«Così diamo scacco ai truffatori di anziani»

Comandante, l’episodio di Procida è soltanto la punta dell’iceberg. Negli ultimi anni le truffe agli anziani, soprattutto nel periodo estivo sono sempre state numerose. Quest’anno, però, l’impressione è che il fenomeno stia registrando un’impennata davvero preoccupante.
«Il fenomeno non nasce certo quest’anno. Si tratta di una forma di criminalità che osserviamo ormai da tempo e che negli anni passati ha già prodotto conseguenze importanti. Nel 2026, però, registriamo due elementi nuovi. Da un lato assistiamo a un incremento delle telefonate fraudolente e dei casi in cui le vittime, convinte dalle parole di un falso appartenente alle forze dell’ordine o di un’altra fantomatica autorità, preparano in tutta fretta denaro contante e gioielli da consegnare a chi, di lì a poco, passerà a ritirarli. Dall’altro lato c’è un dato che non compare nelle statistiche operative ma che per noi è estremamente significativo. Riceviamo infatti moltissime telefonate da anziani che ci segnalano di essere stati contattati dai truffatori e di essersi accorti in tempo del tentativo di raggiro. Sono episodi che non si trasformano in denunce per truffa consumata, ma rappresentano comunque un risultato importante. La soddisfazione più grande è proprio questa: sapere che sempre più persone riconoscono il meccanismo della truffa e ci avvisano immediatamente. Queste segnalazioni ci rassicurano perché sappiamo che chi ci ha chiamato non cadrà nel tranello, ma ci consentono anche di aumentare subito il livello di attenzione sul territorio. Quando arriva una telefonata di questo tipo a un cittadino di Ischia o di Procida significa, con ogni probabilità, che sull’isola è già presente l’operativo incaricato di ritirare il denaro. Il telefonista agisce dalla terraferma, ma chi materialmente si presenta a casa della vittima è già sul posto. Per questo intensifichiamo immediatamente i controlli: sappiamo che il truffatore è arrivato e il nostro obiettivo è individuarlo prima che riesca a colpire».
Chi guida queste organizzazioni criminali invia spesso sulle isole giovani incensurati. Probabilmente il fenomeno continua a ripetersi proprio perché chi agisce dietro le quinte riesce con facilità a reperire sempre nuova manovalanza. È questo il vero problema?
«Più che uomini, spesso parliamo di ragazzi. Approfitto di questa occasione per spiegare come funziona il sistema. Esiste una base operativa sulla terraferma, nell’entroterra napoletano, dove operano i cosiddetti telefonisti. È lì che viene gestita la centrale della truffa. Da quella postazione partono centinaia di telefonate casuali. In base alle reazioni dell’interlocutore, il telefonista capisce se vale la pena insistere e, quando individua una possibile vittima, invia sul posto l’operativo. È questo il copione che si ripete quasi ogni giorno. Le chiamate vengono effettuate dalla terraferma, mentre l’operativo è già sbarcato a Ischia o a Procida e rimane in attesa delle indicazioni che riceve sullo smartphone. Quando il telefonista ottiene il consenso della vittima, gli comunica dove recarsi per ritirare quanto è stato preparato. Bisogna ricordare che, nella maggior parte dei casi, la vittima è convinta di stare collaborando con le forze dell’ordine per un’indagine oppure di dover pagare una presunta cauzione per aiutare un proprio familiare».
La particolarità del fenomeno nel 2026 è che, mentre chi si presenta a casa è spesso un giovane incensurato, dall’altra parte del telefono sembra esserci personale altamente specializzato.
«Assolutamente sì. La riuscita della truffa dipende soprattutto dalla professionalità criminale del telefonista. L’operativo sul territorio si limita a svolgere un compito molto semplice: ritirare quello che la vittima ha già preparato. Quando arriva a casa, si presenta come falso carabiniere, falso poliziotto, falso agente della polizia locale, falso perito del tribunale oppure come collaboratore di una banca. Nella quasi totalità dei casi non viene usata alcuna violenza, perché non ce n’è bisogno. La vittima è ormai convinta che qualcuno debba passare a ritirare il denaro o i preziosi richiesti durante la telefonata e li consegna spontaneamente. Soltanto diverse ore dopo, confrontandosi con i familiari, comprende di essere stata truffata e che, salvo un intervento tempestivo delle forze di polizia, quel patrimonio è andato perduto. Insomma, la truffa funziona proprio grazie alla preparazione del telefonista. Proprio per questo motivo, però, ritengo importante sottolineare un altro aspetto. Individuare e colpire il telefonista è certamente più complesso; molto più semplice, invece, è intercettare l’operativo presente sul territorio. Ed è qui che diventa fondamentale la prevenzione. Lo schema narrativo può cambiare. Cambia la storia raccontata alla vittima, ma non cambiano gli elementi essenziali della truffa. C’è sempre una falsa autorità, civile, militare o bancaria; c’è sempre una situazione di estrema urgenza e, soprattutto, arriva sempre una richiesta immediata di denaro o di oggetti preziosi. Questi sono i segnali che devono far scattare l’allarme. Le vere istituzioni non chiedono mai, e non possono chiedere, di consegnare contanti o gioielli per telefono o a domicilio».
La maggiore consapevolezza delle vittime, favorita anche dalla campagna di informazione dell’Arma dei carabinieri e dal sostegno dei mezzi di comunicazione, consente sempre più spesso agli anziani di riconoscere il tentativo di truffa e di segnalarlo. Perché, però, risulta ancora difficile arrivare ai cosiddetti pesci grandi, cioè a chi dirige le centrali operative?
«La crescente consapevolezza delle potenziali vittime ha prodotto risultati molto importanti. In alcuni casi siamo riusciti a catturare i responsabili grazie a una sorta di contro truffa organizzata dagli stessi anziani. Le vittime hanno finto di credere alla storia raccontata dal telefonista e, contemporaneamente, attraverso una seconda utenza o con l’aiuto di un familiare, hanno avvisato le forze dell’ordine. In questo modo i militari hanno potuto predisporre il servizio e farsi trovare pronti al momento dell’arrivo dell’operativo. Diverso è il discorso relativo alle indagini sulle centrali operative e sui telefonisti. Queste attività vengono svolte soprattutto sulla terraferma e richiedono il contributo non soltanto delle compagnie territoriali ma anche degli assetti specializzati dei nuclei investigativi dei comandi provinciali. Nell’area napoletana e nel Casertano sono state individuate alcune delle centrali operative più attive. Proprio in questi territori l’azione investigativa e repressiva dell’Arma ha prodotto risultati significativi, consentendo di arrestare numerosi responsabili e di disarticolare intere organizzazioni. Il problema è che queste strutture riescono spesso a rigenerarsi. Lo schema narrativo della truffa è ormai consolidato e può essere facilmente riproposto, mentre la disponibilità di manovalanza è molto ampia».
Un altro elemento che colpisce è l’apparente conoscenza molto precisa delle vittime. Spesso i truffatori sembrano sapere i nomi dei figli, dove si trovano i familiari e persino come raggiungere l’abitazione, talvolta servendosi delle mappe digitali. Come riescono a ottenere tutte queste informazioni? Esiste il rischio che possano contare su appoggi locali?
«La domanda mi consente di chiarire un aspetto sul quale esistono molti dubbi. Dopo la truffa, le vittime raccontano spesso che il telefonista conosceva perfettamente la loro situazione familiare, sapeva i nomi dei figli e disponeva di informazioni che sembravano non essere accessibili a un estraneo. In alcuni casi riferiscono che l’interlocutore sapeva persino che un figlio non si trovava sull’isola. Questo elemento contribuisce naturalmente a rendere credibile la telefonata e a convincere la vittima di trovarsi davvero di fronte a un’autorità informata dei fatti. Nella maggior parte dei casi, però, non è così. Il telefonista non conosce preventivamente la vittima e non dispone necessariamente di informazioni riservate. La sua attività si basa su chiamate effettuate a tappeto: è durante il dialogo che il truffatore raccoglie progressivamente le informazioni. Si insinua nel racconto della vittima, formula domande apparentemente coerenti con la situazione e riesce a ottenere nomi, rapporti familiari, abitudini e altri dettagli che vengono poi immediatamente riutilizzati contro la stessa persona. Le indagini svolte sulle centrali operative, anche attraverso intercettazioni e il sequestro dei cosiddetti frasari utilizzati dai telefonisti, hanno dimostrato come questo meccanismo sia molto raffinato. Dopo il raggiro, la vittima ricorda spesso soltanto una parte minima della conversazione, perché nel frattempo è stata sottoposta a una pressione psicologica molto intensa. Quando comprende di avere trovato un interlocutore vulnerabile, il telefonista aumenta il ritmo della conversazione e il livello dell’urgenza. Le domande non vengono poste come in un normale dialogo tra due persone, ma con il tono di un’autorità che starebbe svolgendo un’indagine, una perquisizione o un sequestro. La vittima, intimorita dalla prospettiva di conseguenze gravi, fornisce quindi informazioni che successivamente il truffatore ripete come se le conoscesse già. È proprio questa abilità criminale a rendere credibile il racconto. Per questo è indispensabile non abbassare la guardia e interrompere subito la conversazione, senza lasciarsi trascinare in un dialogo durante il quale si rischia di comunicare involontariamente informazioni personali».
Esiste poi un’altra tipologia di truffa, quella del falso figlio o del falso nipote. Molte vittime sostengono di aver riconosciuto con assoluta certezza la voce del proprio familiare. Si tratta davvero di voci clonate attraverso strumenti tecnologici avanzati?
«Anche su questo punto è necessario fare chiarezza. Per clonare realmente la voce di una persona servono strumenti tecnologici specifici e, soprattutto, bisogna avere a disposizione una registrazione della voce da riprodurre. Nella maggior parte delle truffe che esaminiamo, al telefonista tutto questo non serve. Chi chiama si presenta come il figlio o il nipote della vittima, parla in maniera concitata, magari piangendo, e racconta di essere stato coinvolto in un incidente stradale o di essere trattenuto dalle forze dell’ordine. Chiede immediatamente la somma necessaria per pagare una presunta cauzione, sostenendo che un avvocato o un incaricato passerà a breve a ritirare il denaro. Quando una madre sente pronunciare parole come “mamma, salvami” in una situazione di forte agitazione, è naturalmente portata a riconoscere in quella voce il proprio figlio. Non perché la voce sia stata necessariamente clonata, ma perché la paura, l’urgenza e la fragilità emotiva di quel momento la conducono a quella conclusione. La vittima è convinta che il familiare sia in pericolo ed è disposta a fare qualsiasi cosa per aiutarlo, compreso pagare una cauzione che, come sappiamo, nel sistema giudiziario italiano non esiste. Il truffatore colpisce proprio quella fragilità emotiva».
Un elemento ricorrente è la necessità, da parte dei truffatori, di tenere costantemente occupata l’utenza telefonica della vittima. Perché la chiamata non viene mai interrotta e quale funzione ha questo comportamento nel piano criminale?
«Il telefono costantemente occupato è uno degli strumenti fondamentali della truffa. Abbiamo già parlato della falsa autorità, della situazione di emergenza, del parente in difficoltà e della richiesta immediata di contanti o gioielli. A tutto questo si aggiunge l’isolamento della vittima che viene sottoposta a un bombardamento continuo di informazioni, richieste e presunte urgenze, che diventano progressivamente più pressanti. Le viene ordinato di non lasciare il telefono neppure mentre cerca il denaro nei cassetti o recupera i gioielli custoditi in casa. Il telefonista mantiene il contatto per due ragioni. La prima è continuare a esercitare pressione psicologica. La seconda è impedire che, in un momento di dubbio, la vittima possa chiedere aiuto e far arrivare sul posto un familiare o una vera pattuglia delle forze dell’ordine. Il metodo è quasi sempre lo stesso: isolare la persona, impedirle di ragionare con lucidità e accompagnarla telefonicamente fino al momento della consegna del denaro».
Gli appelli alla prudenza sembrano avere prodotto risultati, perché sempre meno persone cadono nel tranello. Quale ulteriore consiglio ritiene utile rivolgere agli anziani e ai loro familiari?
«Gli abitanti di Ischia e Procida sono persone perbene e nutrono un rispetto profondo, quasi atavico, nei confronti delle forze dell’ordine e delle forze armate. Questo naturalmente ci onora, ma in circostanze simili preferiremmo che mostrassero una maggiore prudenza e, paradossalmente, anche un po’ di diffidenza nei nostri confronti. Essere più cauti con chiunque si presenti come carabiniere o poliziotto aiuta a difendersi da coloro che utilizzano falsamente quelle qualifiche. Un vero appartenente alle forze dell’ordine sa come identificarsi, spiegare la ragione della propria presenza e fornire tutte le rassicurazioni necessarie. Non bisogna però fidarsi esclusivamente di un tesserino o di una placca. Abbiamo arrestato persone che utilizzavano documenti contraffatti, falsi distintivi della Polizia e riproduzioni prive di qualsiasi valore, ma capaci di apparire credibili agli occhi di una persona anziana sottoposta a una forte pressione. Il consiglio principale è quindi quello di aumentare il livello di attenzione. Al minimo dubbio bisogna interrompere immediatamente la telefonata. Bisogna invece comporre direttamente il 112. È l’unico modo sicuro per richiedere l’intervento di una vera pattuglia».
Sul fenomeno delle truffe agli anziani e sui risultati ottenuti anche sul piano investigativo e repressivo, è possibile tracciare un bilancio dell’attività svolta dall’Arma nel corso del 2026?
«Esiste un coordinamento investigativo che consente di condividere tempestivamente le informazioni raccolte nei diversi territori e di collegare episodi che, a una prima lettura, potrebbero sembrare isolati. Un esempio concreto è rappresentato proprio dall’arresto eseguito a Procida. Dopo la truffa consumata sull’isola, siamo entrati in contatto con la Compagnia di Sorrento e abbiamo scoperto che lo stesso soggetto, il giorno precedente, era stato coinvolto anche in una truffa commessa a Capri. La collaborazione tra i reparti permette di trasformare le informazioni raccolte sul territorio in risultati operativi. Le informazioni acquisite sul territorio vengono poi sviluppate dagli organi investigativi di livello superiore, che possono indirizzare l’azione di contrasto anche verso le cosiddette centrali operative e, dunque, verso i telefonisti che dirigono materialmente le truffe dalla terraferma. Per quanto riguarda la nostra realtà territoriale, ritengo che il bilancio sia assolutamente positivo. Nel corso del 2026 siamo riusciti a individuare gli autori del novanta per cento delle truffe consumate e dei tentativi di truffa dei quali siamo venuti a conoscenza. Si tratta di un risultato estremamente significativo, soprattutto considerando la rapidità con cui gli operativi si spostano, spesso raggiungendo le isole al mattino e tentando di ripartire immediatamente dopo avere ritirato il denaro. Traducendo questa percentuale in numeri concreti, parliamo di quattro persone arrestate e altre cinque individuate e denunciate. Alcune di loro erano riusciti a portare a termine la truffa, mentre altri avevano soltanto tentato il colpo. In determinate circostanze, l’arrivo dei militari li ha costretti ad abbandonare sul posto il denaro o i preziosi che stavano per portare via. La distinzione tra truffa tentata e truffa consumata non modifica il nostro impegno investigativo. Un altro dato importante riguarda le somme recuperate. Dall’inizio del 2026 fino ai primi giorni di agosto siamo riusciti a salvare, recuperare e restituire alle vittime circa 48mila euro in contanti. Dietro queste cifre non ci sono soltanto risultati investigativi, ma persone anziane alle quali è stato restituito il frutto di anni di sacrifici. Spesso, infatti, non parliamo soltanto di denaro contante, ma di gioielli e oggetti di famiglia che hanno anche un valore affettivo incalcolabile. Il nostro obiettivo resta duplice: impedire che la truffa venga consumata e, quando questo non è possibile, individuare rapidamente i responsabili e recuperare quanto sottratto. Per ottenere questo risultato è però fondamentale la collaborazione dei cittadini. Una segnalazione immediata può fare la differenza. Prima veniamo informati, maggiori sono le possibilità di intercettare l’operativo quando si trova ancora sull’isola, controllarlo nei porti, ricostruirne gli spostamenti e impedirgli di tornare sulla terraferma con il denaro o i preziosi della vittima. Il messaggio che vogliamo trasmettere è semplice: nessuna vera autorità chiede denaro o gioielli per risolvere un’indagine, evitare un arresto, dimostrare la propria innocenza o aiutare un familiare. Quando arriva una richiesta di questo tipo, bisogna interrompere immediatamente la conversazione e rivolgersi alle vere forze dell’ordine».






