LE OPINIONI

Coronavirus e “psicosi collettiva”: quando la paura corre più del virus

Nelle ultime settimane la diffusionediinformazioni allarmanti sull’epidemia di coronavirus ci ha costretto a confrontarci con le nostre fragilità e debolezze. Non parlo solo di vulnerabilità fisica, ma anche psicologica. Oltre al virus, infatti, si è diffusa anche la nostra paura. Questa vera e propria epidemia di preoccupazione e ansia, fino ad arrivare al vero e proprio terrore, ha fatto più danni (almeno in Italia) del virus stesso. La paura, proprio come un virus, si trasmette da persona a persona come un contagio, espandendosi a macchia d’olio. I giornali hanno usato (impropriamente) l’espressione “psicosi collettiva” per riferirsi a questo fenomeno. Gli inviti a mantenere la calma da parte degli esperti sono stati ignorati. Sebbene il coronavirus abbia un tasso di letalità di poco superiore al 2% (inferiore a quello dell’influenza stagionale, per intenderci), la paura ha preso comunque il sopravvento.I toni allarmistici utilizzati dai media per trattare la questione hanno certamente contribuito. Non è difficile immaginare come un argomento così emotivamente carico attiri l’attenzione e faccia salire alle stelle gli ascolti dei programmi televisivi. Il coronavirus ha monopolizzato ogni trasmissione, telegiornale,social, fino a coinvolgere anche le nostre personali conversazioni.

La paura, come ho più volte ripetuto, ha una funzione evolutiva fondamentale: segnala un rischio, mobilita il corpo ad affrontare la minaccia, focalizza l’attenzione sul pericolo per aumentare al massimo la possibilità di sopravvivere. Il problema è, però, che l’intensità della paura non è necessariamente proporzionata alla reale pericolosità. La causa di questa discrepanza sta nei cosiddettibias cognitivi, ovvero degli errori causati dalla percezione della realtà deformata, determinati dal bisogno del nostro cervello di prendere decisioni veloci col minimo sforzo. Non sempre abbiamo la possibilità di prendere in considerazione ogni minimo dettaglio a disposizione, elaborando tutte le informazioni presenti: possediamo delle scorciatoie mentali che ci permettono, in modo sbrigativo, di giungere a conclusioni non perfette, ma “abbastanza buone” da cavarcela. Il rischio di incorrere in errori è quindi molto alto, ma talvolta inevitabile. Così, nella percezione del rischio, entrano in gioco questibias cognitivi che viziano il nostro giudizio facendoci giungere a conclusioni spesso affrettate e non completamente aderenti alla realtà. Pensiamo, ad esempio, al fatto che la prima causa di morte al mondo è rappresentata dalle malattie cardiovascolari, a cui contribuiscono le abitudini alimentari sbagliate, il fumo e lo stile di vita sedentario. Cardiopatie e ictus ischemici hanno ucciso più di 15 milioni di persone nel 2016, ma il dato non ha generato nessuna ondata di “psicosi collettiva”, nonostante molti di noi possano considerarsi potenzialmente a rischio.

Il rischio reale è quello misurabile statisticamente, risultato della raccolta dei dati e della loro elaborazione. La realtà, però, viene percepita spesso senza tener conto di questi elementi: si parla allora dirischio percepito , viziato e deformato dai nostri bias, che è condizionato da convinzioni personali e da credenze collettive, soggetto a manipolazione e persuasione. Questo spiega come mai una persona può ritenere molto poco rischioso guidare mentre parla al telefono o fumare dieci sigarette al giorno, ma essere terrorizzata dalla probabilità di essere contagiata dal figlio adottivo di origini asiatiche dei vicini, che in Cina non c’è mai stato. Gli studiosi che hanno indagato il fenomeno della percezione del rischio hanno dimostrato come i rischi “nuovi” siano percepiti come più gravi rispetto a quelli conosciuti (il coronavirus potremmo considerarlo una novità rispetto al cancro o agli incidenti stradali ). Inoltre, sono considerati più pericolosi i rischi che riguardano noi (inteso come noi occidentali o noi italiani). Ancora, il rischio è sovrastimato quando non abbiamo il controllo su di esso: sebbene siano maggiori le probabilità di morire mentre guido, la scelta di mettermi in macchina mi fa sentire meno esposta al pericolo. Infine, cosa forse più importante, il rischio è percepito come maggiore quando se ne parla molto: la diffusione di notizie con toni allarmistici sull’epidemia di coronavirus ha contribuito a farcelo percepire come più pericoloso di quanto non fosse.

Con questo, ovviamente, non intendo dire che non abbiamo corso (o non stiamo correndo) nessun rischio, e non ho neppure le competenze per affermarlo. Ciò che è certo è che la confusione creata da un insieme di fattori ha determinato una visione non completamente attendibile del pericolo reale, con effetti negativi sul nostro umore e sul nostro benessere. Il paradosso è che lo stress determinato dall’esposizione continua a queste informazioni ansiogene rischia di far male alla nostra salute molto più di un virus di origine asiatica.

Articolo della dottoressa Tiziana Di Scala (tel. 3208531292)

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Liberamente” è curata da Ilaria Castagna, psicologa, laureata presso l’Università degli Studi de L’Aquila, specializzanda presso la Scuola di Psicoterapia Cognitiva Comportamentale di Caserta A.T. Beck

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