CULTURA & SOCIETA'

Con la “appizzata” sotto il palazzo dell’ orologio a Ischia ponte si praticava uno strano commercio con i fichidindia del castello

I fichidindia venivano acquistati, all’ingrosso, direttamente dalla proprietaria del vecchio maniero, la signora Mattera-Buono, nonna degli attuali eredi Cristina, Nicola e Giovanni Mattera. Le contrattazioni non sempre erano facili con la signora del Castello, ma alla fine si riusciva a comprare a buon prezzo e filare via per la vendita al pubblico. A gestire lo storico servizio dell’”Appizzata” erano le sorelle Cigliano, i fratelli Iapino, le sorelle eletto di Ischia Ponte

All’inizio ed sul finir dell’estate ad Ischia arrivava ed arriva l’atteso tempo dei fichidindia (e’ fichirine). I ragazzi degli anni ’40 e ’50 si avventuravano nei posti dell’isola più precipitosi, per raggiungere le scomode piante. Una volta conquistate, sia pur con difficoltà, staccavano dalle palette verdi i preziosi pomi spinosi e li deponevano nelle ceste. Inutile dire che, chi non aveva preso le giuste precauzioni, si ritrovava con le mani ricoperte di fastidiose spine trasmesse dai fichidindia raccolti. Questa operazione era frequente a Forio e Barano, e soprattutto a Ischia Ponte dove ragazzi e ragazze più intraprendenti, si organizzavano per un originale commercio detto dell”Appizzata”, una sorta di gara di abilità fra il venditore ed il compratore. L’”Appizzata” consisteva nell’impugnare un coltellino a punta affilata verso il basso , portarselo all’altezza della propria cintura dei pantaloni e lasciarlo cadere puntando i fichidindia sistemati in un secchio o in una cesta. Il coletellino con la propria punta, una volta conficcattosi nel ficodindia , doveva essere preso e tirato su in posizione verticale, in modo da estrarlo dal secchio con tutto il frutto attaccato. Se invece il ficondindia, nell’operazione di recupero, scivolava dal coltellino, la prova, che costava 5 lire a prestazione, era ritenuta fallita. Naturalmente il compratore perdeva le cinque lire pagate e rimaneva tra l’altro senza fichidindia. Questo tipo di commercio con gara di abilità, aveva luogo sotto il palazzo dell’Orologio, sullo stretto marciapiede d’avanti al vecchio ufficio postale del Centro Storico. E lo si faceva con i fichidindia del Castello, dove venivano acquistati, all’ingrosso, direttamente dalla proprietaria del vecchio maniero, la signora Mattera-Buono, nonna degli attuali eredi Cristina, Nicola e Giovanni Mattera. Le contrattazioni non sempre erano facili con la signora del Castello, ma alla fine si riusciva a comprare a buon prezzo e filare via per la vendita al pubblico. A gestire lo storico servizio dell’”Appizzata” erano le sorelle Cigliano, i fratelli Iapino, le sorelle eletto. Oggi per i ficodindia è tutt’altra storia. Collocati come sono fra i frutti di buona scelta, sono consumati freschi, ma vengono anche usati per produrre marmellate, bevande, sciroppi, farina ed oli di semi. I cladodi sono trasformati o consumati come vegetali, in Messico da dove il ficodindia proviene. Spesso il ficodindia è usato per scopi ornamentali, come mangime per bestiame, nella produzione di cosmetici e in alcuni settori industriali e farmaceutici. Negli ultimi anni la ricerca scientifica si è dedicata allo studio dei fichi d’India per tentare di dimostrare in modo sperimentale le proprietà ed i benefici che questo frutto esplica nei confronti dell’organismo umano; la tradizione popolare ha da sempre attribuito ai fichi d’India proprietà terapeutiche ma gli ultimi studi condotti su questo frutto paiono proprio confermare le sue proprietà benefiche.

michelelubrano@yahoo.it

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