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Coronavirus isolato, la Capobianchi: «Il mio amore per Procida è viscerale»

La direttrice del Laboratorio di Virologia dell’Inmi Lazzaro Spallanzani si racconta a Il Golfo: al centro del dibattito lo straordinario risultato scientifico ma anche le sue origini isolane

«Il mio amore per Procida è viscerale». Così Maria Rosaria Capobianchi esordisce quando le chiediamo un’intervista. La direttrice del Laboratorio di Virologia dell’Inmi Lazzaro Spallanzani e del Dipartimento di Epidemiologia, Ricerca Preclinica e Diagnostica Avanzata, ha guidato il team che ha isolato il Coronavirus, è nata a Procida.

La dottoressa non nasconde di voler trascorrere la vita da pensionata sull’isola di Arturo e poi aggiunge: «Il riconoscimento? Sono tanti i biologi che hanno lavorato per isolare il Coronavirus. Non c’è una sola persona che lavora, siamo un team. A Napoli potrei esserci io o qualcuno della nostra grande famiglia che ha lavorato su questo tema»

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E con l’isola ha ancora un forte legame. Maria Rosaria Capobianchi è nata e cresciuta sull’isola di Procida, nello specifico nel rione di Terra Murata, dove sorgeva il noto penitenziario che ospitava gli ergastolani. Molto legata alla “sua” isola, Maria Rosaria Capobianchi l’ha lasciata soltanto adolescente, quando ha cominciato gli studi superiori al Liceo Genovesi di Napoli per poi proseguire, sempre a Napoli, l’università alla Federico II e all’istituto internazionale di Genetica e biofisica di Fuorigrotta. Dal 2000 lavora allo “Spallanzani” e ha dato un contributo fondamentale nell’allestimento e coordinamento della risposta di laboratorio alle emergenze infettivologiche in ambito nazionale, nel contesto del riconoscimento dell’istituto quale centro di riferimento nazionale. Per la dottoressa Maria Rosaria Capobianchi e per le altre biologhe del team sono giornate intense, frenetiche. Malgrado ciò la ricercatrice procidana non si nega ai media. Presto tornerà sulla sua isola «Ma non so ancora quando. I miei programmi sono stati stravolti dagli eventi», ci confida. Dall’isola del Golfo di Napoli, dove vive ancora una fetta famiglia (in primis la sorella Anna, docente di inglese al liceo “Caracciolo” di Procida e poi tanti cugini), sono arrivati tanti complimenti per la dottoressa Capobianchi, accolti con piacere misto anche ad un po’ di stupore dalla direttrice Laboratorio di Virologia dell’Inmi Lazzaro Spallanzani.

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Quanto è forte il suo legame con l’isola di Procida?

«È un amore viscerale, tenero. Sono nata a Procida dove ho vissuto la mia infanzia fino agli anni del liceo quando mi sono trasferita a Napoli per studiare e poi a Roma per lavorare.  Il lavoro mi ha tenuta lontana per più di 40 anni, tranne brevi parentesi durante le vacanze; porto con me una forte impronta culturale e passionale della mia isoletta. Amo il mare e me ne sento parte. Amo le tradizioni di Procida e soprattutto quelle culinarie: per esempio ho portato con me l’abitudine di preparare i dolci tradizionali a Pasqua e a Natale».

Da pensionata trascorrerà la vita a Procida?

«Si, ma non sarò esclusivamente qui. Ho ancora tanto da fare nel campo della ricerca».

La sua gente, i procidani la aspettano per abbracciarla e renderle onore. Quando sarà a Procida?

«Ancora non lo so. Avevo fatto dei programmi, ma sono stati stravolti dagli eventi».

Il 20 febbraio l’Ordine Nazionale dei Biologi tributerà un encomio solenne alle tre biologhe del team dello “Spallanzani” che, nei giorni scorsi, ha isolato il Coronavirus codificandone il materiale genetico. Potrà essere questa l’occasione per una capatina a Procida?

«Sono tanti i biologi che hanno lavorato per isolare il Coronavirus. Non c’è una sola persona che lavora, siamo un team. A Napoli potrei esserci io o qualcuno della nostra grande famiglia che ha lavorato su questo tema».  

Codificare il Coronavirus è stata la soddisfazione più grande della sua carriera?

«Codificare non è il termine più appropriato. Il nostro contributo è stato isolare il virus dal primo paziente; cioè ottenerlo in coltura e propagarlo. Per quanto riguarda la soddisfazione, la risposta dipende da quale punto di vista si guarda. Di soddisfazioni, nell’arco della mia carriera, ne ho avute davvero tante. Abbiamo fatto tanto lavoro soprattutto nelle emergenze, così come nel quotidiano. Seguiamo ogni giorno tanti pazienti sul piano diagnostico, sul piano della patogenesi. Sono oltre venti anni che sono allo “Spallanzani” e quindi la mia vita è data dedicata alle infezioni virali ed ai pazienti. Ricerca e diagnostica sono le parole chiavi della mia carriera».  

L’isolamento del Coronavirus da parte di ricercatori italiani ha infuso speranze nella ricerca. Secondo lei in Italia è possibile fare ricerca o bisogna per forza andare all’estero?

«Si può fare. Non siamo gli unici a fare ricerca in Italia anche se in questo momento siamo noi alla ribalta. L’Italia è una fucina di cervelli e non siamo nemmeno messi male dal punto di vista tecnologico. Non bisogna essere pessimisti. La vivacità nel dare una prospettiva di lavoro stabile ai ricercatori, indubbiamente, in Italia è meno presente rispetto all’estero. Ciò non significa, però, che in Italia non si faccia o non si possa fare ricerca. Anzi. Personalmente non sono mai andata all’estero per completare il mio curriculum. Ho avuto la fortuna di trovare in Italia una collocazione ottimale nel mondo della ricerca biomedica: i miei studi universitari li ho svolti a Napoli, in Campania, e ho sempre lavorato in Italia, pur avendo vivaci scambi di collaborazione con laboratori stranieri. E la mia è stata una scelta».

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