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Com’eravamo… e come siamo

di Vincenzo  Acunto

 

Nell’estate del 1964 la foto che si pubblica immortalava, nello spiazzo antistante la parrocchia di Santa Maria Maddalena in Casamicciola, un gruppo di giovani e ragazzi che avevano partecipato ai festeggiamenti per l’insediamento in quella chiesa di quel “grande prete” che è stato e che è Don Vincenzo Avallone di Panza. Il gruppo ripreso era l’espressione giovanile della parrocchia di S.Angelo e Succhivo al seguito di Don Vincenzo Fiorentino che, giovanissimo e aitante, è ripreso, a dire il vero, con espressione non troppo gaia. Del gruppo facevano parte anche due seminaristi della parrocchia: Cristofaro Di Scala che diverrà prete (e che, purtroppo, prematuramente ci lasciò) e Giorgio Iacono che poi è divenuto un eccellente medico oculista. Più sette bambini tra cui chi scrive. Era, come ho detto, il 1964. Un tempo in cui l’Italia cresceva e con essa, l’isola d’Ischia esplodeva verso il benessere. Nelle balere ischitane “rangio fellone” e “castillo d’aragon” cantavano una certa Baby Gate (che poi diverrà Mina) e un giovanotto magrissimo si snodava nel twist  e preparava la voce per cantare, poi, “Champagne” col nome di Peppino di Capri. L’isola era, spesso, set cinematografico dei registi dell’epoca. Un contadino di Barano, che giungeva col carretto trainato da una vespa all’esterno dell’albergo “Excelsior” per vendere la frutta, diede all’ingegner Piaggio l’idea del veicolo a tre ruote che poi esplose nel mondo. Per chi desiderava lavorare, fondamentale era la volontà. La burocrazia lo lasciava libero, senza “carraturi” a far da ostacolo. L’unica tassa che lo Stato chiedeva si chiamava “ricchezza mobile” che valutava, dal tenore di vita della famiglia, le capacità produttive di reddito della stessa. In tale contesto è cresciuta la mia generazione, vivendo all’interno di famiglie organizzate nello schema secondo cui: l’uomo usciva per lavoro e la donna ne gestiva i proventi educando i figli. Le deviazioni degli anni 70 “droga” e “violenza politica”, lambirono poco l’isola d’Ischia. Se la statistica è una scienza di confronto e di verifica, possiamo dire che la generazione dei sessantenni e settantenni di oggi, ha vissuto benissimo sia sotto il profilo economico che degli affetti familiari, avendo la possibilità di spendere, spandere e di condividere il tavolo del pranzo e della cena con i propri genitori. Poi la società, come si dice, è evoluta(!!). I collegamenti col continente sono diventati sempre più rapidi e sempre più ravvicinati sottraendoci l’isolanità. Un quantitativo enorme, rispetto al territorio, di strutture ricettive turistiche ha fatto si che arrivasse sempre più gente, sempre più macchine, sempre più esigenze di “apparire o appartenere alla città”, al punto che un sindaco ritenne opportuno, anteporre al nome del proprio municipio il sostantivo “città” in contraddizione e devianza politico/culturale di un tempo ove, altro sindaco, per propagandare la vocazionarietà del proprio territorio, integrava il nome del proprio municipio con la parola Terme. Gli effetti evolutivi di un “gonfiamento anomalo” della nostra isola, cresciuta a dismisura nel settore turistico ricettivo a scapito di altre potenzialità (pesca e agricoltura) ha prodotto effetti mostruosi. La conseguenza più dolorosa è che, in una sorta di nemesi storica, i figli sono stati costretti a riprendere la valigia dei nonni per cercar fortuna altrove. Lasciando noi, generazione del benessere, a leccarci le ferite della solitudine, col rimorso di aver prodotto scatole di cemento che resteranno vuote e per le quali saremmo maledetti dai nostri figli per avergli lasciato un guaio. Come ne usciamo? Leggo su questo giornale del “protocollo di Siracusa” ove un giudice per lenire gli effetti delle demolizioni di beni abusivi, ha applicato una sorta di “gradualità delle demolizioni” con possibile confisca da parte del comune e riaffidamento del bene, in locazione, al costruttore. Un pannicello caldo che viene presentato come una sorta di via di uscita. Io dico che è una ennesima presa in giro. L’abusivismo edilizio è un fenomeno culturale ed è stato, come ha pubblicamente dichiarato quel gran giurista che è il notaio Arturo, una legittima difesa di un popolo che, lasciato alla mercè dei potenti che del territorio facevano quel che volevano, ha reagito. Concordo sulla valutazione. Ora però bisogna trovare una via d’uscita che non può essere né quella delle demolizioni generalizzate né quella del protocollo di Siracusa. Entrambe potrebbero essere foriere di ingiustizie e violenze.

La via di uscita, come ho scritto altre volte, non può non considerare la necessità che l’isola e gli isolani recuperino il concetto della insularità. Non si può essere isolani se non ci si vive stabilmente. E, se non ci si vive in modo stabile non si può avere la residenza. Se non si ha la residenza, l’immobile è seconda casa di lusso, aggredibile con tributi ad alto tasso. Il che produrrà il senso dell’antieconomicità e determinerà il proprietario a venderla ad un valore che potrà essere accessibile a chi vive, lavora e abita sull’isola. Ragionamento simile può essere fatto anche per le strutture turistiche. Il lettore potrà rinvenire il ragionamento, di quanto accennato in sintesi, in altri interventi su questo foglio. E’ obbligatorio che ad un tale percorso, partecipi la politica e i suoi protagonisti. Cioè di quelle persone che abbiano il senso della cosa comune che, ahimè, non vedo nella generazione dei trentenni e quarantenni di oggi. Essa, per colpa nostra, è cresciuta in quel “gonfiamento anomalo” che ha assorbito tanti valori tra cui la scuola, messa ai margini con la cultura. Tranne che per le occasioni della festa.

acuntovi@libero.it

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