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CULTURA & SOCIETA'

Da oltre 300 anni le nostre uve conservano il fascino dei loro atavici nomi: Coda di Cavallo, Coglionara, Cornicella Cacamosca e Bionde

CON OTTOBRE E L’AUTUNNO ORMA I ENTRATO L’ ANTICO FASCINO DELLA VENDEMMIA ALLE SUE ULTIME BATTUTE HA RISVEGLIATO INTERESSE E PASSIONE PER UN SETTORE CHE SEMBRAVA IRRECUPERABILE - Tracce storiche hanno dimostrato che le nostre uve tradizionali sono coltivate da almeno 300 anni. esse rispondono ai nomi familiari per tanti di: Biancolella, Fforastera, Pere ‘e palummo, Uva rilla, Coglionara, Guarnaccia, San lunardo, Levante, Tintora, Cacamosca, Zzibibbo, Lugliese, Catalanesca, Lentisco, Uva pane, Nocella, Sorbigno, Coda cavallo, Cornicella e altri nomi diffusi tra i contadini del Ciglio a Serrara, di Panza e Succhivo

Le “bionde” erano un nome con cui si identificavano le sigarette di contrabbando smistate dai famigerati motoscafi blu nel nostro mare fra Sant’Angelo,Santa Lucia e Mergellina. Ora questo nome lo portano di diritto le nostre uve, le biondissime nostre uve rese tali dai raggi del sole caldo di agosto e settembre in special modo di quest ‘anno 2021. Ora siamo in ottobre, il mese ancora dell’uva quella matura e della vendemmia ancora in corso ed ormai alle sue ultime battute, che nei secoli non ha perso per niente il suo naturale ed atavico fascino, nonostante la si pratichi oggi con attrezzature sofisticate e ultramoderne rispetto al passato, e per altro privata anche di quel calore ed allegria di gruppo che la rendeva particolarmente attesa da tutti i contadini dell’isola. Ma nonostante tutto questo rimane sempre la vendemmia che tutti attendono.

UVA DELLE TERRAZZE SULLA BORBONICA A LACCO AMENO
UVA DELLE TERRAZZE SULLA BORBONICA A LACCO AMENO

A Ischia si coltivano qualità di uve uniche ed autoctone e dai nomi particolari e discuitibili che sono familiari per lo più solo ai contadini, che si trovano solo qui. Da esse si ottengono per i vini bianchi la biancolella, la forastera, l’arilla ed il S. Lunardo, mentre per i rossi abbiamo: il Per”è Palummo ( piede del colombo, in quanto l’uva assomiglia al piede a tre dita del colombo ), la guarnaccia ed il cannamelu. Tracce storiche hanno dimostrato che queste uve sono coltivate da almeno 300 anni, con una produzione annuale che ad oggi si è attestata sui 50.000 q.li di uva. Per la raccolta delle uve quando queste si trovano in vigneti lontano dal punto di lavorazione c’è chi come la D’Ambra Vini di Forio a Panza, ha dovuto dotarsi di una teleferica, altrimenti alcuni vigneti sarebbero stati quasi irraggiungibili, o meglio i costi per la raccolta ed il trasporto delle uve sarebbero stati proibitivi. Si pensi che nel la produzione di vino sull’isola era attestata sui 250.000 hl, poi con l’inizio del boom turistico, molti isolani hanno abbandonato l’agricoltura e viticoltura, per dedicarsi ad attività ben piu’ redditizie quali ristoranti, alberghi ecc. ed oggi si è attestata sui 35.000 hl, quindi circa il 15% del totale.  Il prestigio del vino ischitano, frutto di una tradizione plurimillenaria, ha ricevuto il suo primo riconoscimento ufficiale nel 1966 quando all’Ischia Bianco e all’Ischia Rosso viene assegnata la prima DOC campana e la seconda nazionale. A quell’epoca la crescita turistica dell’isola d’Ischia era sì iniziata, ma non aveva ancora raggiunto la sua massima espansione, erano messi a coltura con la vite almeno 2000 ettari di terreno e la produzione di vino era di circa 120mila ettolitri. Oggi la produzione è dimezzata, mentre i terrazzamenti su cui crescono i vigneti si estendono per soli 300 ettari.

I vitigni che hanno fatto la fortuna del vino dell’isola d’Ischia sono il biancolella, che si coltiva praticamente nella sola isola d’Ischia, il vino forastera (chiamato così perché è un vitigno che fu introdotto tardi e perciò fu definito “forestiero”), il “per ‘e palummo“, unico vino rosso, chiamato così perché la forma e il colore del raspo ricordano la zampa dei colombi, e che in Campania è chiamato piedirosso. Successivamente, quindi, si è deciso di introdurre una variazione al disciplinare della DOC, che adesso fa riferimento direttamente a questi tre vitigni, valorizzandone in tal modo le peculiarità. Ma nei secoli di attività enologica dell’isola d’Ischia ne sono stati coltivati in numero assai maggiore, dal nome spesso evocativo e che in parte erano esclusivi dell’isola stessa: per esempio ecco alcune varietà di uva dalle quali si ottiene un ottimo vino: uva rilla, coglionara, guarnaccia, san lunardo, levante, tintora, cacamosca… e ancora, zibibbo, lugliese, catalanesca, lentisco, pane, nocella, san filippo, sorbigno, coda cavallo, cornicella, ecc. Da un po’ di anni si sta assistendo – dopo un lungo periodo in cui gli abitanti dell’isola d’Ischia hanno preferito abbandonare la coltivazione della terra a favore del lavoro nell’attività alberghiera e turistica – a un progressivo e costante ritorno di interesse per l’agricoltura e, in particolare, per l’enologia e produzione di vino a Ischia. Quindi, i caratteristici terrazzamenti sostenuti da muri realizzati con pietra locale a secco, senza l’uso di malte (chiamati in dialetto ‘parracine’), sono tornati a ospitare file ordinate di viti lungo i fianchi delle colline in molte località dell’isola. A Forio hanno recuperato antichi vigneti le case vinicole Cantine Pietratorcia e Arcipelago Muratori senza dimenticare la tenuta Calitto di Villa Piromallo. Sempre a Forio, in località Panza, ha sede l’azienda vinicola più grande dell’isola: Casa D’Ambra, anch’essa impegnata costantemente nella attività di produzione e vendita di Vino di Ischia.

A Campagnano, sulle colline del comune di Ischia, ma anche a Serrara Fontana, ci sono i vigneti di Antonio Mazzella. Altra località privilegiata per il tipo di esposizione e ventilazione che conferiscono al prodotto vinicolo – al vino – caratteristiche specifiche è il Fango, a Lacco Ameno, dove ha recuperato un vigneto abbandonato la casa vinicola Tommasone. Se la quantità di vino prodotta nell’isola d’Ischia rimane inferiore a quella che si ricavava dai vigneti isolani fino agli anni ’50, è pur vero che la qualità del vino prodotta è molto elevata. Alla fine del XIX sec. il vino ischitano era richiesto soprattutto per “tagliare” vini più forti come quello pugliese e si era diffuso come vino da bere, per lo più bianco, in tutti i centri del Tirreno e a nord fino alla Francia, dove veniva trasportato via mare con velieri, utilizzando contenitori in castagno da circa 700 litri ognuno che si chiamavano carrati. Oggi, invece, ormai da tempo l’isola d’Ischia è una realtà affermata fra i produttori di vini di eccellente qualità nella regione Campania e le sue etichette ricevono riconoscimenti prestigiosi. La maggior parte della produzione vinicola dell’isola d’Ischia è attualmente realizzata con i vitigni che possono essere vinificati in purezza o accostati, in percentuali definite dal protocollo della DOC, con altri vitigni come i bianchi Greco e Fiano e il rosso Aglianico. Oggi molte cantine sono climatizzate, la raccolta si avvale di moderne tecnologie e i prodotti a base di rame prevengono le numerose malattie che possono attaccare l’apparato fogliario, i germogli e i grappoli della pianta. Ciò che rende però ancora difficile, e per certi versi diseconomica, la produzione vinicola a Ischia è la fase di raccolta delle uve che, a differenza di altrove, avviene ancora in gran parte manualmente a causa della limitata estensione dei terreni e della loro difficile orografia

Foto Giovan Giuseppe Lubrano Fotoreporter

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