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LE OPINIONI

Comportamento alimentare e fattori sociali

L’evoluzione ha favorito gli individui che, in tempi di abbondanza alimentare, erano in grado di accumulare efficientemente il surplus alimentare, in vista di periodi di carestia

Il comportamento alimentare umano affonda le sue radici nella storia evolutiva della nostra specie ed è largamente dominato da componenti innate che regolano l’assunzione di cibo, la qualità e quantità del cibo assunto, la frequenza dei pasti e, più importante di tutto, la potenzialità di capitalizzare il surplus calorico sotto forma di accumulo lipidico. Sarebbe altresì riduttivo escludere la componente culturale nei processi di assunzione del cibo. Occuparsi dei problemi alimentari e delle tematiche collegate all’obesità senza sottovalutare la componente innata del comportamento alimentare del soggetto. Le sequenze geniche predisponenti all’accumulo di riserve lipidiche in precisi distretti del corpo sono estremamente diffuse nella popolazione umana, e ciò a causa dell’importanza cardinale che l’accumulo di riserve energetiche rivestiva ai fini della sopravvivenza fino a tempi evolutivamente molto recenti.

Una forma di controselezione ovvero a favore dei cosiddetti magri, soggetti a ridotta capacità di accumulo di riserve lipidiche, è probabilmente già in atto. Tale fenomeno, che produce un vantaggio differenziale in termini di longevità e fecondità per gli individui che accumulano riserve lipidiche in modo meno efficiente in condizioni di sovrabbondanza costante di risorse alimentari, anziché per coloro che meglio riescono a gestire lo stoccaggio delle riserve energetiche è limitato a poche popolazioni umane in aree di benessere economico e sociale. Inoltre questa inversione di tendenza è probabilmente iniziata poco meno di un secolo fa, un tempo evoluti-vamente irrisorio. Non c’è quindi da attendersi che quest’assetto genetico, tuttora minoritario nella popolazione umana, riesca a diffondere in maniera capillare nel corso delle prossime generazioni. Date queste premesse è più che logico attendersi che, in linea di massima, gli esseri umani siano evolutivamente predisposti ad assoggettarsi a cicli di ingrassamento/ dimagrimento. In altri termini, per milioni di anni la pressione evolutiva ha favorito gli individui che, in tempi di abbondanza alimentare, erano in grado di accumulare efficientemente il surplus alimentare, in vista di periodi di carestia.

I problemi connessi all’obesità

La gestione delle riserve energetiche può essere grossolanamente scomposta in due grosse fasi, importanti per la comprensione dei problemi connessi all’obesità. La prima fase appartiene alle dinamiche di approvvigionamento: come comportarsi alla presenza di quantità di cibo che eccedono il fabbisogno presente? Quanto cibo assumere? La seconda fase, fisiologica, riguarda la gestione del cibo assunto in eccesso rispetto al fabbisogno calorico giornaliero. Altrettanto importante è l’aspetto comportamentale, che modula il comportamento alimentare propriamente detto. Studi etologici condotti su campioni umani rappresentativi hanno evidenziato che la tendenza all’assunzione eccessiva di cibo è direttamente proporzionale sia alla quantità di cibo disponibile sia al contesto sociale in cui il cibo è presentato. In parole povere sembra che gli esseri umani assumano più calorie rispetto al fabbisogno giornaliero se il cibo è presentato in grosse quantità e se il pasto è consumato in compagnia. Viceversa, tendono a mangiare in modo più misurato se le porzioni sono ridotte e non c’è la possibilità di interagire socialmente l’un l’altro durante il pasto.

Mangiare in compagnia è un comportamento autoremunerativo

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Quando un predatore riesce a sopraffare una preda di grosse dimensioni o un erbivoro scopre una pianta carica di frutta: il comportamento vincente in questo caso, non essendo contemplata la possibilità di fare provviste, è quello di ingerire la maggior quantità possibile di cibo prima che la risorsa vada perduta, oppure che sopraggiunga qualche concorrente. Mangiare in compagnia in numerose specie sociali è un comportamento fortemente autoremunerativo, ovvero un’attività che causa piacere per il solo fatto che la si svolge, indipendentemente dal risultato positivo che ne consegue.

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Il piacere di catturare una preda

Un esempio classico di comportamento autoremunerativo è la caccia nel gatto. Contrariamente all’opinione comune il gatto non va a caccia solo quando ha fame. La sequenza di attività collegate alla cattura della preda dà piacere al felino, indipendentemente dalla fame: come ogni proprietario di gatto può confermare, anche il gatto più pasciuto e viziato non si lascia sfuggire l’occasione di ghermire un passero o un topolino! Questa è la spiegazione per cui agli esseri umani piace discutere, stringere amicizie e festeggiare eventi, seduti davanti a una tavola imbandita, e del motivo per cui, alzandoci da tavola al termine di tali occasioni sociali, spesso ci sì rammarica di aver mangiato e bevuto in modo eccessivo. Allo stesso modo quando siamo in presenza di una quantità eccessiva di cibo, in particolar modo se si tratta di cibo ad elevato contenuto calorico, come nel caso di un ricco buffet, difficilmente siamo in grado di tener fede aì buoni proposìti e alle diete e non sappiamo resistere alla tentazione di riempirci il piatto ben più di quanto sarebbe stato lecito. E dunque la nostra volontà così debole? La domanda è ovviamente retorica. Il comportamento alimentare è così importante per la sopravvivenza dell’individuo che l’evoluzione ha fatto in modo che a gestirlo fosse la parte più antica e affidabile del nostro complesso cervello. Purtroppo le istruzioni che abbiamo ricevuto, avevano un senso diecimila anni fa, oggi possono rivelarsi disastrose. Di fronte a un ricco buffet il nostro programma interno continua a reagire come se ci fossimo imbattuti in una zebra intera appena uccisa “Tutte queste proteine non rimarranno qui a lungo, cerca di mangiarne la maggior quantità possibile perché una tale occasione non si presenta tutti i giorni”. Certo, la nostra complessa corteccia cerebrale è perfettamente ìn grado di razionalizzare: il ristorante sarà ancora al suo posto domani e anche la settimana ventura, ma la piaga dell’obesità nelle società occidentali ci fa capire come un tale controllo non sia particolarmente efficace! Sottovalutare la flessibilità dì tali meccanismi è una delle principali cause di insuccesso di molte diete.

Diete monotone o di scarso valore calorico

Uno tra gli errori più comuni è il ricorso a diete monotone (diete basate su pochi alimenti) e ad alimenti di scarso o nullo valore calorico (diete basate sull’ingestione dì verdure). Nel primo caso il fine è quello di indurre una precoce sazietà tramite la monotonia, anche l’alimento più appetibile risulta infatti repulsivo se assunto ìn modo monotono, nel secondo caso la finalità della dieta è una sorta di inganno ai danni dei meccanismi propriocettivi del tratto digerente, mediante l’ingestione di alimenti dimensionalmente voluminosi, ma di scarsissimo valore nutritivo per la loro ricchezza in fibra indigeribile. In realtà la parte più antica del nostro cervello è in grado di valutare in modo piuttosto accurato il valore nutrizionale del cibo che ha a disposizione, basandosi su una molteplicità d’indizi olfattivi, tattili e visivi e dando la preferenza ad alimenti a elevato valore calorico o proteico, vanificando così i nostri tentativi di ingannarla. Queste strategie in realtà commettono un errore marchiano: tentano di modificare il funzionamento di una macchina molto complessa, come quella che sovrintende al comportamento alimentare, agendo solo su uno dei suoi elementi, nella speranza che ciò modifica il funzionamento dell’insieme. In parole povere, sarebbe come se si tentasse dì trasformare una comune automobile a benzina in un’auto a energia solare soltanto smontando serbatoio, iniettori e cilindri e installando pannelli solari sul tetto! Lo stesso errore che molte persone commettono quando inraprendono una dieta particolarmente drastica: ai più determinati il successo arride in un primo momento, ma la difficoltà maggiore consiste nel mantenere i risultati raggiunti nei mesi successivi! Tanto più la dieta intrapresa è stata severa, tanto più difficile sarà il mantenimento del risultato.

  • Tecnico F.I.D.A.L. – Preparatore Atletico

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