Cloris Brosca e la sua Procida

Ve lo ricordate Luna Park? Era un quiz preserale condotto un giorno a testa dai migliori conduttori della Rai dell’epoca: da Fabrizio Frizzi a Pippo Baudo, da Bonolis a Magalli, da Mara Venier a Milly Carlucci e Rosanna Lambertucci. Ogni sera c’era qualcosa di diverso ma non lei. Non al tavolo dei tarocchi. Lì c’era sempre una “zingara”, una bellissima attrice di teatro, Cloris Brosca.
Cloris è particolarmente legata a Procida dove ha preso parte ad importanti iniziative. La sua collocazione più ambita per lei era nella casa a Casale Vascello dove veniva a riposarsi e ad assaporare le emozioni dell’isola.
“Il mio nome è molto diffuso nella famiglia di mia nonna materna. Lei era Clorinda, che deriva da Chloris, una ninfa dei boschi. I suoi fratelli, che avevano fatto studi classici, la chiamavano Cloris, come una cugina. Mia nonna era fattiva e incapace di scoraggiarsi. In tempo di guerra cuciva bambole di pezza per sua sorella, quando prese il diploma di Ragioneria trovò subito un impiego per sé e per le sue amiche, cuciva per me un sacco di vestiti. Credo che più di tutto le sia dispiaciuto smettere di lavorare: gli accordi con mio padre erano altri, ma nel nostro quartiere, il Purgatorio, alla periferia di Napoli oltre il carcere e il cimitero, le donne stavano a casa, tranne una che faceva l’infermiera. Lui non se la sentì di concederle quell’eccezione.
Da piccola pensavo che sarei diventata una professoressa di matematica. Ma presto la passione per il teatro surclassò quella per i numeri.
Già da bambini la mamma portava me e mio fratello a vedere Eduardo De Filippo al San Ferdinando. Alla fine del ginnasio, durante una delle estati a Procida, chiesi a Gennaro Magliulo, un regista che faceva parte della nostra cerchia di amici, dove potessi studiare recitazione a Napoli. Mi diede il numero di Mario Ciampi, che era stato insegnante di Giancarlo Giannini e Ida Di Benedetto. Lui mi preparò per l’ammissione all’Accademia nazionale d’arte drammatica Silvio d’Amico a Roma.
Dissi ai miei genitori: “Se non mi mandate, ci vado lo stesso”. Avevo in tasca qualche soldo ricavato dalla vendita di una Vespa. Sarei partita all’avventura. Invece mi sostennero. Ogni mese mi passavano 200 mila lire, che per una famiglia come la mia non era una cifra da poco. La pensione costava 180 mila lire, l’abbonamento all’autobus 5 mila lire, per gli extra me ne restavano 15 mila, che non mi bastavano certo per mangiare fuori. Allora mi ingozzavo con i tre pasti inclusi nella pensione e poi, con gli amici della Silvio d’Amico, ci davamo alla pazza gioia: ogni sera a teatro o al cinema Farnese.
A un certo punto mi resi conto che volevo riprendere a recitare: mi chiamò la compagnia di Luisa Conte, al Teatro Sannazaro di Napoli, che purtroppo in questi giorni ha subito un devastante incendio.
E di lì a poco iniziò la strana avventura della Zingara. Piacque all’istante anche il mio personaggio, complice il gioco: c’erano i tarocchi, oggetti misteriosi, c’era la Luna Nera… Ero una dicitrice di indovinelli in endecasillabi a rima baciata, avevo un’aria molto sussiegosa. Poi Baudo prese a stuzzicarmi e i nostri siparietti regalarono ulteriore visibilità al mio personaggio. Alla fine, la Rai decise di fare della Zingara una striscia quotidiana.
Oggi, in pensione lo sono già, però al teatro non rinuncio: il 14 marzo sarò in scena a Napoli al Tedér e dal 19 al 22 al Cometa Off di Roma con un monologo, Hostages.
La mia carta preferita è La Forza, dove una donna tiene aperte le fauci di un leone. Mi piace credere che rappresenti la potenza della saggezza che vince sugli istinti primordiali e sulle paure”.






