E’ una domanda difficile perché impegna il futuro che è “in mente Dei”. Certamente dopo la spagnola del novecento, ci fu una ripresa della politica in direzione di una maggiore presenza, attenzione e soprattutto della previsione di determinati fenomeni. Ergo, quando tutto sarà finito bisognerà pensare che la salute viene prima di tutto, anche del lavoro che è la parte iniziale della nostra costituzione. Anche perché senza una buona salute non si può essere operosi. Andrà rivisto quindi tutto l’assetto della sanità, poi bisognerà mettere mano alle grandi riforme. Oggi paghiamo lo scotto che nella Costituente furono previste le regioni. Questo è stato un errore gravissimo, portato avanti dalle maggioranze di quel tempo con pochi personaggi della politica, tra cui Francesco Saverio Nitti che votarono contro l’istituzione di questo ente. Nitti spiegò che sarebbe stato un inutile duplicato delle Province ma anche un attacco al governo centrale. La verità è che le Regioni dovrebbero essere enti legiferanti e non appaltanti, invece vogliono mettere sempre le mani sui soldi».

A un giovane che volesse approcciarsi alla politica Peppe Brandi che consigli darebbe?

«Intanto di avere la schiena dritta e tenere conto che la politica è un’arte nobile e comunque un’arte. Bisogna evitare che sia fonte di un continuo compromesso. Poi consiglierei di studiare, leggere e acculturarsi: anche prima di presentarsi semplicemente come consigliere comunale, sarebbe giusto verificare se uno ha le doti necessarie per cimentarsi e svolgere un ruolo attivo e creativo. Perché, si badi bene, c’è una differenza enorme tra la politica creativa, propria di coloro che vogliono realizzare le cose, e quella dei burocrati: mentre quest’ultimo si pone nell’ottica che un qualcosa non può essere fatto, il creativo pensa a come è possibile raggiungere l’obiettivo. La differenza è tutta qui, e non credo sia poca roba».

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